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16 Aprile 2022 - 08:49
Uno degli aperitivi disobbedienti dell'anno scorso alla Torteria di Chivasso
E se avesse avuto ragione Rosanna Spatari della Torteria? E’ il dubbio che in questi giorni di vigilia pasquale, in queste settimane dell’anno nuovo, assale un po’ tutti i chivassesi. Da quelli che passeggiano sotto i portici di via Torino, seduti nei dehor dei bar e delle caffetterie, a quelli in coda negli uffici postali o in fila dal panettiere. Mascherine sul volto e un’interrogativo grosso come una casa nella testa.
“Hai letto della Torteria? Alla fine aveva ragione lei... Mah!”.
E’ il dubbio che assale soprattutto i tanti esercenti della ristorazione, che siano ristoratori o baristi come lei, Rosanna della Torteria di via Orti, ma che a differenza sua nel 2020 e nel 2021 hanno rispettato rigorosamente le imposizioni dei vari Dpcm, prima quelli del governo Conte, poi quelli di Draghi.
“Massì che aveva ragione lei!”, iniziano a dire in tanti. Dopo la seconda sentenza di tribunale che le ha dato ragione (la prima era la Corte di Cassazione nel novembre scorso, ndr), con il giudice di pace del tribunale di Ivrea che ha accolto il ricorso di Spatari contro l’ingiunzione di chiusura imposta dal Prefetto di Torino Claudio Palomba perché, sostanzialmente, “il covid non circola ad orari” e quindi “[...[ l’importanza di tutti gli interessi costituzionali coinvolti avrebbe imposto una motivazione qualificata supportata da elementi riscontrabili” nella chiusura dei locali dopo le 18, il ragionevole dubbio sta diventando una certezza nelle teste di tanti.
Due sentenze non fanno una prova. Ma quasi.
Da queste parti i fatti se li ricordano un po’ tutti. Così come l’escalation che in pochi mesi portò il locale a diventare uno dei simboli del dissenso alle maxi restrizioni imposte per fronteggiare la pandemia.
Dalle prime sanzioni dell’autunno 2020, quando il locale restava aperto nonostante le disposizioni contenute nei DPCM, fino agli aperitivi disobbedienti dell’aprile di un anno fa, ogni sabato pomeriggio, dentro e fuori il locale di via Orti.
Prima qualche decina di disobbedienti, poi via via sempre di più fino a che, ai primi di maggio, arrivarono le forze dell’ordine con in mano un provvedimento di sequestro della Torteria firmato dall’allora procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando per l’inosservanza delle varie ordinanze emesse. Una delle ultime, quella del prefetto di Torino Palomba che su sollecitazione di una fetta consistente dell’intera città e dell’amministrazione del sindaco Claudio Castello, emise un’ordinanza di chiusura del locale per cinque giorni.
Arrivarono anche gli inviati della trasmissione televisiva “Le Iene” a documentare gli aperitivi disobbedienti di una piazza, quella di fronte al locale, definita “negazionista”. Se ne discusse ovunque, anche e non solo in Consiglio comunale.
Oggi emergono altre verità, rispetto a quelle di allora. Verità delle carte bollate di un tribunale.
“Condivisibili e fondate” le motivazioni della proprietaria della Torteria, scrive il giudice di pace di Ivrea.
Dunque, tornando alla domanda iniziale: e se avesse avuto ragione Rosanna Spatari? Carte alla mano, con il senno del poi, bisognerebbe come minimo riconoscerglielo. Cosa? Innanzitutto il merito di aver vinto due battaglie in tribunale che tutti davano per perse prima ancora di iniziare a combatterle. Tutti, o quasi.
“Onore alla Torteria di Chivasso, la trincea della libertà!”.
Non Vittorio Sgarbi, evidentemente, che con un video sui social esprimeva fin dall’inizio la sua solidarietà e vicinanza all’esercente chivassese.
Dopo la vittoria in tribunale a Ivrea nella causa di fronte al giudice di pace, sono arrivate le dichiarazioni dell’avvocato Alessandro Fusillo e di Rosanna Spatari.
Il primo, in un video diffuso sui canali telegram, ha espresso la propria soddisfazione per la sentenza del tribunale eporediese: “Dopo la sentenza di Cassazione, un’altra bella notizia per Rosanna, diventata il simbolo dei ristoratori che si sono trovati a lottare contro la dittatura sanitaria. Il giudice di pace ha accolto il ricorso contro la sanzione di chiusura del locale imposta dal prefetto di Torino. Non c’è ragione per ritenere che il virus circoli ad orari, e soprattutto che il rischio di un piccolo assembramento possa portare focolai di covid. Una bellissima vittoria che mettiamo insieme alle altre pronunce positive di questo mese. Si sta creando una giurisprudenza favorevole ai ristoratori”.
