Il 1958 è ritenuto l’anno d’inizio del «boom economico», cioè del processo che trasformò l’Italia – benché permanessero tenaci sacche di povertà e arretratezza – in un moderno paese industrializzato, accompagnandosi a due notevoli fenomeni: le grandi migrazioni interne e la crescita tumultuosa dei centri urbani. Allora Settimo Torinese incarnava assai bene lo spirito dell’Italia alle soglie del «boom economico», fra tradizione e fretta di scrollarsi di dosso il peso della storia più recente, vale a dire il ricordo della vita grama e delle ansie che avevano segnato gli anni del secondo conflitto mondiale e dell’immediato dopoguerra.
Nelle strade circolavano le Seicento della Fiat: costruite a partire dal 1955, assurgeranno a simbolo del raggiunto benessere. Ma si vedevano pure molti scooter col motore a due tempi, i veicoli industriali della ricostruzione postbellica: le Vespa della Piaggio di Pontedera e le Lambretta dell’Innocenti di Milano. Nel 1957 la Fiat aveva lanciato la Nuova Cinquecento, una vetturetta avveniristica che esprimeva «un mondo giovane, un’epoca sentita e vissuta come innovativa», in cui «anche i gesti e le persone stesse» rivelavano «qualcosa del prototipo», come si legge nei testi specialistici.
Gli appassionati locali della motorizzazione erano riuniti in due circoli: il Gruppo motociclistico settimese e l’Automotoclub settimese. Il che, a detta di un periodico cittadino, indeboliva «non poco l’attività agonistica […], compromettendo il valore delle […] rappresentanze nei vari motoraduni nazionali e precludendo la realizzazione di un ricco programma di gite e manifestazioni sportive». Esisteva anche un Vespa club, collegato alla rete degli omologhi circoli. Il 26 ottobre 1958 gli aderenti al club di Settimo organizzarono un pranzo sociale a Bussolino, sulle colline di Gassino. «Abbiamo invidiato i fortunati possessori di quel piccolo cavallo di acciaio ormai famoso nel mondo», commentò il giornale.
Motociclette e automobili assolvevano pure altre funzioni. Ai giovani consentivano di sprigionare una vitalità non esprimibile in altro modo, sfogando inquietudini, affanni e malesseri. Ovviamente l’euforia della velocità presentava anche qualche risvolto negativo. Di lì a quattro anni uscirà il film «Il sorpasso» di Dino Risi, con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant e Catherine Spaak, una sorta di affresco cinematografico dell’Italia alle prese con le contraddizioni del «boom economico». Settimo Torinese anticipò almeno una delle tematiche di fondo del film: forse non il metaforico e premonitore appassirsi del «miracolo» effimero e spensierato, ma sicuramente la tragica conclusione di tante gite all’insegna della leggerezza e dell’imprudenza lungo le strade. È impossibile non accostare il drammatico finale del film alla fotografia che il «Portavoce Settimese» pubblicò in prima pagina nel luglio 1958. Vi si vede un lunghissimo corteo funebre che percorre la via Cavour: un folto gruppo di giovani fa ala alle bare di due coetanei «immolatisi in olocausto – scrisse il cronista – sull’altare della strada a quella moderna dea crudele che ha nome velocità». Impietoso, il periodico puntò il dito contro la nuova moda dei tempi, «quel gallismo che si impossessa di ogni giovincello non appena possiede un motore, che spinge una persona a ritenersi degna di stima solo se supera in velocità la macchina che lo precede o se abborda una curva in modo tale da suscitare i brividi nella signorinella che gli è compagna di viaggio: pigiando sull’acceleratore si può giungere alcuni minuti prima alla meta, ma si rischia anche di giungere decine di anni prima alla tomba».
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