L’intervista della sindaca è stata resa «a caldo», probabilmente nella notte della bruciante sconfitta, visto che è stata pubblicata la mattina del 27 settembre. Davvero singolare che al centro dell’analisi sulle ragioni della sconfitta piddina vi siano le cosiddette «correnti». Cosa sono? Si sono spesi fiumi di parole al riguardo e non starò qui a scomodare i classici della scienza politica. Alla voce «partiti politici e sistemi di partito», la Treccani chiarisce che «le frazioni - o correnti - sono orientate primariamente alla ricerca del potere per i leaders e degli uffici per i seguaci, sono permanenti e relativamente coese, altamente organizzate, talvolta con uffici, organi di stampa e agenzie di informazione e di studio propri».
Per la seconda metà del Novecento, nel discorso pubblico, le «correnti», primariamente quelle della Diccì (Democrazia cristiana, 1943-1994), venivano opposte al cosiddetto «centralismo democratico». Quest’ultimo, un oggetto oramai misterioso, è stata sintetizzato quale prassi politica del Pci (Partito comunista italiano, 1921-1991), «come un sistema che avrebbe dovuto garantire, dalla base del partito fino ai vertici, una discussione e un confronto democratici tra gli iscritti che avesse come unico sbocco decisioni unitarie, senza permettere la formazione di correnti interne al partito».
Il piddì, però, sin dalla sua fondazione, ha introiettato il metodo correntizio, essendovi confluita la Margherita (ex diccì) e il diesse (ex piccì) che aveva superato oramai il tabù del centralismo democratico. Storie vecchie, visto che quei partiti sono scomparsi da oltre un trentennio. Perciò…
Davvero singolare che, nella sua intervista, la sindaca sottolinei che il piddì «perde da molti anni a livello nazionale mentre governa il 70% delle città», riproponendo così la nota tensione tra il centro e la periferia del partito. Certo, in periferia il conflitto politico sfuma, e tessere una rete con le liste civiche, di per sé poco connotate politicamente nei programmi e nei candidati (spesso esordienti), consente di portare a casa il risultato. Però delle due l’una: o la trasversalità, che è l’appeal del «partito dei sindaci» o «l’identità del partito». Ecco. Sul posizionamento del piddì la sindaca non si sbilancia: «giustizia ed equità sociale», declinate in chiave pressoché locale (sostegno al commercio, famiglie e anziani) o propostine come la settimana corta nella pubblica amministrazione e conciliazione del lavoro femminile. Niente sui temi caldi, insomma.
Bisogna che lo dica: mentre la destra-centro si organizza al governo, è un errore politico dedicarsi alla conta interna. Se è di lì che il piddì deve passare, che faccia in fretta. Ma che sia un confronto, un auspicabile conflitto sulle idee, tra gente che parla chiaro, con porte e finestre aperte, basta poi coi discorsi sui collegi sicuri che – come abbiamo visto – non ci sono più. Davvero singolare infine che il candidato del collegio nella parte proporzionale, e segretario del piddì settimese, non si sia sentito (ancora) di dire la sua.
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