La seconda, Rosanna Spatari, è intervenuta alla trasmissione radiofonica “Lavori in Corso” di Radio Radio. Intervistata da Stefano Molinari, ha spiegato ancora una volta perché non si è fermata di fronte ai vari Dpcm: “Sono rimasta chiusa sei mesi, è tanto per una persona che ha un locale da gestire. Io non avevo soldi, sono riuscita a pagare giusto qualcosa. Ho avuto la fortuna che, essendo stata sempre generosa, ho ricevuto la stessa generosità in cambio. L’affitto bisognava pagarlo, le utenze anche. Sarei sicuramente andata in difficoltà economica. Il problema è che a livello sociale non ci sono stati aiuti di nessun tipo. Anche se avessi avuto bisogno di mangiare, di comprare il cibo, non avrei potuto”.
La Corte di Cassazione
Il pronunciamento della Corte di Cassazione è del novembre scorso. Evidenziava come Rosanna Spatari non avesse commesso il reato di “inosservanza dei provvedimenti dell’autorità”.
La Cassazione aveva annullato, senza rinvio, il provvedimento di chiusura e sequestro preventivo da parte del tribunale del riesame di Torino. Secondo la Suprema Corte il fatto non è previsto dalla legge come reato con riferimento all’articolo 650 del codice penale.
La Torteria, come è stato ricostruito dalla Cassazione, era stata messa sotto sequestro dopo che la titolare Spatari non aveva osservato il verbale di chiusura per cinque giorni emesso dai carabinieri il 27 gennaio 2021, l’ingiunzione del 19 aprile del prefetto, le richieste di presentazione al comando della polizia locale di Chivasso il 29 gennaio e il 3 marzo 2021. Secondo i Supremi giudici la condotta contestata alla Spatari rientrava nelle violazioni alle misure di contenimento del covid, le quali, se con il primo decreto del 23 febbraio 2020 comportavano una violazione del codice penale, con quello successivo del 25 marzo 2020 erano state depenalizzate.
Era prevista solo una sanzione amministrativa, che consisteva in una multa (inflitta dalla prefettura) ed eventualmente dalla chiusura del locale fino a un massimo di 30 giorni. Non solo: in base a “un consolidato orientamento” della Corte, la violazione dell’articolo 650 del codice penale si può ritenere commessa solo se riguarda situazioni “non previste da una norma specifica”, che per quel che riguarda il Covid, dopo i decreti del 2020, esisteva, ed era punita per via amministrativa e non penale.
Il tribunale di Ivrea
Il 5 aprile il giudice di pace del tribunale di Ivrea, il dottor Giampiero Caliendo, ha accolto il ricorso presentato dalla chivassese contro l’ordinanza di chiusura del locale imposta dal Prefetto di Torino il 19 aprile 2021.
L’ordinanza trovava fondamento in un verbale della Guardia di Finanza del 31 ottobre 2020 in cui si contestava, alla Spatari, l’esercizio dell’attività di servizio di ristorazione oltre gli orari consentiti nonostante l’obbligo imposto fosse fissato “dalle ore 5 alle ore 18”, così come da DPCM del 24 ottobre.
Gli uomini delle fiamme gialle trovarono, alle 20.30, dentro il locale della Spatari, 10 avventori, tutti identificati e sanzionati.
Contro il provvedimento del Prefetto, la titolare della Torteria propose ricorso con l’avvocato Alessandro Fusillo.
La sentenza del giudice di pace di Ivrea è arrivata il 5 aprile scorso. Ed è una sentenza destinata a far giurisprudenza e a far discutere.
Il giudice eporediese infatti statuisce che “[...] la limitazione di orario in questione si rivela essere sostanzialmente non una misura dettata da autonome e peculiari esigene sanitarie non disciplinate, bensì ulteriore cautela per l’eventuale inosservanza di altra norma da parte dei consociati. Tale modus operandi appare anomalo e comunque non sorretto da un adeguato fondamento giuridico. [...] Allo stato - prosegue il giudice - non risultano riconstri/evidenze tecnico-scientifiche che consentano di comprendere le ragioni del (paventato) maggior rischio di diffusione del contagio negli orari non consentiti, e ciò configura altro difetto motivazionale dell’atto”.
In pratica, seppur tutti i vari provvedimenti governativi erano volti alla tutela della salute pubblica, non c’erano adeguate e qualificate motivazioni per sostenere la chiusura dei locali oltre le 18 per contenere il virus.
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