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BRUSASCO. Il giro in quelle due stanze è un viaggio fuori dal tempo

BRUSASCO. Il giro in quelle due stanze  è un viaggio fuori dal tempo

Danilo Tebenghi

BRUSASCO. Il tempo è senz’altro la cosa più preziosa che l’essere umano possiede. Quando scorre, dà la misura di noi stessi, di ciò che siamo, della direzione che prendiamo, dell’amore che impieghiamo nelle decisioni. L’essere umano è fatto di tempo, dei suoi errori che lo formano, delle paure che impediscono di viverlo, delle vittorie che si ottengono proprio sul tempo, degli amori che si scommettono contro il tempo, come desiderio che non finiscano mai mentre tutto finisce, che non cambino mai mentre tutto intorno cambia.

Spesso però l’uomo viene sopraffatto dal tempo, arrivando a non essere pienamente padrone del proprio tempo.

Il tempo lo si riempie di tante cose, come fosse una sacca da viaggio, quando forse bisognerebbe fare l’operazione inversa, cioè svuotarlo.

Con che cosa lo si riempie, il tempo?

Per cercare queste e altre risposte, abbiamo intrapreso un viaggio nel tempo, visitando un luogo che è letteralmente un Tempio del Tempo, il Museo del Tempo di Mario Tebenghi.

Mario è un uomo nato e vissuto nelle vecchie botteghe, luoghi imperniati di esercizio, di emulazione, di scambio di esperienze. Sudore e passione, ecco di cosa ha bisogno l’uomo per impadronirsi del proprio tempo.

La passione è uno strumento potente, e se si è fortunati, si incontra qualcuno capace di insegnare a coltivarla ed amarla.

Danilo, il figlio di Mario, mi racconta di suo padre e di una storia d’altri tempi. È un piacere stare ad ascoltare Danilo, respiro passione, perché tutte quelle opere sono senz’altro il frutto di una passione. La stanza viene pervasa dalla musicalità della sua voce, e chissà se possa ancora trovare spazio la passione nella vita degli uomini. 

Mio papà da bambino andò a fare il garzone da Cichin, il sacrestano del paese”, ripetendo “mio papà”, perché c’è una netta differenza nel pronunciare mio padre e mio papà; papà si usa quando davanti non si ha un estraneo e anche perché si prova un sentimento ancora intatto, perché Danilo lo sa bene che finché vivrà, sarà il figlio di Mario. Io mi sento lusingato, non so neppure perché, forse perché non avendo più mio padre, è forte dentro me il desiderio, ormai impossibile, di essere ancora suo figlio.

Ecco, mi dico, a chi dobbiamo essere grati se Mario ha sviluppato la passione delle meridiane, a quel sacrestano, perché una volta gli uomini si tramandavano la passione, l’amore per una professione. Grazie alla passione che il suo maestro è riuscito a infondergli, Tebenghi ha abbellito il mondo con le sue meridiane.

E sento che i miei occhi si commuovono, come ogni volta che incontrano qualcosa perduto per sempre, quelle perle che l’uomo possedeva e che oggi sembrano appartenere appunto, a un’altra epoca.

Il giro in quelle due stanze è un viaggio fuori dal tempo. A ogni mia parola, come un bambino ansioso di far vedere a qualcuno un suo oggetto prezioso, Danilo si volta, apre un’anta di un armadio, tira fuori una cartellina, e mi mostra articoli di giornale, folder con i disegni di prova delle meridiane del padre e foto. È una mole di materiale infinita quella presente all’interno di degli armadi. Ripiani colmi di cataloghi divisi per argomento, con una cura certosina. Mi aggiro in un luogo pieno di oggetti costruiti con le mani e non posso che sentire un rispetto smisurato per Mario Tebenghi e per Danilo, fiero di tutto quel lavoro realizzato da suo padre. Mario custodiva dentro gli insegnamenti del sacrestano, non li aveva mica dimenticati, ma come si fa a scordarsi della passione, quella, ti entra dentro, scorre dentro te come la linfa grezza dentro gli alberi, e ti alimenta quotidianamente, le mani sono foglie che fotosintetizzano ciò che si tramanda.

Queste nostre mani sono una medicina contro il dolore, la parte del corpo che ci aiuta più d’ogni altra a superare un trama. 

Questo viaggio è anche un viaggio dentro me, perché trovo qualcosa che mi porto dentro in ogni angolo di questo magico posto, ecco si, sono quasi una magia quelle meridiane, che mi guardano e mi raccontano la storia del tempo, una storia d’altri tempi.

Poi Danilo, forse accortosi dello stato fantastico nel quale mi ritrovo, riprende a parlare, o forse non ha mai smesso, forse il mio fantasticare era cullato dai suoi racconti, la voce di Danilo, che pensavo di non sentire quasi, ha fatto breccia dentro di me, altrimenti non si spiegherebbe quello che mi ha lasciato nel cuore. 

Danilo non ha preso dal padre la passione per le meridiane, ma sta custodendo e catalogando ogni singolo foglio sul quale il padre ha posato la matita.

È la passione a fare la differenza.

Il tempo è prezioso, ecco come riempirlo, di passione, di lavoro duro, manuale, che fa tanto bene alla mente.

Sono costernato della tanta bellezza che quel posto emana, si sente quasi il profumo del sudore di Mario su quei fogli e in quei racconti.

Mario è sempre sorridente nelle foto, e certo, mi dico, è sempre la passione e l’amore che ci regala il sorriso nonostante la fatica, oggi scambiamo per miracolo ciò che un tempo era la regola.

Oggi ci cibiamo di una piatta meccanica dell’egoistica e molto dannosa scelta della strada più facile, che ha soppiantato per sempre le vecchie regole artigianali, regole che l’uomo si è tramandato nei secoli, regole che richiedono dedizione, esperienza, pratica, impegno. Saper impastare fatica, sudore e sacrificio con la passione, questa è la magia dell’uomo, e questa magia che l’uomo ha tra le mani, si chiama amore.

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