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I quattro secoli di San Francesco di Sales

Chiesa di Santa Croce, Settimo Torinese, il bassorilievo che ricorda la moria del bestiame nel 1744-45

Chiesa di Santa Croce, Settimo Torinese, il bassorilievo che ricorda la moria del bestiame nel 1744-45

Patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici, morì quattrocento anni or sono, il 28 dicembre 1622, a Lione. Per l’anniversario del suo decesso sono in programma numerose iniziative, fra cui una bella mostra presso il Museo Casa Don Bosco di Valdocco, a Torino (rimarra aperta sino al prossimo 15 gennaio). Perché Francesco di Sales,  il famoso vescovo di origine savoiarda, nato a Thorens nel 1567, la cui festa liturgica si celebra il 24 gennaio, è uno dei santi più popolari in Piemonte, come attestano le centinaia di suoi ritratti in chiese, cappelli, piloni votivi, castelli e palazzi nell’intera regione. Senza contare le migliaia di stampe, santini e immaginette varie. Giovanni Bosco lo scelse come protettore della propria congregazione religiosa, i salesiani. A Settimo Torinese, San Francesco di Sales è raffigurato in una grande tela nella chiesa dell’antica confraternita di Santa Croce. Di non elevato pregio artistico, ma di indubbio valore storico e documentario, il quadro è posto sopra l’altare eretto in onore dello stesso santo nel 1745: fu restaurato nel 1983 dal professor Ferdinando Viglieno Cossalino. Non tutti sanno che all’origine della tela e dell’altare vi è un voto collettivo della gente di Settimo, durante una gravissima epidemia del bestiame, stando all’iscrizione dedicatoria. è noto che le campagne piemontesi furono funestate, per buona parte del diciottesimo secolo, da ricorrenti epizoozie. Dopo la guerra di successione spagnola, nel biennio 1713-14, nel solo territorio di Chivasso morirono circa mille bovini. Nel 1736 don Giacomo Panà, parroco di San Mauro Torinese, scriveva: «Sul finire di quest’anno si è comunicato un influsso da diversi luoghi di bestie bovine, come morbo contagioso che era senza rimedio e comunicabile, in tal modo che sono stati chiusi i passaggi dei luoghi infetti perché non passassero bestie bovine nei luoghi salvi, e tal morbo cominciò in novembre dell’anno innanzi da bestie bovine venute dal campo di guerra dell’Italia». L’epidemia che infierì con maggiore virulenza in Piemonte fu quella scoppiata nel 1744. Protrattasi per diversi anni, essa provocò la perdita di alcune decine di migliaia di animali. A Settimo Torinese, il sindaco Andrea Ferrero e il consiglio comunale ordinarono l’apertura di un lazzaretto per «introdurre in esso le [...] bovine che caderanno infette dal morbo epidemico» e interrarle «quando occorra che quelle venghino a morire». Così si legge nel verbale di deliberazione del 9 novembre di quell’anno. Il consigliere Giuseppe Micheletto fu incaricato di «proveder le persone che saranno necessarie di guardia, per impedire l’accesso in questo luogo delle bovine provenienti da luoghi infetti acciò il medesimo luogo resti libero, per quanto sarà possibile, dalla corrente epidemia». Nonostante le precauzioni, gli animali non tardarono a morire. Nella seduta del 18 maggio 1745, il consiglio comunale prese atto dei rimborsi versati a Francesco Davico che aveva condotto «venti bestie dalle respettive case, in quali quelle sono morte, sino al lazzaretto». Afflitti da una tale calamità, i settimesi ricorsero alla protezione di San Francesco di Sales e innalzarono in suo onore l’altare tuttora esistente. Ai piedi della grande tela ritraente il vescovo savoiardo si trova un bassorilievo un po’ naïf che si richiama ai fatti del 1744-45. A destra e al centro sono raffigurati alcuni bovari con le loro mucche; a sinistra si vede un contadino in preghiera, sullo sfondo di un paesaggio agreste. Opera di un anonimo artigiano del Settecento, pur non trattandosi di un capolavoro, il bassorilievo è una testimonianza genuina di fede e di arte spontanea. Il culto di San Francesco di Sales in Settimo Torinese fu incoraggiato dal pontefice Benedetto XIV (il bolognese Prospero Lambertini): il 29 luglio 1748, egli concesse un’indulgenza plenaria a tutti i fedeli che, nel giorno dedicato al santo, si fossero recati in Santa Croce a pregare per la pace («pro christianorum principum concordia» si legge nella bolla) e per l’unità dei cristiani. 
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