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SETTIMO TORINESE. Clients

SETTIMO TORINESE. Clients

Bici (foto archivio)

Una volta le avremmo chiamate clientele o, con riferimento alla politica, azioni clientelari. Famose nella storia sono rimaste le imprese di Achille Lauro, politico napoletano degli anni ’50, il quale per garantirsi i “voti del popolo”, regalava paia di scarpe, ma a rate: quella destra prima delle elezioni, quella sinistra dopo. Celebre diventò anche la frase “a Frà, che te serve” attribuita al costruttore Gaetano Caltagirone e mai smentita che, secondo il racconto di Franco Evangelisti, politico della Democrazia Cristiana veniva ripetuta ogni qual volta si avvicinavano le elezioni. La storia del nostro Paese, al Sud come al Nord, è piena zeppa di inchieste su assessori che si assicuravano voti regalando pasta e generi alimentari a famiglie bisognose, di sistemi “caritatevoli” costruiti con fondi pubblici o con finanziamenti privati in cambio di licenze e concessioni, di candidati con mazzette di buoni benzina, di promesse di interventi pubblici molto personalizzate in cambio di risultati elettorali da misurare con le preferenze nominative espresse nell’urna. Si arrivò persino a togliere la possibilità di indicare con i numeri le preferenze perché il voto veniva controllato con raffinati sistemi matematici combinatori. In una storica intervista rilasciata il 28 luglio 1981 sulla questione morale nel nostro Paese, Enrico Berlinguer ebbe modo di affermare che “I partiti sono diventati soprattutto delle macchine di potere e di clientela”. Pensiamo cosa direbbe se vedesse oggi cosa ha portato quella degenerazione in correnti, interessi personali, comitati elettorali che così bene lui denunciava 40 anni fa.  Oggi le clientele si sono istituzionalizzate.  Gli ingredienti sono sempre gli stessi: soldi pubblici dedicati ad interessi particolari, controllo del voto di scambio, discrezionalità nelle attribuzioni dei benefit pubblici, propaganda per dire “se hai questi benefici è merito mio” e quindi partecipare in questo modo al presunto dividendo elettorale che i cosiddetti “bonus” producono.  La distorsione della redistribuzione fiscale è stata prodotta su scala in primis da Renzi. I famosi 80 dati in busta paga erano certamente il riconoscimento di uno stato di disagio e di difficolta in cui versavano molte famiglie. Per poi scoprire che ne beneficiavano però anche i famigliari a part time di Onorevoli, o Amministratori Delegati, Imprenditori, ecc. con redditi da centinaia di migliaia di euro all’anno.  Anziché dare attraverso il normale canale dei contratti di lavoro un incremento ai salari più bassi d’Europa, i lavoratori italiani hanno dovuto abituarsi ad aspettare che il politico di turno si ricordasse di loro ed elargisse, con soldi pubblici prelevati in larga parte da loro, qualche bonus. I pensionati, quelli a reddito basso, devono sentirsi dire ogni giorno che sono loro la causa del debito e sperare in qualche elezione anticipata affinché venga annunciata un’una tantum.  E via con i bonus: in questi anni è stata una escalation. I diversi governi che si sono succeduti hanno “regalato” biciclette, monopattini, pacchi di pasta (quella c’è sempre), giardini rocciosi, ristrutturazioni di villette, tende da sole, rubinetti, televisori, macchine elettriche, in una lotteria infinita che ha trasformato i diritti in carità.   A Settimo i bonus statali hanno preso forme ancora più sfacciate. Dopo aver elargito con i fondi nazionali i pacchi della Sindaca (anche questi una tantum, come se chi ha fame potesse mangiare una volta all’anno), si sono distribuiti pennarelli e chili di pasta a elenchi di persone che, a giudicare dai cuoricini girati su Face Book in segno di ringraziamento nei profili degli assessori e della Sindaca, o dalle foto opportunità, erano più seguaci che bisognose.   Poi è stata la volta dei “merits”. Soldi pubblici dati a commercianti (sempre i soliti) e a cittadini (sempre più seguaci e sempre meno bisognosi). Però questa volta si è introdotto anche un requisito “morale”. La carità il Comune la fa a chi “si comporta bene”, ma non a tutti. Solo a qualcuno che gode della benemerenza del Sindaco e dei suoi assessori. L’ultimo esempio partorito dalla cultura dei bonus in salsa settimese è il merits “preferisco la bici” (un buono sconto per comperare la bicicletta nei negozi indicati dal Comune) dato a chi usa la bicicletta per andare da casa al lavoro. Bell’idea, o quasi.  Tutto inizia iscrivendoti ad una App. che ti aiuterà nel difficile percorso per arrivare alla vetta del merits. All’oscuro gestore dell’App lasci tutti i tuoi dati (sulla fiducia che non saranno usati per altro) e poi, se ho capito bene, la userai per certificare l’orario di partenza e quello di arrivo. Un vero “travet” della bici. Il percorso deve essere maggiore al chilometro a meno che tu accompagni tuo figlio a scuola.  Ma questo non basta per avere “merits”. I pretendenti possono essere solo 40 e verranno selezionati non si capisce da chi e non si capisce come. A guadagnarci, come al solito sarà la Fondazione Comunità Solidale che riceverà il contributo per pagare con i soldi di Pantalone l’ennesima trovata da campagna elettorale. Mancano ancora due anni alle elezioni amministrative, se nessuno li fermerà prima pensate cosa dovremo ancora vedere (e pagare).  
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