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Russia, Israele e Stati Uniti: la Biennale di Buttafuoco respinge la censura

Tra appelli, proteste e accuse internazionali, il presidente della Biennale difende una linea controversa: non schierarsi con i governi, ma con l’arte

Russia, Israele e Stati Uniti: la Biennale di Buttafuoco respinge la censura

In tempi in cui la guerra pretende di ridisegnare tutto - i confini, le alleanze, perfino le geografie morali della cultura - il cuore della questione è capire se un’istituzione artistica debba diventare il prolungamento simbolico delle sanzioni, oppure restare uno degli ultimi luoghi in cui il mondo, pur lacerato, continua a guardarsi senza cancellarsi. È qui che si colloca la scelta della Biennale. Non una scelta pro-Russia, ma una scelta per l’idea che l’arte non possa essere ammessa solo quando arriva da Paesi irreprensibili, da governi innocenti, da storie senza sangue. Il 4 marzo scorso la Biennale lo ha scritto con una formula netta: “è un’istituzione aperta” e “respinge ogni forma di esclusione o censura nei confronti della cultura e dell’arte”. Nello stesso contesto, ha confermato che alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, che si terrà dal 9 maggio al 22 novembre 2026, prenderanno parte 99 Paesi. 

Il terremoto, però, era già iniziato da tempo. Il 17 marzo, ArtReview, la storica rivista londinese di arte contemporanea, ha raccontato che 182 artisti, curatori e operatori culturali hanno firmato una lettera per chiedere l’esclusione di Israele dalla Biennale 2026. Pochi giorni dopo, il 3 aprile, anche ArtAsiaPacific, rivista internazionale di arte contemporanea con sede a Hong Kong, ha documentato una seconda ondata di protesta: 73 firmatari, tra artisti e curatori, hanno chiesto di escludere non solo Israele ma, insieme alla Russia, anche gli Stati Uniti, sostenendo che la pretesa neutralità dell’istituzione venga meno nel momento in cui essa ospita governi accusati da relatori speciali, commissioni d’inchiesta ed esperti indipendenti delle Nazioni Unite, oltre che da organizzazioni per i diritti umani, di crimini di guerra, atrocità e genocidio. Il fronte della contestazione, insomma, si è allargato fino a trasformare la Biennale in un caso internazionale. 

Dentro questa tempesta, Pietrangelo Buttafuoco - presidente della Biennale, giornalista e scrittore - ha scelto di non fare un passo indietro. Il 5 marzo, parlando ai media, aveva già chiarito la propria linea: “Tutti i Paesi in questo momento in guerra saranno qui a Venezia. Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti’. E ancora: ‘Dove c’è arte ci sia dialettica”. È questa la chiave del suo ragionamento: la Biennale non si presenta come un’assoluzione dei governi, ma come il rifiuto di trasformare l’arte in un sistema di veti preventivi. Non è una scelta pacifica, è una scelta controversa, coerente con l’idea di fondo che la cultura debba restare un luogo di attrito, non di epurazione.

Il sostegno più netto, tra i critici d’arte, è arrivato da Vittorio Sgarbi. Il 17 marzo, La7 ha rilanciato il suo intervento con un titolo che già conteneva il cuore della posizione: “Io sto con Buttafuoco”. Nello stesso richiamo, la rete riportava anche un secondo passaggio: “Non c’è dubbio che gli artisti che lavorano per il regime rappresentano una visione”. È un sostegno che non rimuove affatto il problema politico; lo guarda in faccia e, proprio per questo, rifiuta la scorciatoia della cancellazione. Per Sgarbi, il fatto che un’arte nasca dentro un sistema compromesso non basta, da solo, a decretarne l’espulsione. 

