L'interno dell'Istituto San Giuseppe di via Del Collegio
CHIVASSO. L’ex istituto San Giuseppe all’asta, di nuovo, il 14 settembre in Tribunale ad Ivrea. Prezzo base: 737 mila e 500 euro, con un’offerta minima di 533 mila 125 euro (per 4 mila 354 metri quadrati di superficie lorda).
Il nuovo sindaco di Chivasso, chiunque sarà, si segni la data nell’agenda dell’iPhone.
E’ ora di mettere fine ad una storia che si ripete da troppo tempo, almeno da quindici anni a questa parte...
Correva la primavera del 2006 quando venne dichiarato il fallimento prima dell’Euromedical, poi di tutte le aziende legate al nome di Mario Bonardo: la Smeg e la Compagnia di San Bernardino.
Oggi è l’Immobiliare Sant’Andrea, di proprietà di Pierluigi Caramellino, a finire in tribunale ad Ivrea: è stata aperta lo scorso 15 dicembre la procedura fallimentare (giudice delegato Matteo Buffoni, curatore Paolo Cacciari).
Con il fallimento dell’Immobiliare Sant’Andrea, ritorna all’asta l’ex convento San Giuseppe di via Del Collegio, dove l’imprenditore Bonardo vent’anni fa avrebbe voluto realizzare un albergo di lusso a 5 e dove, oggi, invece alloggiano solo topi e ragni tra mura fatiscenti e in stato di totale abbandono.
E’ una vera maledizione, quella dell’istituto di via del Collegio.
Oggi lo chiamiamo San Bernardino, con il suo nome originale, ma per tanto tempo è stato l’asilo del San Giuseppe.
Il lungo corridoio che accoglieva con gli stantii odori del refettorio; la cappella illuminata dalle candele, dove si recitava la preghiera mattutina; lo stanzone buio nel quale i ragazzi fingevano di dormire in attesa dell’ora della merenda. E poi il cortile da cui si alzavano alti gli schiamazzi che per anni hanno animato una via altrimenti piuttosto morta. Fino a metà circa degli anni novanta quando le suore se ne andarono, inaspettatamente, quasi da un giorno all’altro. Il resto è storia recente.
Arrivarono i primi anni Duemila e, in una Chivasso che sognava in grande, il San Giuseppe si trasformò, sulla carta, nel pretenzioso San Bernardino, un lussuoso hotel a cinque stelle dove, per le Olimpiadi invernali di Torino, sarebbero dovuti arrivare turisti da tutto il mondo.
Travolto da fallimenti, procedimenti giudiziari, cubature inesistenti, concessioni edilizie scadute ed errori progettuali diversi, oggi di quel sogno non resta nulla, solo qualche muro scrostato in paziente attesa di essere intonacato. Niente più profumi, niente schiamazzi, ma solo lo spettrale silenzio di antiche vestigia che, in attesa di conoscere il loro destino, continuano a custodire alcune delle più importanti opere pittoriche della storia cittadina. Lo stesso silenzio che ha avvolto a lungo l’evolversi di questa curiosa quanto complicata vicenda chivassese, passata attraverso cinque amministrazioni comunali (Fluttero, Matola, De Mori, Ciuffreda e Castello). E che, nel recente periodo, vede contrapposti l’Immobiliare Sant’Andrea di Caramellino, che un bel giorno decise di acquistare all’asta un immobile nelle mani del commissario liquidatore Vittorio Vietti di Torino in seguito al fallimento delle aziende amministrate da Bonardo, e il Comune.
Al centro del contenzioso, i problemi di una concessione edilizia scaduta e una lunga serie di errori tecnici, rilevati nel corso di un processo per bancarotta a Bonardo, che continuano a pesare come macigni su ogni decisione che deve essere presa per ridare vita a quello storico edificio chivassese.
