«Tripoli, bel sol d’amore, ti giunga dolce questa mia canzone...». Così cantava centodieci anni fa, nel 1912, l’Italia di Giovanni Giolitti mentre l’esercito era militarmente impegnato contro la Turchia, per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica.
Iniziata l’anno prima, l’avventura libica suscitò tiepidi consensi a Settimo Torinese, per lo meno durante la fase preparatoria e i primi mesi della guerra. Alla spedizione militare si opponeva fieramente la maggior parte dei socialisti; i liberali, invece, appoggiavano l’impresa, richiamandosi non tanto ai futuri e incertissimi benefici economici che sarebbero derivati all’Italia, quanto alla volontà di risollevare il prestigio della patria, dopo gli insuccessi coloniali in Abissinia, proprio nell’anno, il 1911, in cui si celebrava il cinquantenario dell’unità nazionale. Più cauti e titubanti, ma non contrari, erano i cattolici.
Presieduta dal socialista Domenico Aragno, la giunta municipale dell’epoca non organizzò alcuna manifestazione a sostegno dell’impresa africana, distinguendosi dalla stragrande maggioranza delle amministrazioni piemontesi. Per rimediare in qualche modo alla mancanza d’iniziative, il Circolo Edera costituì un Comitato «Pro Tripoli», a cui offrì calorosa collaborazione la Società militare Umberto I.
Col tempo crebbe l’entusiasmo dei settimesi per le vicende coloniali. Una parte dei socialisti venne meno all’iniziale fermezza: alcuni di loro si unirono al tripudio collettivo quando tornò a Settimo uno dei primi reduci d’Africa, l’alpino Giuseppe Doria, ferito a Sidi Messri in uno scontro coi turchi. Il Corpo musicale operaio e la Banda Umberto I attesero il giovane alla stazione ferroviaria e lo accompagnarono in corteo tra la folla esultante, suonando inni patriottici. L’assessore socialista Luigi Raspini lo ricevette a palazzo civico come un eroe. La giunta – scrisse il corrispondente della «Gazzetta del Popolo» – «fece mettere a disposizione del festeggiato reduce, in un ristorante del paese, vini e pietanze abbondanti, offrendogli inoltre una piccola somma».
Il capitano medico Tommaso Lanza in Libia
Il culmine dell’entusiasmo popolare fu raggiunto il 10 novembre 1912 quando la Società militare, il Circolo settimese e il Circolo Edera organizzarono un pranzo d’onore per il capitano medico Tommaso Lanza, il cappellano Luigi Gilardi e tutti i soldati di Settimo. L’iniziativa – commentò la «Gazzetta del Popolo» – «fu per attestare la concordia dei partiti [e] per inneggiare ai valorosi reduci che tanto alto tennero in Libia il valore italiano». Al pranzo si contarono più di trecento commensali, fra cui il deputato Edoardo Casalegno e il prevosto Domenico Gobetto. Sui cartoncini che riportavano il menù («antipasto assortito, minestra in brodo, filetto di bue alla finanziera, pollo arrosto, insalata di stagione, dolce, frutta e formaggio; vino da pasto, barbera»), oltre alle fotografie dei soldati e ai loro nomi, fu stampato un epitaffio celebrativo. Alla festa, però, non intervennero né il sindaco Aragno né i rappresentanti dell’amministrazione municipale, più che mai critici, dopo il congresso socialista di Reggio Emilia, verso le manifestazioni ammantate di sentimenti patriottici e democratici.
Con sincera ammirazione, i settimesi salutarono anche il marinaio Giovanni Taragno, imbarcato sulla torpediniera Climene e giunto in licenza nel settembre 1912, dopo avere partecipato alla spettacolare incursione nello stretto dei Dardanelli, agli ordini del capitano di vascello Enrico Millo.
La guerra si concluse nell’ottobre 1912 con la pace di Losanna che sancì il pieno riconoscimento della sovranità italiana sulla Libia.
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