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12 Luglio 2022 - 13:45
L'incontro di Cuorgnè su Minotauro
“La Mafia non è un’associazione a delinquere normale, di persone che si mettono insieme per guadagnare in modo illecito. In tutte le loro forme, italiane o straniere che siano, le mafie sono gruppi di potere che rendono i cittadini schiavi”.
Chiara e tagliente la definizione che di questo fenomeno criminale ha dato Roberto Sparagna, procuratore della Direzione Nazionale Antimafia e a suo tempo pubblico ministero nel Processo Minotauro.
Ad undici anni dagli arresti di ‘Ndrangheta che scossero il Canavese, nell’ex-chiesa della Trinità di Cuorgnè si è tenuta una serata dedicata a questo tema: “Minotauro: a che punto siamo?”. All’incontro, presentato dalla referente del presidio cuorgnatese di LIBERA Tiziana Perelli, il magistrato ha partecipato insieme a due avvocati: il civilista Giuseppe Niedda, deputato dal 1996 al 2001, e la penalista Valentina Sandroni, legale di parte civile al Processo Minotauro.
E’ stato Niedda, che è di Cuorgnè e la realtà locale la conosce bene, ad applicare al fenomeno mafioso i parametri che solitamente vengono utilizzati per analizzare il diffondersi in tutta Europa di fenomeni quali il terrorismo islamico: il disagio delle seconde generazioni, che non si sentono accolte dalla comunità in cui vivono e sono spesso sfruttate sul lavoro, favorisce il crearsi di gruppi chiusi, in cui le persone provenienti da un medesimo territorio si sentono protette e a loro agio.
Nascono così fenomeni come il voto <etnico> e, nel caso dell’emigrazione dal Sud Italia, anche l’ingresso nella criminalità organizzata. Rispetto a questo fenomeno – ha detto Niedda– “è assolutamente necessario percepire i segnali, capire per tempo cosa sta maturando ed intervenire. E’ anche vero che, quando le mafie cominciarono ad insediarsi in Piemonte, a Torino esisteva già una delinquenza locale di elevato livello criminale: basti pensare alla Banda Cavallero”.
E’ proprio questo uno dei punti cruciali sia per Sparagna che per l’avvocato Sandroni. Ha detto il primo: “La ‘Ndrangheta si è insediata dove c’era un terreno permeabile ed ha trovato centri d’interesse che dalla sua presenza potevano trarre vantaggio: imprenditori, politici ma anche cittadini. Senza un substrato favorevole non avrebbe attecchito. Quanti italiani ci sono in Argentina? Eppure non abbiamo elementi per dire che lì ci siano organizzazioni mafiose”.
Valentina Sandroni la pensa allo stesso modo: “Nulla è più sbagliato che definire le Mafie come un cancro: considerarle un fenomeno ineluttabile serve solo per autoassolverci. La verità è che proliferano in territori disponibili ad accoglierle”.
Questa permeabilità è sempre stata negata da istituzioni e cittadini, tanto che il procuratore aveva esordito dicendo: “E’ qui presente il Comandante dei Carabinieri di Ivrea che, insieme al Nucleo Investigativo di Torino, mi ha accompagnato nelle indagini fin dall’inizio, mentre molti magistrati, esponenti delle forze dell’ordine e politici sostenevano che qui la Mafia non c’era”. Valentina Sandroni ha ricordato: “L’8 giugno 2011 tutti sentimmo la notizia e ci chiedemmo stupiti: C’è la Mafia da noi?. Eppure i segnali non erano mancati”.
Cos’abbia rappresentato l’Operazione Minotauro lo ha spiegato l’ex-pubblico ministero: “Si pone sulla scia di altri processi (quello per l’omicidio del procuratore Caccia, quello per Campo Smith a Bardonecchia, quello dell’Operazione Cartagine a Torino) ma con una differenza fondamentale: l’approccio investigativo. Fino a quel momento i diversi episodi erano stati considerati singolarmente ma la mafia va studiata come fenomeno d’insieme, i singoli reati rientrano in un unico meccanismo”.
