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CHIVASSO. "Senza lavoro dall'oggi al domani. Così è inaccettabile"

CHIVASSO. "Senza lavoro dall'oggi al domani. Così è inaccettabile"

La chiusura dell'attività

Sono arrivata da Torino a Chivasso alle 13.30 per iniziare il turno alle 14. Alle 14.10 mi dicevano di pulire tutto, che il locale avrebbe chiuso”. Per sempre.

Il covid ha lasciato e sta ancora lasciando strascichi sulla salute delle persone, sulla sanità e sull’economia.

La crisi è generale ed investe ogni settore. Tra i più colpiti c’è, senza dubbio, quello della ristorazione: dopo le varie chiusure imposte dai lockdown, le ripartenze non sono facili.

Alcuni non ce l’hanno fatta, altri hanno ingranato la quinta, qualcuno stenta ancora a ritornare come prima e c’è chi ci ha provato ma ora non ce la fa.

E’ così ovunque, nel nostro Paese. 

E Chivasso non fa eccezione. L’ultima attività che ha chiuso è nell’area commerciale a nord della città. In centro, per la verità, le saracinesche abbassate che non si alzano più sono tantissime. Più, probabilmente, dei negozi aperti.

La frustrazione è tanta. Di chi deve chiudere un progetto a cui aveva affidato le sue speranze di un futuro diverso e di chi, in quel progetto, era stato coinvolto e si ritrova senza più un tozzo di pane.

E’ stata una doccia fredda”. A parlare è una dei cinque dipendenti di “Pani Cunzatu”, l’attività che fino all’11 luglio si trovava all’interno della galleria del centro commerciale Bennet, a nord della città. Da dieci giorni a questa parte il bar/ristorante è chiuso e gli arredi sono stati smontati. 

La donna, torinese, poco più che trentenne, ha perso il lavoro così: dall’oggi al domani. O meglio,  nemmeno: dall’oggi all’oggi.

Nessuna comunicazione ufficiale, tantomeno una lettera di licenziamento.

Capita anche questo, nell’anno del Signore 2022. Capita di perdere l’occupazione senza sapere perché. O, meglio, senza sapere perché il bar/ristorante che solo un mese prima aveva assunto un dipendente in più, il mese successivo decida di chiudere baracca e burattini. 

Io lavoravo lì da quattro anni - racconta un’altra dipendente, madre single di tre figli e a piedi come i colleghi -. Nei giorni precedenti alla chiusura, mi avevano comunicato la volontà di chiudere, chiedendomi di non dire nulla ai miei colleghi. Io ero quella con più anzianità nel locale, quindi avevo una maggiore responsabilità: ero rimasta di sasso, ma due giorni prima dell’11 luglio mi avevano detto che non avrebbero più chiuso. Non ci ho creduto e la domenica sera, il 10, ho mandato la lettera di dimissioni per giusta causa”.

La giusta causa sarebbe dovuta al fatto che i lavoratori non percepirebbero uno stipendio “pieno” da mo’. 

Non mi ricordo nemmeno più da che mese - aggiunge un’altra dipendente, poco più che trentenne, il cui contratto a tempo determinato veniva rinnovato di sei mesi in sei mesi -. Quando ho capito che l’attività non sarebbe durata a lungo, con i fornitori che non consegnavano più e il frigo via via sempre più vuoto, mi sono convinta a presentare le dimissioni”.

Le dipendenti chiedono alla proprietà di saldare gli arretrati, anche se - dicono - non sanno a quanto ammontino visto che “gli stipendi ci venivano pagati con acconti”. E chiedono il saldo dei Tfr: “E magari una lettera - concludono all’unisono - che ci informi della cessazione del rapporto di lavoro, visto che al di là delle comunicazioni verbali, non abbiamo ricevuto nulla”.

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