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09 Maggio 2022 - 17:07
Festa dell'Uva Erbaluce di Caluso
Consorzio di tutela dei vini di Caluso, Carema e Canavese diviso intorno al re dei bianchi canavesani: l’Erbaluce. Da un lato la posizione dominante dei conservatori più stretti che l’ha avuta vinta - e con facili numeri - nell’ultima assemblea dei soci: vogliono che l’etichetta resti vincolata ai territori di appartenenza. Dall’altra i sostenitori della “liberalizzazione” della denominazione rispetto al vitigno. Una distinzione, questa, fortemente caldeggiata dall’Associazione dei Giovani Vignaioli Canavesani. Hanno perso una battaglia ma andranno avanti per la loro strada. “Già il fatto che questa posizione sia arrivata in assemblea è un grande risultato” commenta a caldo Gualtiero Onore, segretario dell’associazione fondata due anni fa e che raggruppa i più giovani imprenditori della zona eporediese, con sede a Salerano Canavese.
Il motivo è presto detto: ad oggi chi produce Erbaluce fuori dai neanche quaranta comuni inseriti nel territorio della Dogc, non può usare tale denominazione e deve accontentasi della doc di ricaduta, il Canavese Bianco, per il quale il disciplinare impone, comunque, l’utilizzo del vitigno Erbaluce al cento per cento.
“Ma non puoi dichiararlo - commenta Onore -. Io, per esempio, ho vigne in Canavese che sono cento per cento Erbaluce e produrrò il Canavese Bianco”.
Una beffa per i viticoltri fuori dai confini predefiniti: chi possiede vigne a Palazzo o Piverone, per esempio, può etichettare le proprie bottiglie come Erbaluce. Chi le possiede a Ivrea, o a Strambinello, come nel caso di Onore, deve utilizzare l’altra denominazione, con ricadute in termini di perdita di pregio del prodotto e anche conseguenze sul fronto economico, con un valore di mercato ovviamente più basso, a fronte della medesima qualità e senza differenze nelle caratteristiche organolettiche.
“Assurdo - commenta Onore - come se nella Langhe, dove decenni fa hanno affrontato le medesime discussioni, avessero vincolato il nome del vitigno Nebbiolo anziché coniare la denominazione Barolo dal nome del suo territorio. Lo stesso - e questa è la proposta dei Giovani Vignaioli - potrebbe fare il Consorzio di Tutela dei Vini di Caluso: denominare il proprio vino Caluso Dogc e lasciare la libertà ai viticoltori di utilizzare il nome Erbaluce per le proprie bottiglie. Ad oggi non è possibile usare la dicitura Erbaluce nemmeno quando viene utilizzato come vitigno da taglio, cioè messo in uvaggio insieme ad altri vitigni. Succede spessissimo perché l’Erbaluce conferisce acidità, longevità e freschezza”.
Onore ci va giù deciso nelle sue argomentazioni. “Negli anni Sessanta - l’affondo - sarebbe stato assurdo vincolare il nome Nebbiolo, invece in Piemonte parliamo di Barolo, Barbaresco, Ghemme, Gattinara, Canavese Rosso… sono tantissime doc che utilizzano il Nebbiolo e lo possono dichiarare”.
E non è solo una questione di giustizia ed equità tra viticoltori. Secondo l’Associazione Giovani Vignaioli le posizioni conservatrici danneggiano lo stesso prestigio dell’Erbaluce. L’importante, sul mercato, è che il nome giri in modo che acquisisca maggiore visibilità fuori dai confini dei territori dove è di casa. “Il concetto - conclude Onore a nome dell’Associazione - è che più un vitigno viene conosciuto, che venga dal Canavese o meno, meglio è. Che si produca Langhe Erbaluce o Canavese Erbaluce, per rimanere nel locale, quando un estimatore va a documentarsi, la saggistica riporterà sempre al Canavese e sarebbe un volano fondamentale di conoscenza. E’ questo che serve al territorio. Io capisco la posizione di coloro che non sono d’accordo e possono comprendere tutte le ragioni che mettono sul tavolo ma bisognerebbe guardare al futuro. Prendo ad esempio la zona del Timorasso: si è presa una denominazione, si è slegato il vitigno e si è creata la denominazione Derthona (nome romano di Tortona). Lavoreremo per arrivare allo svincolamento del vitigno dalla denominazione. Non ci smuoveremo da questa idea”.
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