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In dialogo con Igor Boni di Europa Radicale: Odessa, la “peste putiniana” e la guerra delle narrazioni

Il presidente di Europa Radicale racconta la resistenza di Odessa e denuncia il volto italiano della guerra ibrida di Mosca: una rete di propaganda che, a suo giudizio, tenta di deformare memoria, linguaggio e percezione del conflitto

In dialogo con Igor Boni di Europa Radicale: Odessa, la “peste putiniana” e la guerra delle narrazioni

Il torinese Igor Boni, presidente di Europa Radicale.

C’è una guerra che si combatte con i missili, con i droni, con le sirene che spezzano il sonno e con i rifugi che diventano una parentesi abitabile dell’angoscia. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa ma non meno insidiosa, che secondo Europa Radicale passa attraverso propaganda, manipolazione e disinformazione: una guerra che si infiltra nel dibattito pubblico italiano, si traveste da pluralismo e da semplice voce fuori dal coro e che, nella lettura di Igor Boni, presidente dell’associazione appena rientrato da Odessa, finisce per diventare una vera estensione della guerra ibrida russa contro l’Europa. È dentro questo doppio fronte che si colloca la sua denuncia della cosiddetta peste putiniana”, espressione con cui Europa Radicale indica la diffusione e la promozione in Italia di contenuti legati a RT, ex Russia Today, nonostante il quadro sanzionatorio europeo introdotto nel 2022 contro RT e Sputnik. La campagna richiama infatti il Regolamento UE 2022/350 del 1° marzo 2022, che ha rafforzato il regime di restrizioni vietando la diffusione di quei canali nell’Unione e richiamando anche il divieto di partecipare consapevolmente ad attività di elusione.

Di recente, Europa Radicale ha aggiornato il dossier, censendo 192 episodi fino a febbraio 2026, con 24 eventi annullati e 168 realizzati. Per Boni, però, i numeri non sono il punto finale: sono solo l’indizio visibile di una struttura più vasta, di una permeabilità italiana alla propaganda russa che definisce senza esitazioni il “ventre molle” dell’Europa. 

Ma prima della mappa, dei dati, della polemica, c’è Odessa. E c’è il racconto di una città che resiste. Boni torna più volte, nel corso della nostra conversazione, su ciò che ha visto in Ucraina. Non usa toni epici né costruisce cartoline eroiche: restituisce piuttosto un’immagine concreta della guerra che entra nella quotidianità e la deforma senza cancellarla del tutto.

“Abbiamo parlato col sindaco, mio omonimo, che si chiama Igor (Ihor Koval, ndr.), racconta. E da lì parte una sequenza di dati, rumori, riflessi, abitudini apprese sotto attacco. “Ci ha raccontato che Odessa ha subito dall’inizio della guerra 1950 attacchi aerei e, solo nel 2025, addirittura 750. A dimostrarlo basta un dato: durante la nostra breve permanenza in città si sono verificati quattro attacchi aerei”.

Il dettaglio che colpisce di più, però, non è solo il numero delle sirene, ma la risposta delle persone. “Gli ucraini, salvo un’unica eccezione, una donna che ho visto scendere nel rifugio con il suo cane, non vanno più nei bunker”, racconta Boni. La spiegazione, dice, è terribile nella sua semplicità: “Odessa dista appena 60 chilometri dai territori occupati dai russi; quindi, l’attacco arriva o con missili di precisione o con droni. Se parte un missile, tra il lancio e l’impatto passano due minuti. L’allarme, di fatto, è inutile: non ti resta che sperare che non colpisca te”. Vi è poi il capitolo dei droni, che nel suo racconto assume quasi un tratto animalesco: il nemico si riconosce dal suono. Ormai la popolazione ha imparato a distinguere il suono dei droni e a muoversi di conseguenza. Se sei in casa e percepisci che arriva da un lato, ti rifugi nella parte opposta dell’appartamento. Se sei per strada, cambi traiettoria e giri l’isolato per cercare la protezione di un edificio”.

A Odessa la guerra è ovunque, ma non è ancora riuscita a spazzare via del tutto l’idea stessa di una vita possibile. “Loro cercano di fare una vita normale”, osserva Igor. Poi però si corregge subito, quasi a non voler attenuare la durezza di ciò che ha visto: “Normale no, perché normale non può essere, con gli attacchi aerei tutti i giorni. Eppure, nelle strade ci sono persone che camminano, nei locali ragazzi che provano ancora a vivere, almeno in parte, la loro quotidianità”.

Nel racconto di Boni emerge anche un elemento che, nella lettura di Europa Radicale, incrina una delle giustificazioni più ricorrenti del Cremlino: l’idea che un’Ucraina orientale o meridionale russofona debba sentirsi naturalmente attratta o protetta da Mosca. Quando gli viene fatto notare che Odessa è una realtà largamente russofona, il quadro va però precisato. Sul piano ufficiale, l’ultimo censimento ucraino disponibile, quello del 2001, riguarda l’intera oblastdi Odessa e registra un equilibrio linguistico quasi speculare: il 46,3% indicava l’ucraino come lingua madre e il 41,9% il russo. Per la città di Odessa, diversi profili istituzionali descrivono invece un uso quotidiano del russo ancora molto diffuso. Boni, del resto, non esita: “Sì, è ovvio” e precisa: “A Odessa parlano ucraino e russo. L’inglese non lo sanno. Sono popolazioni, di fatto, russofone”. Ma è proprio qui che, secondo lui, la tesi dei russi si spezza, perché quella realtà linguistica non si traduce affatto in adesione politica alla Russia. Al contrario, osserva, si tratta di persone che “vivono le loro giornate tentando di resistere a quella che temono essere l’invasione”.

È a questo punto che il suo ragionamento si fa apertamente politico. Per Boni, Odessa dimostra che la categoria di “russofono” non coincide né con quella di “filorusso” né con quella di “liberato”. La lingua, insomma, non basta a determinare un’appartenenza geopolitica. E quando accosta Odessa a Kherson, il contrasto diventa ancora più netto: “Kherson è una città praticamente invivibile, dove non c’è l’elettricità, non c’è da mangiare, non c’è nulla, sei veramente permanentemente in guerra”. Odessa, invece, riesce ancora a restare sospesa tra resistenza e sopravvivenza, tra la volontà di continuare a vivere e la consapevolezza di trovarsi a ridosso del fronte. Ma proprio quella vicinanza continua a pesare sulla città come una ferita aperta.

Il parlamentare ucraino Oleksyi Goncharenko, promotore del Black Sea Security Forum, e lo striscione di Europa Radicale.

La missione raccontata da Boni ha un punto politico preciso. Europa Radicale ha partecipato al Black Sea Security Forum a Odessa e il 24 febbraio 2026 ha organizzato la manifestazione ‘Ucraina nell’Unione Europea, 4 anni di crimini. 4 anni di resistenza’, sulla scalinata Potëmkin, con la partecipazione di esponenti politici italiani e ucraini. Ad aprire la manifestazione è stato il sindaco facente funzioni di Odessa, Ihor Koval. Tra i partecipanti italiani figuravano l’eurodeputata Pina Picierno, il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto, il deputato di +Europa Benedetto Della Vedova, la presidente del Consiglio comunale di Milano Elena Buscemi e lo stesso Igor Boni. Con loro anche Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri, Antonio Stango, presidente della Federazione Italiana Diritti Umani e Marco Taradash, già parlamentare radicale.

Boni ricostruisce l’evento con grande precisione. “Noi abbiamo partecipato al Black Sea Security Forum, che è una iniziativa annuale sponsorizzata da Oleksyi Goncharenko, un parlamentare ucraino di Odessa”, spiega. Poi arriva il cuore simbolico del viaggio: “Il 24 abbiamo fatto la nostra iniziativa sulla scalinata Potëmkin che dà sul Mar Nero, una lunga scalinata che parte dalla parte vecchia di Odessa e finisce in fondo nel porto”.

La scena è quasi cinematografica: il porto colpito più volte dai droni russi, la scalinata come luogo di memoria e di affaccio sul Mar Nero, la banda navale militare che suona gli inni. “Ad accompagnare la manifestazione c’era anche l’orchestra navale militare, che ci ha onorati della sua presenza suonando l’inno ucraino, quello europeo e persino ‘O sole mio che - confessa Boni - non sapevo affatto fosse stato composto a Odessa”. Poi il momento delle bandiere e degli interventi: “Abbiamo srotolato grandi bandiere ucraine ed europee e dato voce, attraverso una serie di interventi, al senso politico e simbolico della nostra presenza”. Tra gli elementi più forti del suo racconto c’è la vista diretta degli obiettivi colpiti. “Abbiamo visto gli edifici colpiti, al di là delle infrastrutture energetiche sono edifici civili”. E aggiunge: “Dieci giorni prima è stata colpita una scuola uccidendo qualche ragazzo di una scuola superiore e poi case di civile abitazione”. Ancora più impressionante il riferimento al porto: “Mentre eravamo lì in uno degli attacchi sono morti due operai del porto, perché è stato colpito un pezzo del porto, poco lontano da dove eravamo noi”.

