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Allarme siam fascisti... Un secolo fa la marcia su Roma

Allarme siam fascisti... Un secolo fa la marcia su Roma

Squadre fasciste si dirigono alla volta di Roma

Cento anni ci separano da quel 28 ottobre 1922 che vide le camicie nere, all’indomani della grande adunata di Napoli (24 ottobre) e nel disfacimento dei poteri statali, marciare su Roma per imprimere una soluzione di forza alla crisi politica che attanagliava l’Italia. Come ha dichiarato recentemente lo storico Emilio Gentile, già allievo di Renzo De Felice, si trattò di «una duplice azione contro lo Stato». Ne furono protagonisti, da una parte, le squadre armate che occuparono le prefetture, le questure e le stazioni ferroviarie; le istituzioni e i politici, dall’altra, che trattarono segretamente con Benito Mussolini. Sulla Marcia, gli antefatti e le conseguenze sono disponibili numerosi e affidabili testi, opera di studiosi italiani e stranieri, alcuni usciti negli ultimi tempi. Meno noto è ciò che accadde in quegli stessi giorni nelle diverse città della penisola e anche nei borghi minori. Emblematico, fra gli altri, è il caso di Settimo Torinese, centro industriale di non insignificante rilievo. Il Comune era allora amministrato da una maggioranza socialista, in piena crisi a causa dei contrasti intestini, della scissione comunista (gennaio 1921) e dell’annoso scontro fra le due componenti del partito: i riformisti e i massimalisti. Le divergenze all’interno della sinistra si erano tradotte in una forte astensione alle elezioni politiche del 15 maggio 1921: solo il 62,6 per cento dei settimesi si era recato alle urne. La minoranza liberalcattolica sosteneva di non riuscire a svolgere la propria funzione di controllo e di critica poiché continuamente dileggiata e intimidita dagli avversari politici, persino durante le sedute consiliari a cui il pubblico assisteva vociando. La bandiera rossa al balcone del municipio, quando si riuniva l’assemblea civica, mandava su tutte le furie coloro che non si riconoscevano nella sinistra di classe. Aggravandosi il contrasto, buona parte dell’opposizione finì per rassegnare il mandato nelle mani del prefetto di Torino, denunciando i metodi poco democratici della maggioranza. Il sindaco Luigi Raspini non attribuì alcuna importanza all’eclatante gesto e ritenne che non fosse il caso di convocare il consiglio.  La dirigenza di sinistra sembrava ignorare che, così facendo, avrebbe offerto un ottimo pretesto ai fascisti per scatenarsi contro l’odiata giunta rossa. La posizione politica di quest’ultima s’indebolì ulteriormente dopo il diciannovesimo congresso del Psi che si aprì a Roma il 1° ottobre 1922 per concludersi con l’espulsione dei riformisti, i quali diedero vita al Partito socialista unitario, guidato di Giacomo Matteotti. Il provvedimento colpì anche Raspini, il quale si trovò a capo di una maggioranza svigorita e pericolosamente esposta all’attacco degli avversari. La situazione era matura per ulteriori sviluppi. Accadde a Settimo Torinese Il 27 ottobre 1922 si dimise il governo presieduto dal pinerolese Luigi Facta, mentre un proclama del quadrunvirato fascista (Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi) annunciò che un’ora decisiva stava per scoccare. A Torino, l’indomani, fu organizzato un corteo con comizio in piazza San Carlo, senza che si registrassero incidenti di rilievo, mentre due squadre armate comuniste sfilavano nelle vie adiacenti. Solo il 29 ottobre gli squadristi presero a occupare le sedi operaie, devastando la redazione del quotidiano «L’Ordine Nuovo», organo del Partito comunista d’Italia. In tale contesto, il direttorio del Fascio torinese deliberò di procedere all’occupazione del municipio di Settimo e di costringere la giunta socialista a dimettersi. Nella notte fra domenica 29 e lunedì 30 ottobre, capeggiate da Francesco Merlo, un ex segretario della federazione di Torino, le squadre si mossero. Non appena il custode del palazzo ebbe aperto la