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13 Novembre 2021 - 15:31
Carlin Cioca
Carlin Cioca con la moglie
Anche eventi straordinari e calamitosi quali gli incendi erano annunciati dalle campane, che chiamavano a raccolta i paesani per aiutare chi era nel pericolo.
Il suono delle campane talvolta portava alla gente l’annuncio di un decesso; veniva chiamato ’l segn. Compito di Carlin era anche quello di recitare il rosario per i morti, in vece del pievano.
Altre ancora erano le sue mansioni legate ai funerali. Doveva disporre le torce e il drappo nero per il catafalco, diversi a seconda del tipo di sepoltura richiesta: 6 torce per un funerale comune, 12 torce per un funerale di lusso, che solo pochi potevano permettersi perché il prezzo era piuttosto oneroso.
Tanto ancora faceva Carlin Cioca, ’l sacrista: sostituiva i candelabri sull’altar maggiore poiché, fino a qualche anno fa, venivano esposti sia i preziosi candelabri nelle domeniche e nelle festività che quelli più semplici nei giorni feriali; accendeva le candele prima delle funzioni e le spegnava a funzione terminata, utilizzando una lunga pertica alla cui estremità erano fissati uno stoppino per l’accensione ed un cappuccio per lo spegnimento; disponeva le ampolle con l’acqua e il vino per la messa e teneva in ordine i paramenti sacri nella sacrestia; passava tra i fedeli con il bussolotto (’l busulot) per raccogliere le elemosine; estraeva dalle loro nicchie le statue e le predisponeva per le processioni; seguiva il parroco per il paese e per le frazioni nel periodo della tradizionale benedizione pasquale delle case, portando il fascio dei rami d’ulivo.
Durante la benedizione della sera a lui era affidato il compito di intonare i salmi ed egli, con il suo vocione bene impostato, intonava Laudate Dominum omnes gentes a cui le donne rispondevano con pio fervore nel loro latino molto approssimativo Laudate eius omnes populi!.
Un impegno particolare richiedeva l’addobbo della chiesa in occasione delle feste solenni.
Nel giorno dei Santi, Carlin predisponeva un grande catafalco coperto da un drappo nero sormontato da alti candelabri e dalla croce. Nel pomeriggio venivano cantati due vespri: il primo, il vespro dei vivi e il secondo, il vespro dei morti; tra i primi e i secondi vespri il sacrista accendeva le candele sul catafalco. Seguiva la processione al cimitero e, al ritorno, la benedizione eucaristica. Ma la giornata dei Santi per Carlin Cioca era ancora lunga: ogni mezz’ora egli doveva suonare le campane “da morto” e questi lugubri rintocchi si susseguivano fino alle 23!
Le mansioni di Carlin Cioca più rilevanti ed apprezzate riguardavano la chiesa di Santo Stefano al monte, che sorge sulla collina alle spalle di Candia.
Lo storico candiese Guido Forneris, che nei suoi libri “Romanico in terre d’Arduino” e “Candia Canavese: due passi e cento ricordi” ha trattato in modo particolareggiato questo santuario, cita come questa chiesa abbia origini molto antiche: di essa fa menzione il papa Alessandro III in una bolla del 1177, con la quale si affidava questo luogo ai canonici dell’Ospizio dei Santi Nicolao e Bernardo di Monte Giove (l’attuale Gran San Bernardo) da utilizzare come asilo per i pellegrini che dal nord Europa si recavano a Roma. Questo santuario rimase proprietà dei Canonici fin verso la fine del 1500, quando un Sinodo stabilì di assegnarlo al Seminario Vescovile di Ivrea. Il Seminario ancor oggi gode della proprietà del santuario e di un reddito annuo concessogli dal Governo in sostituzione dei beni già annessi alla chiesa e che furono alienati in base alla legge dell’incameramento da parte dello Stato dei beni ecclesiastici, ma la custodia dell’edificio venne affidata dal Seminario al pievano di Candia che ha facoltà di celebrare le funzioni.
I candiesi sono molto legati a questa chiesa e devoti alla Madonna della Neve da secoli lì custodita. In occasione della Sua festa, il 5 agosto e della ricorrenza di S. Stefano il 26 dicembre, non solo i candiesi ma anche gli abitanti di molti paesi del circondario lì si raccolgono con fervida devozione in preghiera.
In queste ricorrenze Carlin Cioca diventava il precursore di quelli che oggi si possono definire”negozi di arte sacra e oggetti religiosi e devozionali”. Apriva uno dei suoi “tesori”: una valigia marrone cartonata che costituiva il suo “negozio”. Egli aveva provveduto a suddividere l’interno della valigia in innumerevoli scomparti che contenevano candele, santini, medaglie, spille, rosari, cartoline, tutti con l’effigie della venerata Madonna della Neve e vendeva ai fedeli questi ricordini sacri.
L’altro suo “tesoro” era un quaderno dalla copertina nera su cui egli annotava, con la sua grafia chiara e ordinata, le date che avevano segnato gli avvenimenti del paese: nascite, battesimi, Comunioni, Cresime, matrimoni, morti; dagli anni ’20 molti di questi quaderni erano stati compilati e costituivano un prezioso archivio parrocchiale a cui la popolazione e il parroco stesso facevano riferimento.
Il santuario di S. Stefano era caro ai candiesi anche perché si conservava la tradizione che suonando quella campana durante un temporale si sarebbe tenuta lontana la grandine.