La manifestazione aveva una doppia richiesta: Da una parte, l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, dall’altra l’ingresso dell’Europa in Ucraina per proteggere i cieli dagli attacchi che arrivano tutti i giorni”. È una formula che riassume bene l’impianto politico di Europa Radicale: l’Ucraina non come periferia da assistere, ma come linea avanzata della sicurezza europea. E a questo si lega anche un’altra richiesta, più giuridica e simbolica: “Abbiamo ribadito la necessità di un processo ai criminali di guerra”.

Dal fronte ucraino al fronte italiano il passo, nel ragionamento di Boni, è diretto. Per lui non sono due storie diverse, ma due facce della stessa aggressione. Ed è qui che si inserisce la nozione di “peste putiniana”. La spiegazione che ne dà è chiarissima: “L’obiettivo politico e comunicativo è far vedere che c’è un regolamento europeo che vieta la proiezione di documenti di Russia Today e che li vieta perché Russia Today è il principale organo di propaganda del Cremlino che viene utilizzato per diffondere in Occidente semplicemente delle menzogne”.

Non si tratta, insiste, di una divergenza di opinioni. “Non è una questione di opinioni. Si può avere un’idea diversa su come arrivare alla pace, ma qui siamo davanti alla costruzione di una realtà alterata, finalizzata a imporre una verità storica che dei fatti non ha nulla”. La cartina dell’Italia elaborata da Europa Radicale, nelle sue parole, serve a questo: “Fa vedere dove sono stati proiettati documenti di Russia Today in violazione del regolamento”. Per lui il nodo è soprattutto istituzionale: “Le istituzioni italiane, e in alcuni casi anche amministrazioni comunali o soggetti privati, hanno di fatto consentito la proiezione di materiali vietati in tutto il territorio dell’Unione Europea”. Su questo punto Boni non lascia spazio a sfumature: non vede in quelle proiezioni semplici iniziative culturali, ma veri e propri “droni contro il nostro Paese”. È il lessico della guerra trasferito sul piano informativo: una formula dura, radicale, ma coerente con la sua lettura del conflitto e della propaganda russa in Italia. Sul piano numerico, l’associazione sostiene di aver censito quasi duecento episodi nell’ultimo anno e di averne fatti annullare una parte grazie a segnalazioni, pressioni istituzionali e interventi pubblici.

Il dialogo entra poi nel vivo dello scontro italiano sulle narrazioni della guerra, soprattutto a partire dalle posizioni del professor Angelo d’Orsi. Ed è qui che emerge in modo più netto il contrasto tra due letture incompatibili: da una parte quella di chi denuncia la rimozione della storia del Donbass e delle sofferenze delle popolazioni russofone; dall’altra quella di Boni, che considera questa chiave di lettura una delle principali matrici della propaganda russa. Quando gli viene chiesto se tutta questa mobilitazione di Europa Radicale non finisca per colpire la libertà di parola, Boni risponde senza esitazione: “Assolutamente no”. E subito precisa: “La libertà di parola che cosa vuol dire? Chiunque può dire la propria opinione. Su questo non c’è dubbio”.

Il suo punto, ancora una volta, è la distinzione tra parola e piattaforma, tra opinione e diffusione di prodotti RT. “Non è la questione di dire a d’Orsi che non può parlare, non può dire le sue, dal mio punto di vista, castronerie. Il problema è che le istituzioni italiane hanno consentito la proiezione di documenti che sono vietati”. Nella sua ricostruzione, l’argomento della censura è addirittura capovolto. “Il vero paradosso - osserva Igor Boni - è questo: d’Orsi, Di Battista, Travaglio e Barbero, ospiti pressoché quotidiani delle televisioni italiane, denunciano nei nostri confronti un’azione di censura, mentre noi, come chiunque può verificare, in quei dibattiti non compariamo mai”.

Anche sugli episodi torinesi contestati a d’Orsi, Boni respinge l’idea stessa di censura. Il fatto che una sala privata o confessionale scelga di non concedere uno spazio, nella sua lettura, non equivale a comprimere la libertà di espressione. “Il Polo del ’900 di Torino, ad esempio, non è un luogo dove si va a dire qualsiasi cosa: ha delle regole, è un’istituzione pubblica”. E aggiunge: “Se va al Circolo Arci, non c’è nessun problema, se va in qualsiasi posto, in piazza, non c’è nessun problema”. La sua conclusione è secca, quasi brutale nella sua linearità: “Nessuno gli ha imposto di togliergli la sala. I Salesiani sono padroni della sala, decidono se darla o non darla”.

