San Pancrazio di Pianezza, cartolina del primo Novecento
Ogni anno i lavandai del Torinese festeggiavano San Pancrazio, la cui festa liturgica cade tuttora il 12 maggio. I motivi di tale devozione permangono ignoti. Secondo gli antichi «Acta Martyrum», San Pancrazio sarebbe nato in Frigia, regione storica dell’odierna Turchia, nel terzo secolo dopo Cristo. Ancora fanciullo, rimasto orfano, fu condotto a Roma da uno zio e ricevette il battesimo. Quattordicenne, arrestato durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano (ma altri anticipano il fatto all’epoca dell’imperatore Valeriano), il giovane Pancrazio venne decapitato lungo la via Aurelia. Nel Medioevo, il culto del martire si dif¬fuse un po’ dappertutto, non solo in Italia.
Attorno alla metà del quindicesimo secolo, un pilone votivo in onore di San Pancrazio fu eretto nel territorio di Pianezza, per essere successivamente incorporato in una cappella campestre, costruita dalla comunità. Nel Seicento, Carlo Emanuele Filiberto Giacinto di Simiana, marchese di Pianezza, fece costruire un convento per i frati agostiniani scalzi. Grazie al contributo della duchessa Maria Cri¬stina di Francia («Madama Reale»), fu innalzata una chiesa più ampia. Nel 1886, dopo un periodo di decadenza dovuto alle spogliazioni napoleoniche, il complesso di San Pancrazio passò ai padri passionisti. A partire dal 1949 iniziò la costruzione di un nuovo santuario, in stile neogotico.
Ogni anno, il 12 maggio, alle prime luci dell’alba, i lavandai di Settimo si dirigevano verso Pianezza con calessi e carri, gli stessi abitualmente usati per trasportare i sacchi con la biancheria. Ma c’era anche chi preferiva servirsi dei tramway a vapore che univano Settimo a Torino e Torino a Pianezza. In tempi meno lontani, ai bi¬rocci subentrarono gli autocarri, quindi le Topolino e le Giardinette della Fiat. Nel santuario i lavandai si mescolavano alle migliaia di persone convenute dal capoluogo piemontese e dai centri limitrofi, dal Canavese e dalle valli di Susa e di Lanzo. Molti devoti avevano trascorso in chiesa la notte della vigilia, alternando i canti alle preghiere. Per tutta la mattinata si sus-seguivano le Messe. Poi, alle ore dodici, veniva recitata la sup¬plica del santo.
Dopo le funzioni religiose, la festa assumeva i caratteri della sagra popolare. La gente si sparpagliava nei prati, attorno al santuario, per il pranzo. I lavandai e i carrettieri gareggia¬vano a schioccare le fruste; canti e risate si levavano dai grup¬petti di persone accovacciate sull’erba; i ragazzini giocavano a rincorrersi, gli adulti chiacchieravano e brindavano. A conclusione della giornata non poteva mancare una visita alla galleria dei quadri. Alcuni dei tanti «ex voto» ritraevano scene di vita quotidiana dei lavandai. La caduta dal carro, l’assalto dei malviventi lungo la strada di Settimo, il bambino sfuggito all’attenzione dei genitori e scivolato nella roggia, il cavallo imbizzarrito, il lembo della giacca impigliatosi nella centrifuga: le ingenue raffigurazioni pittoriche costituivano una sorta di rassegna dei pericoli che il mestiere comportava. A sera, immancabilmente, qualche lavandaio tornava dal santuario con una statuetta del santo da collocare in una nicchia sulla facciata della casa.
In Settimo, numerosi «ex voto» raffiguranti scene di vita e di lavoro dei lavandai ornavano altresì le pareti della chiesetta campestre dedicata alla Madonna della Grazie. Rimossi nel 1978, furono oggetto di una mostra che ebbe luogo nel 1995 a cura del gruppo folkloristico «Ij cuciarin dopi».
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