Fu grazie al primo pentito di ‘Ndrangheta che questo nuovo approccio diventò possibile: “Nel 2006 Rocco Varacalli decise di collaborare e ci fornì la chiave per capire la ‘Ndrangheta in Piemonte e nel Nord Italia. Fatte le debite proporzioni, Varacalli è stato il nostro Buscetta”.
Si scoprì così l’esistenza di locali a Volpiano, Chivasso, Moncalieri, Nichelino, San Giusto, Aosta.
“Una locale – ha aggiunto il magistrato - è una filiale che prevede un numero minimo di iscritti ma non un numero massimo ed amministra uno o più comuni di un territorio. Ne accertammo una decina, il che significa che gli ‘ndranghetisti operativi in Piemonte sono almeno 500”.
In Calabria, dove venne fondata nel 1870, la presenza di quest’organizzazione è tangibile, esibita. Al Nord si mimetizza per condurre con tranquillità i propri affari, che nel tempo sono profondamente mutati. “Originariamente l’attività centrale era l’edilizia: non richiedeva particolari specializzazioni e si poteva concorrere per gli appalti pubblici. Oggi non è più così perché da prenditrice la ‘Ndrangheta si è fatta imprenditrice e si occupa di molte attività illegali: dalla droga al lavoro nero, dalle false fatturazioni alle truffe erariali. Resta un’associazione fortemente familistica e c’è un dato che fa riflettere: nella prima sentenza che si conosca a carico di ‘ndranghetisti, risalente al 1934, fra i condannati vi furono nonni e padri di diversi arrestati nell’Operazione Minotauro”.
Quello che non cambia fra Sud e Nord sono i metodi violenti, che rendono le vittime omertose e reticenti: hanno paura di denunciare le estorsioni ed arrivano a negare, in un interrogatorio, di essere state loro a parlare in una telefonata intercettata. “Qui in zona – ha riferito Sparagna - l’esercente di un locale che era stato costretto a chiudere per tre giorni continuava a dire: <Non sono io quello che avete registrato>. La volta dopo si decise a parlare e confessò mettendosi a piangere: <Ero io. Ho dovuto chiudere perché non volevo pagare 300 euro ad un finto dipendente>”.
Perché c’è ancora tanta paura? Secondo la Sandroni la protezione offerta dallo Stato a chi decide di collaborare è insufficiente mentre il magistrato ritiene che molto sia stato fatto, a cominciare da quella pietra miliare che fu la Legge Rognoni-La Torre, quasi quarant’anni fa.
Il rischio di infiltrazioni nel mondo dell’economia e della politica è fortissimo. Secondo Sparagna: “Il voto etnico, che chiamerei piuttosto “regionale”, qui è voto di Mafia e decide chi mandare a governare i comuni. A volte si spostano pochi voti, altre volte tanti. La ‘Ndrangheta non fa eleggere solo persone ad essa vicine ma i suoi stessi affiliati e non parliamo di paesetti bensì di città come Alessandria o Chivasso”.
Quali rischi corrono i politici e come fare per evitarli? La domanda era stata posta nel suo discorso inziale dal sindaco di Cuorgnè Giovanna Cresto: “La mafia è estremamente mimetica. Come si può riconoscerla?”. La risposta di Sparagna è che “bisogna informarsi , conoscere, sapere a chi si stanno domandando i voti. Eventualmente si possono chiedere notizie al capitano dei carabinieri o al maresciallo”.
Analogo il parere dell’avvocato Sandroni: “Se faccio politica in un territorio ad un certo livello, quel territorio devo conoscerlo e certe persone non bisogna frequentarle. Non metto in dubbio la possibilità che chi ha avuto una condanna anche pesante possa cambiare strada e redimersi (faccio l’avvocato e ci credo!) però occorre stare attenti. La lettura di <Minotauro> ci mostra che nella maggior parte dei casi i politici non sono nemmeno in malafede: più che collusi sono impreparati e magari incapaci”.
E’ sull’importanza per i Comuni di costituirsi parte civile che si è soffermata: “Essere parte civile vuol dire entrare nel processo per rivendicare una posizione, chiedere un risarcimento (il nostro ordinamento è schiacciato verso la parte economica) ma soprattutto per cercare giustizia”.
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