Su un terreno simile si è mosso anche Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia. Il 6 marzo scorso, Repubblica ha dato alla sua intervista un titolo che vale quasi come un manifesto: “Nell’arte non può esserci censura. Pazienza che a Roma non siano d’accordo”. E in quella formula c’è tutta la distanza fra la sfera politica e quella culturale: la prima giudica, sanziona, divide; la seconda, quando resta fedele a sé stessa, espone, mette in crisi, costringe a vedere. Difendere la neutralità della Biennale, in questa prospettiva, non significa chiudere gli occhi sul mondo, ma evitare che il mondo imponga all’arte la stessa logica binaria del campo di battaglia. 

Anche Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, ha difeso una linea di apertura, pur tracciando un limite molto preciso. Il 19 marzo, ripreso da ANSA, ha dichiarato: “Se il governo russo dovesse fare propaganda, saremmo i primi a chiudere il Padiglione”. Subito dopo ha aggiunto:“Io sono dalla parte dell’Ucraina, abbiamo gemellato Venezia con Odessa e la Russia è l’aggressore; ma non siamo in guerra con il popolo russo, e l’arte resta aperta”. È forse la distinzione più limpida emersa in queste settimane: si può essere dalla parte dell’Ucraina, riconoscere l’aggressore e insieme rifiutare che il popolo russo o la sua cultura vengano trattati come un blocco indistinto da espellere. 

Dal mondo dell’arte, poi, è arrivata la voce dell’artista contemporaneo Marcello Lo Giudice, il quale, proprio oggi, su ArtsLife, testata culturale online italiana specializzata in critica e mercato dell’arte, ha commentato: “Ha fatto non bene ma benissimo il Presidente Pietrangelo Buttafuoco ad aprire alla Russia”, per poi condensare la sua idea in una frase quasi programmatica: “La cultura è pace, l’arte è poesia”. Si può trovare questa formula troppo assoluta, perfino ingenua, ma tocca un nervo scoperto: se il criterio dell’esclusione viene affidato interamente alla geopolitica, allora nessuna Biennale potrà più dirsi davvero universale. Sarà solo il riflesso, più elegante e più decoroso, delle stesse fratture che incendiano il mondo. 

A sostenere Buttafuoco è intervenuto anche Mattia Feltri, giornalista e direttore di HuffPost Italia. L’8 marzo scorso ha firmato un articolo dal titolo eloquente: “La democrazia non censura, la Biennale nemmeno”. E nel sommario ha riportato: “Se sarà propaganda, non possiamo stabilirlo prima”. È un argomento che pesa, perché sposta il discorso dal sospetto alla verifica. Non si tratta di dire che ogni padiglione sia innocente in partenza; si tratta di sostenere che la colpa non può essere presunta a priori e che l’arte, per essere giudicata, deve prima mostrarsi. 

Perfino una figura come Emilia Kabakov, artista e curatrice di origine ucraina, ha espresso un principio che va nella stessa direzione. Il 12 marzo scorso, Repubblica ha presentato così la sua posizione: “Mai con la Russia ma l’arte non si può censurare”. Ed è forse questa la formula più onesta, perché tiene insieme le due verità che oggi si fronteggiano. Da una parte il rifiuto netto di un’aggressione, di una guerra, di una responsabilità politica. Dall’altra la difesa di uno spazio in cui l’arte non venga trattata come un’ambasciata da chiudere, ma come un linguaggio che, anche quando disturba, anche quando inquieta, deve poter ancora parlare.

È qui, allora, che il discorso si allarga davvero oltre Venezia, perché la Biennale non sta chiedendo al mondo di smettere di giudicare la Russia, Israele o gli Stati Uniti. Sta dicendo qualcosa di più fragile e più scomodo: che l’arte non può essere ridotta a una frontiera morale da presidiare con i respingimenti; che non tutto ciò che entra in uno spazio culturale viene automaticamente assolto. E che forse la vera neutralità non è il silenzio, ma il coraggio di tenere aperta una soglia mentre tutto, fuori, chiede di sprangarla. La Biennale, in questo senso, non è con la Russia: è con l’arte. E proprio per questo accetta il rischio più difficile: non quello di piacere, ma quello di restare libera. 

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