porta, le camicie nere irruppero all’interno, misero a soqquadro gli uffici, frugando in ogni dove, ed esposero la bandiera tricolore al balcone. Prontamente avvertiti, alcuni militanti della sinistra si asserragliarono nella vicina Casa del popolo, ben decisi a difendere un edificio che era il simbolo del proletariato locale. L’indomani, come di consueto, il sindaco si presentò all’ingresso del palazzo civico. Raspini non era persona da lasciarsi facilmente intimidire: consapevole del proprio ruolo istituzionale, riteneva che non si dovesse in alcun modo cedere ai soprusi. Quando i fascisti cercarono d’impedirgli il passo, spintonandolo, si accese una gazzarra durante la quale il sindaco ricevette una manganellata al capo. L’intervento del vicebrigadiere Luigi Cattaneo, comandante dei locali carabinieri, valse a impedire ulteriori violenze. Intanto Merlo sbraitava che gli squadristi non avrebbero sgomberato il municipio finché gli amministratori di sinistra fossero rimasti in carica. Il sindaco cede i poteri Tutt’altro che infondato era il timore che gli squadristi, ricevendo rinforzi da Torino e da altrove, cercassero di prendere d’assalto la Casa del popolo. Fu allora che Cattaneo suggerì caldamente al sindaco di cedere i poteri in via provvisoria all’autorità militare, cioè ai carabinieri, assicurandogli che i fascisti si sarebbero ritirati in buon ordine. Nell’archivio storico della città si conserva un foglio indirizzato al «signor comandante la stazione dei reali carabinieri» e steso di pugno dal sindaco: «In seguito all’invito di dimissioni ed all’occupazione del municipio da parte di squadre fasciste e per evitare altri interventi, cedo i poteri alla autorità militare».
Settimo Torinese, l'attuale via Italia negli anni Venti del secolo scorso Settimo Torinese, l'attuale via Italia negli anni Venti del secolo scorso
Il sindaco di Settimo ignorava che il prefetto Carlo Olivieri, in quelle stesse ore, si accingeva a nominare un reggente temporaneo del Comune. Personaggio discusso, a Torino da un paio di mesi, Olivieri aveva fama di appoggiare e proteggere i fascisti. Nell’agosto di quell’anno, prefetto di Bari, aveva coordinato forze dell’ordine e reparti dell’esercito nell’occupazione della città vecchia, in mano ai socialisti, su richiesta di Giuseppe Caradonna, il capo del fascismo pugliese. Il funzionario destinato a Settimo era l’avvocato Mario Triccò, il figlio di Michele Triccò, ex segretario del Comune e presidente della Società militare di mutuo soccorso, sospeso dal servizio nel 1912 per decisione dei socialisti. In quelle stesse ore, Benito Mussolini accedeva al palazzo del Quirinale per sottoporre al re il proprio governo: ancora si pensava che fosse possibile normalizzare il fascismo, inalveandolo negli schemi della lotta parlamentare. A Luigi Raspini, stupito per il provvedimento di reggenza, non rimase che esprimere profonda amarezza al prefetto («protesto rispettosamente»). Il passaggio dei poteri all’autorità militare – ribadì il sindaco – non era stato che «uno stratagemma» definito di comune accordo coi carabinieri onde «risolvere felicemente una situazione difficile per l’ordine pubblico». «Resto al mio posto – proseguì – come lo fui ieri, malgrado i pericoli, invocando […] la revoca del decreto, dovuto certamente ad inesatte informazioni». Giunto a Settimo il 30 ottobre, il commissario prefettizio trovò il municipio chiuso e presidiato dai carabinieri. All’interno si trovavano il segretario e il suo vice, con una guardia comunale. Triccò reputò necessario mantenere il piantonamento, ma si assunse la responsabilità di aprire gli uffici. Quindi incontrò Raspini, i rappresentanti del Fascio e quelli della sinistra. «Da questi colloqui – scrisse al prefetto – mi risultò in modo non dubbio che un ritorno immediato degli attuali amministratori avrebbe provocato la rioccupazione del municipio per parte dei fascisti». «Da indagini praticate – si legge in un rapporto del vicebrigadiere Cattaneo – mi risulta che i fascisti […] sono decisi ad occupare e bruciare il municipio, la Casa del popolo e le cooperative socialiste. Dato il momento in cui ci troviamo e conoscendo i capi e i gregari, non escludo che ciò possa avvenire». Secondo il vicebrigadiere, inoltre, i socialisti manifestavano la ferma volontà di «resistere ad oltranza», senza «cedere ad imposizioni di sorta». Morte di uno squadrista Ormai Luigi Cattaneo riteneva conveniente che il prefetto sciogliesse il consiglio comunale. Senza supporre intese occulte tra fascisti e carabinieri, la sua arrendevolezza si spiega considerando che i rapporti tra la sinistra di classe e le forze dell’ordine non erano mai stati idilliaci, raggiungendo momenti di acuta crisi durante la sommossa dell’agosto 1917, in pieno conflitto mondiale, lo sciopero politico del 20 e 21 luglio 1919 e l’occupazione delle fabbriche, l’anno seguente. Il commissario non esitò a fare proprio il suggerimento del vicebrigadiere, richiamandosi altresì al fatto che due dei tre rappresentanti comunisti non partecipavano alle sedute dell’assemblea civica da oltre un anno, mentre il terzo aveva rinunciato all’incarico. Inoltre mancava l’opposizione consiliare. A determinare una brusca svolta negli eventi, facendoli precipitare, fu l’uccisione del diciassettenne Luigi Origlia, un operaio verniciatore residente a Settimo, dimessosi poco tempo prima dal Partito popolare per aderire al Fascio. La notizia della morte avvenuta a Balangero, durante un assalto alla sede del circolo «Andrea Costa», si diffuse come un fulmine, suscitando sentimenti forti e contrastanti. I fascisti non esitarono a presentare il proprio camerata come un martire, magnificandone «quel giovanile entusiasmo patrio che altamente distingue i valorosi». I funerali di Origlia coincisero con le celebrazioni per la ricorrenza del 4 novembre. Squa-dre fasciste affluirono a Settimo da Torino, Chivasso, Brandizzo, Ciriè, Lanzo e altre località della provincia. Dopo la Messa funebre, un lunghissimo corteo («oltre tremila persone», secondo la «Gazzetta del Popolo») si snodò per le vie del paese. Erano presenti delegazioni di quasi tutti i sodalizi politici, culturali, ricreativi e sindacali che non facevano capo alle organizzazioni di sinistra, nonché alunni delle scuole, compagni di lavoro di Origlia e tre bande musicali. Furono contate sedici corone di fiori e dieci bandiere italiane. Il trionfo fascista Non sappiamo fino a che punto la manifestazione lasciò sconcertati i rappresentanti socialisti e comunisti. Chi non si riconosceva nelle forze organizzate del proletariato vi scorse un segno dell’insofferenza e dell’esasperazione a cui la sinistra settimese aveva portato i ceti possidenti, la piccola borghesia, gli operai cattolici, i contadini e i commercianti. Molti si compiacquero per quella che fu interpretata come una dimostrazione di forza. Nessuno – certamente non la dirigenza socialista – ebbe piena coscienza che i funerali di Origlia rappresentavano una svolta nella storia politica della comunità di Settimo. Spiegò il commissario al prefetto: «Mi corre obbligo di riferirle […] che il sindaco […], nonostante le mie raccomandazioni, essendosi fatto vedere per le strade del Comune, fu affrontato da alcuni fascisti, i quali lo hanno trascinato alla sede del Fascio e sfregiato nei capelli e nei baffi. Mi risulta che ora ha abbandonato il Comune». Le violenze sortirono i risultati voluti perché la maggioranza socialista si dimise: alcuni consiglieri rassegnarono il mandato lunedì 6 novembre, gli altri li seguirono di lì a due giorni. La «Gazzetta del Popolo» si rallegrò per l’accaduto, augurandosi che la «bolscevica amministrazione» fosse presto sostituita da «persone oneste e di sentimento italiano». Il 28 novembre 1922, per festeggiare la piena vittoria sui rossi, gli squadristi appiccheranno il fuoco al panificio e al secondo magazzino della cooperativa «Casa del Popolo», presso l’osteria «Persico Reale», nell’attuale via Italia. 
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