Era questa una tradizione antica di secoli e la mansione di suonare la campana un tempo veniva svolta dagli eremiti che si sono succeduti a custodia di quel luogo. Esistono pochi documenti che attestano la loro presenza: nelle relazioni pastorali si trovano scarsi accenni a qualche eremita che in quei tempi viveva al santuario. Scrive il Forneris che , nell’archivio parrocchiale di Candia, è conservato l’atto di morte dell’eremita Martino Locato del 12 agosto 1773, da cui risulta che egli fu rinvenuto esanime davanti all’altar maggiore , si presume colpito da un fulmine e che venne sepolto a S. Stefano il giorno dopo.
Da quel momento in poi gli eremiti non abitarono più nel santuario sulla collina, ma preferirono svolgere la loro mansione di custodi durante il giorno e scendere in paese a passarvi la notte e tornare sul monte il mattino seguente. Questo fino agli ultimi anni dell’800.
Carlin Cioca ereditò la mansione che aveva un tempo l’eremita (l’armit nel dialetto locale), di suonare la campana di S. Stefano durante i temporali. Allora lui, quando in lontananza si sentivano i primi rombi del tuono, si affrettava a salire sulla collina, vincendo il suo carattere sempre molto timoroso e in men che non si dica si sentiva il suono di quella campana e i contadini ricominciavano a sperare. Certamente suonare la campana non impediva la grandinata, ma Carlin Cioca aveva cercato di scongiurarla con i suoi rintocchi e tanto bastava ai candiesi!
Più di una volta la furia degli elementi lo tenne bloccato nel santuario per tutta la notte e devono essere stati momenti critici; in quelle circostanze si sistemava nella vecchia stanza dell’eremita, che si trovava a fianco dell’altar maggiore e passava la notte su una panca, tra tuoni fragorosi e lampi abbaglianti. I racconti delle sue notti solitarie nella chiesetta sul monte, quando infuriavano i temporali, lo facevano diventare ancora più popolare ed amato tra i candiesi.
Questo servizio che rendeva al paese gli concedeva il diritto di questuare il grano una volta l’anno, dopo la mietitura e questo grano costituiva il “pagamento” del suo servizio. Egli, provvisto di un carretto, passava da tutte le famiglie e raccoglieva il grano che gli veniva offerto (generalmente una fascina, una “vansia” per famiglia) che poi depositava, per gentile concessione del pievano, nella chiesetta di S. Pietro al Campasso, che per un po’ di tempo diventava il “suo granaio”. Quando poi qualche famiglia del rione Campasso , dove si trova la chiesa di S. Pietro, “batteva il grano”, veniva trebbiato anche quello di Carlin e la farina ricavata gli consentiva di avere il pane per tutto l’anno.
La sua vita, come quella di tutta la gente che visse in quegli anni, fu condizionata dalla guerra. Nato in un paese straniero era per questo perseguibile ed egli dovette imparare a nascondersi quando in paese irrompevano i tedeschi per le loro rappresaglie. Si calava nel pozzo del suo amico panettiere Sergio Viglio, che sempre gli offriva il suo aiuto pur temendo le conseguenze. Certamente dovevano essere spaventosi il silenzio ed il buio del pozzo e l’angoscia di poter essere scoperto!
Poi finalmente anche quella guerra che pareva interminabile finì e Carlin Cioca riprese la sua vita di sempre.
Risale agli anni immediatamente seguenti la fine della guerra un fatto abbastanza strano, che vide protagoniste la mia bisnonna e sua sorella. Questo fatto l’ho saputo da mia cugina che lo aveva sentito raccontare spesso da sua nonna ormai vecchia. Un giorno arrivò a Candia uno straniero, che parlava una lingua forestiera, forse il francese. L’uomo chiese di Carlo Valle Biglia, fu indirizzato a casa sua, ma Carlin non c’era e non poté incontrarlo. Mia nonna e sua sorella in qualche modo riuscirono a comunicare con lo straniero e gli diedero qualche notizia di Carlin. Per tutti gli anni a venire le due donne giurarono che quell’uomo era il papà di Carlin, il soldato che aveva sedotto Delfina, che era venuto in Italia a cercarlo. Ma allora, perché se ne andò senza vederlo? Questo episodio resta un altro mistero nella vita avventurosa di Carlo Valle Biglia!
Egli esercitò la sua mansione di campanaro al servizio di tre pievani: don Giovanni Battista Grassi fino al 1925, don Ignazio Ruga dal 1925 al 1943 e don Emilio Guglielmino dal 1943 al 1968 quando Carlin Cioca, per raggiunti limiti di età, fu collocato in pensione.
Carlo Valle Biglia è morto a Candia il 25 febbraio 1973.
Io ho conosciuto Carlin Cioca, che era molto unito alla mia famiglia (la mia bisnonna era una delle sue cugine), sono stata cresciuta da lui che ha sostituito i miei nonni che erano morti, gli ho voluto un gran bene per la sua eccezionale bontà d’animo ed ancor oggi sono profondamente legata al suo ricordo.
Solo in questi giorni, cercando notizie su di lui, ho scoperto un particolare della sua vita di cui non ero a conoscenza: dagli atti risulta che il suo nome completo era Valle Biglia Carlo Torino!
Devo confessare che leggendo il suo secondo nome mi sono commossa!
Ho pensato alla giovane Delfina, a quali struggenti sentimenti di nostalgia, a quanto rimpianto deve aver avuto nel cuore, a quanto doveva mancarle la sua lontana terra natale se ha desiderato donare al suo piccolo, nel nome, una parte del suo passato e del suo paese, come per stabilire in questo modo un legame tra questo bambino nato in terra straniera e che forse, nei pensieri di lei, non avrebbe mai conosciuto il paese d’origine della mamma e quella sua terra natìa che lei non aveva mai dimenticato!
Mi auguro che questa storia che ho desiderato raccontare faccia apprezzare ed amare ai lettori Carlin Cioca e sua mamma Delfina, persone di umili condizioni, ma di nobili sentimenti.
Teresina Bussetti
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