Uno dei passaggi più forti del nostro dialogo riguarda i giornalisti Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso, due nomi spesso ricorrenti nei dibattiti sul Donbass e nelle contestazioni relative agli eventi in Italia. Nel dossier pubblico di Europa Radicale, Lorusso figura tra i relatori più ricorrenti, mentre Lucidi compare più volte tra gli ospiti presenti o collegati. Quando gli viene sottoposto il caso del ragazzo di Recanati, che avrebbe organizzato durante un’autogestione scolastica un collegamento con Lucidi e Lorusso ponendo domande sul mestiere del corrispondente di guerra e non sulla politica russa, Boni distingue formalmente il contenuto dell’intervista dal problema politico di fondo, ma resta fermissimo sul profilo dei due ospiti. “Andrea Lucidi lavora per Russia Today”, osserva l’interlocutrice. E rilancia: “Lucidi e Lorusso sono due emissari di Russia Today e del Cremlino e lo sono a tutti gli effetti e quindi sono armi di propaganda del Cremlino”.

È una definizione pesante, che segna il tono di tutto il confronto. Per Boni il problema non è la singola domanda sul giornalismo di guerra, ma il fatto che  “vadano in una scuola, sembra contraddittorio, è una cosa fuori di testa”. Poi usa un paragone storico volutamente estremo: “È come se, durante la Seconda guerra mondiale, in un Paese non ancora occupato dai nazisti, si fossero invitati nelle scuole sostenitori del regime hitleriano”. È qui il suo intento si fa mobilitante, persino allarmato, restituendo con precisione la postura politica di Europa Radicale: la convinzione che l’Italia stia sottovalutando la portata di ciò che considera una penetrazione ideologica orchestrata da Mosca.

Il nostro dialogo affronta poi il terreno più scivoloso e divisivo: il Donbass, i morti dal 2014, le sofferenze delle popolazioni russofone, la parola “genocidio”. Quando viene evocata l’idea che prima del 2022 la situazione nell’est dell’Ucraina non fosse “così rosea”, Boni non nega che vi siano stati morti e scontri, ma respinge totalmente la cornice interpretativa che li presenta come prova di un genocidio antirusso e subito taglia netto: “Non c’è stato alcun genocidio. Il genocidio è una parola importante, non è qualche morto”. E quando gli si chiede perché non si parli più di queste cose, risponde con durezza: “Sono cose che vengono raccontate dalla propaganda russa”.

Poi amplia il ragionamento: “È stato detto: è stata vietata la lingua russa, falso. Vediamo la legge che ha vietato la lingua russa in Ucraina, dov’è scritto? Zelenskij parlava russo prima della guerra”. E arriva alla conclusione più drastica: “Le violazioni sui diritti umani delle lingue russofone nell’est dell’Ucraina sono semplicemente palle”. Qui è importante registrare bene il piano del discorso. Boni non si limita a contestare l’uso della parola “genocidio”: considera l’intera narrazione sul Donbass come vittimizzazione etnica dei russofoni una costruzione della propaganda russa, una matrice narrativa replicata, a suo dire, già in altri contesti. “È sempre lo stesso schema”, dice. Cita la Georgia, l’Ossezia, l’Abkhazia, la Transnistria, la Finlandia del 1939 e perfino il meccanismo hitleriano dell’invasione in nome delle popolazioni germanofone. L’idea è che Mosca usi da decenni la tutela delle minoranze linguistiche come dispositivo di espansione. Per questo, quando ricostruisce la sequenza del 2014, Boni la descrive così: “Nel 2014 è stata fatta un’invasione militare della Crimea ed è stata aperta una guerra in Donbass con paramilitari pagati da Mosca che ha prodotto più di 10.000 morti, in una guerra che ha visto l’esercito ucraino cercare di difendere il proprio territorio dai separatisti filorussi”.

Il dialogo si sposta quindi su un altro piano, forse il più scivoloso: quello del clima emotivo e mediatico che avvolge la guerra. Chi sostiene l’Ucraina, o si riconosce in reti vicine a quella causa, viene spesso rappresentato come aggressivo, insofferente al dissenso, incapace di dialogare. Boni non nega affatto che esistano reazioni dure, ma le inscrive dentro una dimensione traumatica. “L’aggressività c’è”, riconosce. “Se io scrivo un post a sostegno dell’Ucraina, sotto leggo anche lo spavento, l’aggressività mediatica dei filorussi. E anche viceversa, è questo il problema”. Ma subito dopo sposta il baricentro del discorso su ciò che per lui conta davvero: la distanza abissale tra la violenza vissuta da chi la guerra l’ha attraversata e la brutalità, tutta verbale, con cui quella stessa esperienza viene poi ridotta, relativizzata o rimessa in discussione.

