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Chi decide quando torna la luce a Cuba, nell’isola dai colori accesi e dall’energia negata

Tra la stretta energetica degli Stati Uniti e gli aiuti di Russia, Cina, Messico e una rete internazionale di convogli umanitari, la crisi dell’isola diventa una partita geopolitica globale

Chi decide quando torna la luce a Cuba, nell’isola dai colori accesi e dall’energia negata

L’Avana si spegne lentamente, come una città che non vuole arrendersi alla notte. Non c’è un’esplosione che segna l’inizio della crisi, né un momento preciso in cui tutto cambia. La luce si ritira quasi con discrezione, arretra lungo le strade, scompare dai balconi, si spegne nei corridoi degli ospedali dove il tempo sembra sospeso. I ventilatori rallentano, i frigoriferi smettono di funzionare, e la notte si insinua nelle ore del giorno fino a diventare presenza costante.

A marzo 2026 il sistema elettrico nazionale cubano collassa più volte nell’arco di poche settimane. Il 21 marzo, come riporta Reuters, la rete cede per la seconda volta in sette giorni, segnando il terzo blackout nazionale del mese. Nei giorni precedenti, Associated Press aveva documentato che oltre dieci milioni di persone erano rimaste senza elettricità contemporaneamente, in un evento che ha colpito indistintamente città e aree rurali.

Non è un incidente: è il risultato visibile di una crisi che si muove altrove.

Per comprenderla bisogna seguire una traiettoria invisibile fatta di petroliere che non arrivano, accordi che si interrompono e decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza. Il punto di rottura arriva tra gennaio e febbraio, quando si spezza il legame energetico tra Cuba e il Venezuela. Dopo la caduta del presidente Nicolás Maduro, storico alleato dell’Avana, gli Stati Uniti bloccano le forniture di greggio venezuelano e minacciano sanzioni contro qualsiasi Paese disposto a sostituirle.

Il 13 marzo il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ammette pubblicamente la portata della crisi“Da tre mesi a Cuba non arriva più carburante”, spiegando che la rete elettrica è diventata sempre più instabile a causa del crollo delle riserve. Pochi giorni dopo, Reuters conferma che dall’inizio dell’anno l’isola ha ricevuto soltanto due piccole spedizioni di petrolio, un dato che fotografa con precisione il passaggio dalla carenza al collasso, di “oil chokehold”, una stretta energetica che non si limita a danneggiare l’economia, ma impedisce allo Stato di funzionare. Non si tratta più soltanto di embargo: è una pressione mirata, costruita attorno alla vulnerabilità energetica.

Le conseguenze si manifestano nella vita quotidiana con una forza che non lascia spazio a interpretazioni. Gli ospedali rallentano le attività, gli interventi chirurgici vengono rinviati, i sistemi idrici smettono di funzionare con regolarità. Il viceministro cubano dell’Energia e delle Miniere, Argelio Abad Vigo, ha dichiarato che l’isola è rimasta per oltre tre mesi senza diesel, benzina, fuel oil e gas di petrolio liquefatto, cioè senza gli elementi essenziali per alimentare l’intero sistema. Nello stesso quadro, le Nazioni Unite stimano la necessità di almeno 94 milioni di dollari per evitare un peggioramento della crisi umanitaria.

Nel vuoto lasciato dal petrolio venezuelano, il primo attore a intervenire sul terreno più critico - quello dell’energia - è la Russia. Il 25 marzo scorso il ministro dell’Energia Sergej Tsivilev ha dichiarato che Mosca continua a fornire carburante e aiuti umanitari all’isola, riconoscendo apertamente che Cuba si trova in una situazione estremamente difficile a causa della pressione sanzionatoria. Già il 9 febbraio, sempre secondo Reuters, il Cremlino aveva definito “critica” la situazione energetica cubana, mentre il portavoce Dmitrij Peskov aveva parlato della necessità di valutare possibili opzioni di supporto.

