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Islamabad fallisce, il Cremlino avanza: perché Putin si offre di mediare sulla crisi iraniana

Dopo 21 ore di colloqui senza intesa tra Stati Uniti e Iran in Pakistan, Mosca prova a occupare il vuoto lasciato dalla diplomazia occidentale. Dietro l’iniziativa del Cremlino non c’è soltanto tattica: c’è una relazione con Teheran costruita negli anni, diventata oggi più solida, più utile e più difficile da ignorare

Islamabad fallisce, il Cremlino avanza: perché Putin si offre di mediare sulla crisi iraniana

A Islamabad non è saltato soltanto un negoziato. Tra l’11 e il 12 aprile, dopo 21 ore di colloqui diretti, Stati Uniti e Iran hanno lasciato il tavolo senza accordo, tra accuse reciproche e con una tregua di due settimane resa ancora più fragile. Reuters ha parlato di maratona diplomatica senza svolta; AP e The Guardian hanno ricostruito lo scontro sui nodi più sensibili, dal nucleare fino alle richieste iraniane su sanzioni, beni congelati e condizioni più ampie di sicurezza regionale. In altre parole: la diplomazia si è fermata, ma la crisi no.

È in questo vuoto che si inserisce Vladimir Putin. Il 12 aprile, secondo TASS che rilancia il comunicato del Cremlino, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha aggiornato il presidente russo proprio sui colloqui Iran-USA tenuti in Pakistan. Ma la formula usata da Mosca è più larga del semplice tavolo bilaterale appena fallito: Putin ha ribadito la disponibilità russa a favorire “una soluzione politica e diplomatica del conflitto” e a offrire mediazione per una pace “giusta e duratura” in Medio Oriente. È un dettaglio decisivo: il contesto immediato è il negoziato tra Teheran e Washington, ma l’offerta russa viene presentata come iniziativa sulla crisi regionale nel suo insieme, non come mediazione testualmente circoscritta al solo formato Iran-USA.

Questa impostazione non nasce all’improvviso. Già il 16 gennaio Reuters scriveva che il Cremlino presentava Putin come impegnato a mediare sulla crisi legata all’Iran, nel tentativo di favorire una rapida de-escalation, dopo colloqui separati con Benjamin Netanyahu e Masoud PezeshkianAnche allora, la cornice russa non era quella di un semplice faccia a faccia tecnico, ma quella più ampia di una crisi legata all’Iran che investiva anche Israele e la stabilità dell’intero Medio Oriente. Mosca, insomma, da mesi prova a ritagliarsi il ruolo di interlocutore capace di mantenere aperti i canali con i principali attori della regione.

L’offerta di Putin si inserisce in una linea che il Cremlino aveva già iniziato a delineare. Il 2 aprile, secondo TASS, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva detto che la situazione mediorientale andava ricondotta “sul binario della pace” il prima possibile, definendolo l’unico modo per limitare le conseguenze del conflitto. Il 6 aprile Reuters ha poi riferito che, per il Cremlino, “l’intero Medio Oriente è in fiamme”, con ricadute economiche globali sempre più gravi. Due giorni dopo, l’8 aprile, Reuters ha riportato ancora le parole di Peskov sulla tregua di due settimane: Mosca la accoglieva “con soddisfazione” e salutava la decisione di non proseguire “sulla strada dell’escalation armata”. In parallelo, il ministero degli Esteri russo chiedeva alle parti di abbandonare “la lingua delle minacce” e degli ultimatum, mentre Maria Zacharova rivendicava che la Russia sosteneva la via diplomatica fin dai primi giorni della crisi. Letta in sequenza, questa non è una reazione estemporanea: è una postura preparata.

Per capire davvero il senso della mossa di Putin, però, bisogna guardare ai rapporti russo-iraniani nella loro profondità. Un primo salto di qualità si vide già nel 2015 in Siria, quando Russia e Iran consolidarono allora una convergenza operativa a sostegno di Bashar al-Assad: Mosca garantiva il supporto aereo, Teheran contribuiva alla tenuta del fronte sul terreno. Il secondo salto è arrivato con la guerra in Ucraina, che ha accelerato la convergenza politico-militare tra i due Paesi. Reuters ha ricordato sia le accuse occidentali sul trasferimento di armi iraniane alla Russia, sia il fatto che Mosca e Teheran abbiano progressivamente trasformato una cooperazione tattica in una relazione molto più strutturata.

Il passaggio decisivo è stato il 17 gennaio 2025, quando Putin e Pezeshkian hanno firmato un partenariato strategico di vent’anni. Secondo Reuters, il trattato prevede cooperazione più stretta in sicurezza e difesa, esercitazioni congiunte, cooperazione tra intelligence e servizi, investimenti energetici, progetti sul nucleare civile e un sistema di pagamenti meno dipendente da Paesi terzi, con più uso delle valute nazionali. Ma c’è un punto politico ancora più interessante: il trattato non contiene una clausola di difesa reciproca automatica. In pratica, Mosca vuole un Iran vicino, coordinato e utile, ma senza trasformare quel rapporto in un obbligo che la trascini meccanicamente in una guerra regionale fuori controllo.

