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Esteri
16 Marzo 2026 - 13:16
La guerra non si combatte più soltanto nelle città sventrate dai missili o nelle linee del fronte. Si combatte anche nei registri delle imprese, nei decreti presidenziali e nelle catene di approvvigionamento che alimentano la macchina militare. Ma attraversa anche la cultura e lo sport, trasformando spazi che un tempo erano considerati neutrali in nuovi campi di battaglia simbolici.
Basti pensare al caso del padiglione russo alla Biennale di Venezia, chiuso dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022 e diventato negli anni successivi uno dei simboli più evidenti dello scontro culturale tra Mosca e l’Occidente. L’ipotesi di una sua futura riapertura ha riacceso polemiche e pressioni politiche, anche sul fronte dei finanziamenti europei alle istituzioni culturali che ospitano rappresentanze russe, mentre nel dibattito pubblico sono intervenute figure del mondo culturale e giornalistico, tra cui Pietrangelo Buttafuoco.
È su questo terreno, sempre più ampio e simbolico, che Kiev ha deciso di colpire ancora. Il 15 marzo 2026, l’ufficio del presidente ucraino ha annunciato che Vladimir Zelenskij ha firmato due decreti presidenziali che rendono operative le decisioni del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina su un nuovo pacchetto di sanzioni contro cittadini e imprese russe e iraniane collegate al complesso militare-industriale russo.
Nel comunicato ufficiale si precisa che le misure riguardano 130 persone fisiche e 48 soggetti giuridici, ritenuti coinvolti nella filiera industriale e tecnologica che sostiene l’aggressione militare contro l’Ucraina. Le nuove sanzioni non sono simboliche: Kiev ha deciso di prendere di mira la struttura produttiva che consente alla Russia di sostenere l’offensiva militare.
Secondo il comunicato pubblicato sul sito presidenziale ucraino, tra i soggetti colpiti figurano aziende coinvolte nella produzione e nella fornitura di componenti per i sistemi di navigazione satellitare della serie Kometa, utilizzati – si legge nella nota ufficiale – in droni russi, missili da crociera e balistici, munizioni guidate e aerei militari impiegati negli attacchi contro città e infrastrutture ucraine. Il pacchetto colpisce inoltre imprese legate alla produzione del sistema missilistico Orešnik, uno dei progetti industriali che, secondo Kiev, contribuiscono al rafforzamento dell’arsenale russo.
I decreti presidenziali stabiliscono inoltre che il Ministero degli Esteri ucraino dovrà informare i partner internazionali e sollecitare l’adozione di misure analoghe da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di altri Paesi alleati, nel tentativo di coordinare e ampliare la pressione economica contro Mosca. Le sanzioni non riguardano soltanto la Russia: una parte significativa delle misure colpisce anche la cooperazione militare tra Mosca e Teheran.
Secondo la presidenza ucraina, nell’elenco figurano società e cittadini iraniani coinvolti nella produzione di droni e missili iraniani, oltre a persone che avrebbero contribuito ad avviare e ampliare la produzione dei droni Shahed in territorio russo. Inoltre, riguardano anche istruttori iraniani che, secondo Kiev, avrebbero addestrato operatori russi nell’utilizzo di questi droni, successivamente impiegati negli attacchi contro città ucraine e infrastrutture energetiche.
A commentare la decisione è stato Vladyslav Vlasiuk, consigliere presidenziale ucraino per la politica sanzionatoria. Nel comunicato ufficiale del 15 marzo Vlasiuk ha dichiarato che “i complessi militari-industriali russo e iraniano sono interconnessi da tempo” e che il nuovo pacchetto di sanzioni mette in luce “i partecipanti chiave coinvolti nella produzione di armi utilizzate per gli attacchi della Russia contro l’Ucraina e dell’Iran contro molti Paesi”. Nella stessa dichiarazione ha aggiunto che “il mondo deve fare molto di più per spezzare queste catene di approvvigionamento, in particolare quelle dei componenti critici, e contrastare efficacemente questa cooperazione”.