Ci sono ucraini che hanno perso tutto, che hanno le famiglie distrutte, l’esistenza spezzata, che sono stati costretti a fuggire”, osserva Boni. E aggiunge: “Di fronte a chi dice delle falsità, se sei tu l’oggetto di quella falsità, la reazione può essere diversa dalla mia, che cerco di spiegare, magari usando il sarcasmo o rispondendo punto su punto”. Poi arriva una frase, dura: Questa roba ha fatto un milione di morti”, dice, riferendosi al bilancio complessivo della guerra tra soldati russi, soldati ucraini e civili, sono stati rapiti 20.000 bambini. Anche su questo terreno Boni non lascia margini di ambiguità: ai suoi occhi, chi relativizza o riporta costantemente il discorso sul Donbass non sta facendo opera di ricostruzione storica, ma finisce per attenuare la percezione dell’orrore. Per lui non si tratta di una disputa accademica, bensì di una tragedia umana concreta, fatta di esistenze spezzate e famiglie travolte dalla guerra. “Stiamo parlando di vite che sono state distrutte, di decine di migliaia”. È anche per questo che le reazioni durissime di alcune comunità ucraine o di chi, in Italia, sostiene con forza la loro causa non gli appaiono come un modello di confronto pubblico, ma come l’eco ancora viva di una ferita che non si è mai chiusa.

Un altro nodo affrontato durante la nostra conversazione riguarda i rapporti tra Europa Radicale e l’ambasciata ucraina. D’Orsi aveva evocato contatti, coordinamenti o interlocuzioni. Boni conferma i contatti istituzionali ma nega qualsiasi forma di sostegno strutturato o regia esterna. “Con l’ambasciata ucraina abbiamo avuto contatti, certo”, dice, ma subito precisa: “Non abbiamo avuto nessun sostegno dall’ambasciata ucraina, ecco, questo sì”. Anzi, aggiunge quasi con amarezza: “Magari ci fosse sostegno maggiore…”. La differenza che vuole marcare è simbolica e politica insieme. “Il confronto è tra d’Orsi che partecipa a Mosca alla celebrazione di Russia Today, alla presenza di Putin, e noi che ci caliamo nei rifugi, mentre Putin manda le bombe”, un tono netto, quasi una sorta di linea di separazione morale prima ancora che politica.

Tornando alla “peste putiniana”, Boni insiste più volte su una tesi: l’Italia sarebbe, rispetto ad altri Paesi europei, particolarmente esposta alla penetrazione della propaganda russa. Il dossier di Europa Radicale usa proprio questa formula, e la presentazione pubblica del marzo 2026 l’ha rilanciata apertamente.  Nel dialogo, lui lo dice così: “Questo è il segno tangibile di come l’Italia sia un po’ il ventre molle d’Europa rispetto alla propaganda russa”. Per il presidente di Europa Radicale, in Italia si continua a scambiare per dibattito ciò che invece considera “una narrazione che è completamente falsa”. E lo si fa, aggiunge, in un ambiente televisivo e mediatico in cui alcune voci sono onnipresenti e altre quasi assenti. “Barbero, d’Orsi, Travaglio vivono in televisione. Io non ci sono. E dov’è la censura?”.

Quando gli viene chiesto quale impressione umana gli abbia lasciato il viaggio, risponde così: “C’è un tessuto sociale che resiste e che esiste e che resiste”. Non credo che la ripetizione sia stata un inciampo, piuttosto quasi una definizione. È quel che vede nel volontariato delle donne che preparano reti anti-drone usando reti da pesca, negli aiuti, nei piccoli supporti logistici, nelle vite che non hanno scelto l’eroismo ma si trovano costrette a praticarlo. Alla fine, ciò che lo colpisce di più è forse proprio l’assenza di un desiderio di resa. “Hanno tutti lo stesso sentimento”, dice riferendosi alle persone incontrate, dai tassisti ai camerieri, dagli studenti agli attivisti. “Non è pensabile che finisca male la guerra. È impensabile perché alla fine ci si gioca tutto per tutto”. In questa frase c’è il cuore della sua lettura dell’Ucraina contemporanea: non un popolo idealizzato, non una massa senza contraddizioni, ma una società che, dopo tutto ciò che ha visto, non crede di avere un’alternativa davvero praticabile alla resistenza.

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