Da allora la relazione si è rafforzata anche sul piano economico e logistico. Reuters aveva riferito che il 15 maggio del 2025 era entrato in vigore l’accordo di libero scambio tra l’Iran e l’Unione economica eurasiatica, il blocco economico composto da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan: secondo la stessa agenzia, l’intesa ha ridotto in media i dazi applicati dall’Iran ai beni russi dal 16,7% al 5,2%, mentre il commercio bilaterale tra Mosca e Teheran era già cresciuto del 16% nel 2024, fino a 4,8 miliardi di dollari. Sul piano dei corridoi strategici, TASS aveva annunciato a febbraio che la fase di implementazione del progetto ferroviario Rasht-Astara, segmento chiave del corridoio Nord-Sud destinato a collegare la Russia ai porti del Golfo Persico, sarebbe dovuta partire il 1° aprile 2026. Tuttavia, nelle fonti successive consultabili non emerge una conferma altrettanto netta che quell’avvio si sia effettivamente concretizzato nei tempi annunciati. Il punto politico, però, resta chiaro: per Mosca l’Iran non è solo un partner diplomatico, ma anche uno snodo commerciale e logistico verso rotte e mercati meno esposti alla pressione occidentale.

Anche sul piano diplomatico più strettamente “narrativo”, Mosca cerca da settimane di accreditarsi come potenza della de-escalation. TASS ha riferito che già a inizio marzo Sergej Lavrov chiedeva sforzi congiunti per fermare le ostilità e non escludeva una risoluzione del Consiglio di Sicurezza; l’8 marzo, la Russia aveva preparato una bozza di risoluzione ONU per chiedere la fine delle operazioni militari. Il 7 aprile Reuters ha poi riferito che Russia e Cina hanno bocciato al Consiglio di Sicurezza una risoluzione sulla protezione della navigazione nello Stretto di Hormuz, sostenendo però di voler avanzare un testo alternativo centrato su de-escalation e diplomazia. È una linea che Mosca usa per mostrarsi non come spettatrice passiva del conflitto, ma come attore che tenta di orientarne l’uscita politica.

C’è poi il livello più concreto, quello dell’interesse. Reuters ha calcolato, lo scorso 9 aprile, che proprio grazie allo shock energetico provocato dalla guerra con l’Iran, la principale entrata fiscale russa legata al petrolio potrebbe quasi raddoppiare in aprile fino a circa 9 miliardi di dollari. Questo non significa che Mosca desideri il caos assoluto, al contrario: per il Cremlino la tensione è utile finché resta gestibile. Prezzi più alti dell’energia possono dare ossigeno alle casse russe; un incendio regionale totale, invece, metterebbe a rischio corridoi, partner, stabilità dei traffici e capitale diplomatico accumulato con Teheran e con altri attori dell’area. Anche per questo la proposta di Putin può essere letta come tentativo di congelare il conflitto a una soglia che continui a rafforzare il peso russo senza travolgerlo.

Ecco perché l’offerta di mediazione ha una sua razionalità precisa. Mosca vuole proteggere un partner diventato essenziale, senza dover combattere per lui. Vuole mostrarsi come la potenza che non ha reciso i canali con Teheran e che per questo può ancora parlare un linguaggio spendibile nella regione. Vuole anche trasformare il fallimento del tavolo di Islamabad in uno spazio politico proprio: se Washington esce da quei colloqui senza risultato, il Cremlino può presentarsi come il soggetto che, almeno nella propria narrativa, aveva preparato da giorni una linea coerente fatta di de-escalation, contenimento e via diplomatica. Non è necessariamente altruismo. È politica di potenza che punta a farsi percepire come stabilizzatrice, non come incendiaria.

In fondo, è questo il punto più interessante. Dopo Islamabad, la Russia non si limita a sostenere l’Iran: cerca di difendere il proprio ruolo. Presentandosi come uno dei pochi attori che possono parlare con Teheran senza aver chiuso tutti i ponti, Mosca prova a trasformare una relazione costruita negli anni in capitale diplomatico regionale. Che questa strategia funzioni o meno dipenderà dagli sviluppi sul terreno. Ma una cosa, alla luce delle fonti, appare già chiara: Putin non si è offerto in modo testuale a mediare solo “tra Iran e Stati Uniti” o solo “tra Iran e Israele”; si è proposto, più ambiziosamente, come mediatore sulla crisi mediorientale legata all’Iran. Ed è proprio in questa ambiguità calcolata che si vede la mano del Cremlino.

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