Il punto più controverso, quasi surreale, del provvedimento riguarda però lo sport. Nel comunicato ufficiale pubblicato dalla presidenza ucraina si legge che una seconda decisione sanzionatoria riguarda dieci paralimpici russi, accusati dalle autorità di Kiev di aver sostenuto la guerra o di aver preso parte all’aggressione contro l’Ucraina.
Secondo la presidenza, “tutti loro hanno partecipato alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, diffondono propaganda russa e utilizzano gli eventi sportivi come piattaforma per ripulire i crimini e l’occupazione russi”. Al momento, tuttavia, l’elenco completo dei dieci atleti non è stato diffuso integralmente nelle principali agenzie internazionali, mentre nei database ucraini dedicati al monitoraggio delle sanzioni e nei dossier dell’intelligence militare sono stati citati negli ultimi anni diversi atleti paralimpici russi accusati di aver combattuto o sostenuto pubblicamente la guerra.
Tra i nomi comparsi in queste indagini figurano, ad esempio, lo schermidore paralimpico Andrej Demčuk, il fondista plurimedagliato Sergej Šilov, l’atleta e veterano di guerra Sergej Burlakov e il parascheridore Vladyslav Šynkar, indicato in alcuni dossier come membro di unità militari russe. Tuttavia, non tutti questi nomi risultano al momento confermati ufficialmente come parte dei dieci atleti inseriti nel decreto presidenziale del 15 marzo. È una formulazione durissima, destinata a riaprire il dibattito internazionale sul ruolo dello sport nei conflitti geopolitici.
Dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022, il mondo sportivo è diventato uno dei terreni più visibili dello scontro politico tra Mosca e l’Occidente. Il Comitato Paralimpico Internazionale, nel settembre 2023, ha sospeso i comitati paralimpici di Russia e Bielorussia, consentendo tuttavia la partecipazione di singoli atleti come “neutral athletes” (AIN), cioè senza bandiera né simboli nazionali. Questa soluzione ha però alimentato tensioni politiche costanti. Kiev sostiene infatti che la Russia utilizzi lo sport come strumento di propaganda internazionale, mentre molte organizzazioni sportive difendono il principio della neutralità dello sport rispetto alla politica.
La decisione ucraina di sanzionare direttamente atleti paralimpici segna una rottura significativa nel rapporto tra sport e politica. Secondo Kiev, la neutralità sportiva non può essere invocata quando gli atleti sostengono apertamente l’aggressione militare o partecipano alla propaganda dello Stato aggressore. Una posizione che riapre il dibattito internazionale su un punto delicato: fino a che punto un atleta può esprimere opinioni politiche senza che queste abbiano conseguenze sul piano sportivo o diplomatico.
Questa scelta apre però anche un interrogativo più ampio sul futuro dello sport internazionale. Per decenni le istituzioni sportive hanno cercato di difendere il principio della separazione tra competizione atletica e conflitti politici. Le sanzioni personali contro singoli atleti introducono invece una logica diversa: la responsabilità non riguarda più soltanto Stati o federazioni sportive, ma direttamente gli sportivi. Un precedente che potrebbe avere conseguenze significative nell’equilibrio del sistema sportivo globale, dove il confine tra libertà di espressione, propaganda e responsabilità pubblica rischia di diventare sempre più difficile da definire.
In altre parole, sembrerebbe proprio che allo sportivo si stia chiedendo di restare atleta e non cittadino, di portare in campo il proprio corpo ma non le proprie convinzioni. Una richiesta che tocca la dimensione identitaria: quella in cui chi gareggia non è soltanto un corpo in movimento, ma anche una coscienza che pensa e prende posizione, persino sotto i riflettori delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi.
Industria, tecnologia, diplomazia, informazione, cultura e sport sono diventati tutti fronti di uno stesso confronto geopolitico. Colpendo aziende, ingegneri, intermediari tecnologici e perfino atleti, Kiev tenta di inviare un messaggio preciso: nessun elemento della rete che sostiene l’aggressione russa può considerarsi fuori dal campo della responsabilità politica.
In questo scenario, la linea del fronte non passa soltanto tra le trincee del Donbass o nei cieli attraversati dai droni: a volte passa dentro una fabbrica, a volte dentro una istituzione culturale, a volte, perfino, sul podio di una competizione internazionale.
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