Cerca

«Gelindo ritorna», un testo natalizio per soli uomini

«Gelindo ritorna», un testo natalizio per soli uomini

Una moderna interpretazione di Gelindo

«Le memorie del Gelindo si legano indissolubilmente alle memorie dell’infanzia, dal giorno in cui mio padre mi portò a vederlo per la prima volta, e per l’affollamento della sala potei seguirlo solo stando a cavalcioni sulle spalle paterne, come si conviene ad ogni rapporto tra nano e gigante». A ricordare è Umberto Eco, il famoso semiologo, filosofo, narratore, linguista «et bien plus encore», alessandrino di nascita, scomparso nel febbraio 2016. Gelindo, il testo teatrale più diffuso in Piemonte, per lo meno sino alla Grande guerra, risulta d’incerta origine. Un tempo era letto o rappresentato un po’ dovunque, nelle piazze, negli oratori e nelle stalle, durante le veglie, in città e in campagna. Ma Gelindo è anche il nome del protagonista, un pastore rude e arguto (un contadino, a dire il vero, per mentalità e modo di agire), un po’ rompiscatole però di buon cuore. Nel presepe piemontese figura col cappellaccio in testa, il mantello sulle spalle e l’immancabile agnellino. Lo affiancano la moglie Alinda, i figli Narciso e Aurelia, l’anziano servitore Maffeo, il garzone Tirsi e il vicino di casa, Medoro. I più antichi testi sinora conosciuti del Gelindo sono quattro e provengono dal Canavese, per la precisione dalla Valle Sacra (Sale Castelnuovo, Villa Castelnuovo e Cintano). Costantino Nigra, il celebre diplomatico al servizio del conte Camillo Benso di Cavour nonché amico e amante della contessa di Castiglione, li ha datati fra il 1774 e il 1860 o poco dopo. In realtà, due sono le tradizioni del Gelindo, ben riconoscibili dai testi a stampa che cantastorie e venditori di almanacchi e pianeti diffondevano nei mercati e nelle fiere: quella monferrina e quella alessandrina.  Ma perché si dice «Gelindo ritorna»? Occorre sapere che il protagonista del testo teatrale si mette in viaggio di malavoglia per ottemperare agli ordini dell’imperatore romano, il quale ha proclamato il censimento della popolazione. Poi, però, torna indietro più volte: «Alinda, mi raccomando, la sera chiudi sempre la porta»; «sorveglia nostra figlia e impediscile di uscire di casa»; «ricordati di mungere le vacche», e così via. Tutto ciò, per inciso, «è molto da contadino», come puntualizzava l’eporediese Roberto Leydi (1928-2003), docente di etnomusicologia al Dams di Bologna. E aggiungeva: «Quando io, da ragazzo, uscivo e poi tornavo a casa perché avevo dimenticato le chiavi, mi sentivo sempre dire da mia nonna: Gelindo ritorna».  Per quanto concerne il popolare detto, Umberto Eco era di opinione differente e ironizzava: «Com’è noto, esistono in proposito due scuole di pensiero, che chiameremo la Scuola di Bratislava e la Scuola di Koenigsberg. Secondo la Scuola di Bratislava, “Gelindo ritorna” diventa espressione proverbiale perché lo sciagurato pastore esce e rientra in scena ripetutamente, per ricordare qualcosa ai suoi accoliti e familiari, e viene usata in Piemonte dai vecchi quando qualcuno per smemoratezza o compulsiva importunità torna ripetutamente, o almeno una volta, dopo che se n’era andato. Secondo la Scuola di Koenigsberg invece (e la mia memoria mi aiuta nel sostenere questa tesi), dopo che in una località del Piemonte la bella consuetudine del Gelindo natalizio si era instaurata, a ogni volgere di Natale i manifesti annunziavano “Gelindo ritorna”, nel senso di “ritorna anche quest’anno a deliziarvi, accorrete o pastori”». Gelindo era un testo per soli uomini. Infatti, com’era consuetudine nelle filodrammatiche parrocchiali, le figure femminili venivano impersonate dai maschi. Talora si decideva di eliminare la parte di Alinda, la moglie di Gelindo, ma quella della Vergine Maria era insopprimibile. «La Madonna – ricordava Umberto Eco – doveva dunque essere interpretata da un giovanetto. Per evitare incidenti, non parlava (oggi parla moltissimo e a mio parere quasi stona, introducendo una nota troppo cruscante e femminile in quel bofonchiare e borbottare di pastori barbuti e puteolenti). Infine, doveva stare sempre di profilo, col velo che le scendeva a picco, in modo che non se ne scorgesse il volto, quasi mistica prefigurazione di una martire afgana». Va da sé che nessun ragazzotto voleva interpretare Maria. Al ruolo non poté sottrarsi il piccolo Eco: «Talora, ed era il mio caso, si accettava di far la Madonna per spirito di collaborazione e soprattutto per potere stare lungo tutta la commedia non in sala come gli allocchi, bensì tra le quinte, privilegio che persino a Broadway è consentito solo al finanziatore dello spettacolo e amante della soubrette». Vabbè, mettiamola così! Da allora le cose sono cambiate e anche le donne possono interpretare la Madonna. Ma, come diceva Eco, dopo il Concilio Vaticano II e la Messa in italiano non c’è più religione.
Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori