La Cascina Brusa di Settimo Torinese una trentina circa di anni or sono
La Brusà era una delle tante cascine che costituivano i cardini dell’organizzazione rurale nel territorio di Settimo Torinese. Poco discosta dalla strada Cebrosa, quasi al confine con la capitale sabauda, essa venne edificata in epoca imprecisata e appartenne a illustri proprietari. Acquistò una certa importanza a partire dal tardo Seicento, sul finire dell’età di Carlo Emanuele II, dopo che la mutata situazione politica del ducato di Savoia permise all’agricoltura di rinvigorirsi, specie nella pianura attorno a Torino.
Il nome del cascinale compare in svariati atti di morte della seconda metà del diciassettesimo secolo. Ad esempio, in quello di una certa Allesina, moglie di un massaro della «cassina detta la Brusata», sepolta il 9 ottobre 1656 da don Giacomo Sarterio, parroco di Settimo. E in quello di una donna di Castellamonte, residente «alla cassina detta Brusata», deceduta nel 1658. Dai registri catastali del 1608 risulta che già il nobile Bernardino Lignana, appartenente alla famiglia degli ex feudatari di Settimo, possedeva una cascina acquistata dal padre, Ercole Lignana, «alla Brusà». Il termine con le sue varianti (Bruciata, Brugiata, Brusata, ecc.) risulta abbastanza comune nella regione piemontese e altrove.
Nella cascina Brusà di Settimo esisteva una cappella rurale dedicata alla Natività di Gesù, cioè al Natale. Verso la fine del diciassettesimo secolo, essa versava in uno stato di completo abbandono e non era più officiata. In un documento dell’archivio parrocchiale di San Pietro in Vincoli si legge che la chiesa, «per i disastri de’ tempi e guerre passate», risultava «rovinata». Le opportune opere di restauro della cappella furono intraprese dal proprietario della Brusà, il marchese di Caraglio, Angelo Carlo Maurizio Isnardi de Castello, nato intorno al 1650 (morirà in Torino all’inizio del 1723). Nella primavera del 1702, i lavori risultavano ultimati. Conformemente alla prassi, nel mese di aprile dello stesso anno, l’arcivescovo Michele Antonio Vibò dei signori di Praly incaricò il parroco Francesco Antonio Perino di visitare la chiesa, di benedirla secondo le disposizioni del concilio di Trento e di celebrarvi la Messa.
Nella supplica indirizzata all’arcivescovo, il marchese di Caraglio si presentava coi suoi titoli principali: conte di Sanfrè, signore di Banna, tenente generale delle armate di Sua Maestà, governatore e tenente generale della città e contado di Nizza. La vita del marchese fu a dir poco avventurosa. Durante la guerra di successione spagnola (il conflitto, per intenderci, che ebbe Pietro Micca, il duca Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio per protagonisti), assediato nella fortezza di Nizza da preponderanti forze francesi, si arrese solo dopo una lunga resistenza, nel gennaio 1706. Il nemico gli concesse di uscire dalla città per ricongiungersi alle truppe del duca di Savoia. In seguito, il marchese assunse la carica di governatore di Torino e sostenne l’assedio francese sino all’arrivo dei soccorsi e alla vittoriosa battaglia del 7 settembre 1706. L’anonimo autore del settecentesco «Ragguaglio giornale dell’assedio di Torino» afferma che la nomina del marchese a governatore fu accolta «con gran soddisfazione e contento de’ cittadini», trattandosi di un «cavaliere veramente di valore e prudenza, [...] clemenza e dolcezza».
Nel territorio di Settimo, oltre alla cascina Brusà, il marchese di Caraglio possedeva una risaia della superficie di oltre cinque ettari. L’estensione complessiva dei suoi terreni in Settimo era di circa centodue giornate, pari a circa trentanove ettari. Allo stato attuale delle ricerche non si conosce né l’epoca né le cause che determinarono il definitivo abbandono della cappella della Natività. Già nella seconda metà del secolo scorso, essa non compare più fra le chiese annesse ai cascinali del territorio di Settimo.
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