Dalle dichiarazioni ai fatti. A metà marzo, una petroliera russa carica di centinaia di migliaia di barili di greggio diretta verso Cuba diventa un caso internazionale. Secondo il Washington Post, la nave, capace di garantire settimane di energia all’isola, si trasforma in un test diretto della volontà di Mosca di sfidare la pressione americana. Ma la realtà è meno lineare di quanto sembri: mentre alcune petroliere vengono segnalate in arrivo e almeno una, secondo dati di tracciamento, potrebbe aver scaricato carburante all’Avana, altre cambiano rotta all’ultimo momento lasciando Cuba senza rifornimenti. Più che una consegna, quella del petrolio diventa una partita aperta, incerta, continuamente negoziata. L’energia smette così di essere una risorsa e si trasforma in una linea mobile di confine geopolitico.

Parallelamente, la Cina si muove su un piano diverso, meno visibile ma più strutturale. Pechino sta rafforzando la propria presenza sull’isola attraverso il settore delle energie rinnovabili, trasformando la crisi in un’opportunità strategica. Le esportazioni di tecnologia solare cinese verso Cuba sono passate da circa 5 milioni di dollari nel 2023 a oltre 100 milioni nel 2025, mentre più della metà dei 92 parchi solari promessi è già entrata in funzione. Secondo Dave Jones, analista energetico, il solare potrebbe arrivare a coprire circa il 10% della produzione elettrica dell’isola.

Ma il dato più significativo emerge dalle analisi geopolitiche. Evan Ellis, professore allo U.S. Army War College, sostiene che il supporto cinese non sarà sufficiente da solo a compensare la pressione americana, ma evidenzia come Pechino abbia un interesse strategico nel mantenere un alleato politico a pochi chilometri dagli Stati Uniti. Yanran Xu, docente alla Renmin University, sottolinea invece che la Cina è consapevole della delicatezza del contesto, ma considera inevitabile la sovrapposizione tra interessi economici e obiettivi geopolitici.

Nel frattempo, altri attori intervengono in modo più limitato. Il Messico continua a inviare aiuti umanitari, mentre una rete internazionale di attivisti organizza convogli per aggirare il blocco. Il 24 marzo, una nave del convoglio “Nuestra América” arriva all’Avana con pannelli solari, cibo e medicine, coinvolgendo partecipanti provenienti da oltre trenta Paesi. Tra i soggetti coinvolti figurano governi, organizzazioni civili e gruppi internazionali, ma il volume degli aiuti resta insufficiente rispetto al fabbisogno reale.

Gli Stati Uniti mantengono una posizione ambivalente. Da un lato guidano la pressione energetica, minacciando sanzioni e dazi contro chiunque venda petrolio a Cuba; dall’altro sostengono programmi di assistenza umanitaria limitata. È una doppia linea che contribuisce a contenere gli effetti più immediati della crisi, ma allo stesso tempo ne rafforza le cause strutturali.

A questo quadro si aggiunge un elemento esterno che aggrava ulteriormente la situazione: l’aumento dei prezzi globali del petrolio legato al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Reuters collega esplicitamente il blackout cubano all’impennata dei prezzi energetici causata dalla guerra, evidenziando come le tensioni in Medio Oriente abbiano ridotto ulteriormente la capacità dell’isola di accedere a carburante a costi sostenibili. Israele non interviene direttamente su Cuba, ma contribuisce a un contesto globale che rende la crisi ancora più difficile da gestire.

Cuba si ritrova così al centro di una tripla pressione. Quella americana, che utilizza l’energia come leva per forzare un cambiamento politico. Quella russa, che interviene direttamente sul carburante per ristabilire una presenza strategica nei Caraibi. E quella cinese, che costruisce una dipendenza di lungo periodo attraverso infrastrutture e investimenti.

Il blackout, in questo scenario, smette di essere un evento tecnico e diventa un linguaggio per raccontarci un mondo in cui l’energia è potere, le crisi sono strumenti e la sopravvivenza, con frammenti di umanità lasciati ai margini, può trasformarsi in leva negoziale. Quando le luci si spengono, resta quindi il silenzio ma a Cuba quel silenzio è pieno di decisioni prese altrove, di rotte interrotte, di aiuti che arrivano sempre con un significato che va oltre la solidarietà. Ed è in questo contesto che il buio cambia natura, diventando subdolamente parte della strategia.

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