Dell’hotel che voleva realizzare Bonardo non ne sono che rimaste le tracce negli articoli di giornale: quel che resta, purtroppo, sono le cubature inesistenti spostate dal sottotetto al sottoscala, le differenze progettuali, le opere da abbattere e gli oneri di urbanizzazione da scalare proprio perché il fabbricato è oggi solo più una casa di civile abitazione.
La perizia commissionata dalla Procura della Repubblica allo studio dell’architetto Mauro Vaudetti nel 2009 nell’ambito del processo per bancarotta in capo a Mario Bonardo in sostanza dice che il provvedimento del 2004, attraverso cui il Comune aveva autorizzato i lavori per un albergo a 5 stelle “lusso”, con annesso centro benessere era stato redatto (incredibile ma troppo vero… riportiamo testualmente sigh!) “sulla base di valutazioni non veritiere a fronte di misure e disegni, approvati dall’ufficio tecnico, non corrispondenti alla verità”.
Da lì sono partite le discussioni, le denunce, le ordinanze.
Come quella (di quattro anni fa, ndr) che aveva imposto a Caramellino di abbattere una lunga serie di opere considerate abusive e di riportare il tutto allo “stato originario”, a firma dell’architetto Bosio. O come quella dello stesso anno, sempre a firma dello stesso architetto di Palazzo Santa Chiara, con cui si ordinava di sospendere ogni provvedimento in attesa del parere della Soprintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio.
“O il Comune scioglie la convenzione edilizia esistente, concede una sanatoria e redige una convenzione nuova – incalzava all’epoca Caramellino -, iscrivendo un debito fuori bilancio di 6 milioni di euro, oppure prepara una variante in sanatoria. L’immobile è stato infatti acquistato dalla Sant’Andrea sotto l’osservanza di una Convenzione Edilizia a rogito notaio Umberto Romano e il decreto di Trasferimento cita quanto segue: ‘la vendita avviene nello stato di fatto e di diritto in cui l’immobile si trova, con annessi diritti, azioni, ragioni e servitù attive e passive, fissi e infissi, annessi e connessi, adiacenze e pertinenze e sotto l’osservanza dei contenuti di cui alla convenzione Edilizia stipulata a rogito notaio Romano Umberto dell’11 giugno 2004, trascritta presso la Conservatoria di Torino’. Se una delle due soluzioni che proponiamo non dovesse venire, allora l’aministrazione comunale ci dovrà rimborsare la fattura d’acquisto del San Bernardino…”.
Non è mai successo. Nè succederà più.
Ad occuparsi dell’asta, il curatore Paolo Cacciari. Alle difficoltà note legate alla riqualificazione dell’immobile, s’aggiunge il periodaccio che stiamo vivendo: trovare qualcuno che sia disposto ad investire centinaia di migliaia di euro in un edificio decadente in centro città (per farne che, poi?) è complicato.
Un mission impossible, che meriterebbe tutta la sponda possibile da parte della politica. Una politica che, sul punto, nel suo lavoro di mediazione tra le parti – proprietà e Comune – è latitante da anni.
Ma che, ora, complice il boost che viene dalle elezioni, non può più starsene lì a guardare.
Sull’esempio di quanto fatto dal sindaco di Ozegna Sergio Bartoli - che s’è comprato all’asta lo storico Castello del paese, simbolo di un’epoca che fu, e che oggi è già impiegato per ospitare, nei cortili, cinema all’aperto e spettacoli vari, in attesa di una riqualificazione - la nuova amministrazione di Chivasso deve fare più di un pensiero per comprare l’Istituto San Giuseppe. Mille i perché, ma uno solo il motivo che la deve spingere: restituire alla città un luogo simbolo ormai diventato monumento al degrado e all’abbandono.
Più che i soldi per comprarlo, il vero ostacolo è però rappresentato dalla mancanza di un’idea, finora,sul che farsene. Magari, finalmente, la nuova amministrazione potrebbe avere un’illuminazione. O una folgorazione sulla via di Damasco, visto il nulla partorito fino ad oggi da chicchessia.
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