Donne e bambini in fuga nei giorni dopo la disfatta da Caporetto
Caporetto oltre un secolo dopo. Che cosa è rimasto della paura, della rabbia e delle angosce di quel tragico ottobre 1917? «Caporetto – scriveva Mario Silvestri, ingegnere e scienziato, ma anche storico, una quarantina circa di anni fa – calamita tuttora l’attenzione degli italiani. Anche chi non conosce i fatti sente volar per l’aria la parola “caporetto”, scritta con la “c” minuscola, per indicare un collasso improvviso, un disastro quasi irreparabile. Storicamente Caporetto è una delle più grandi battaglie di annientamento della storia contemporanea e la più grande disfatta dell’esercito italiano».
Com’è noto, fra il 24 e il 27 ottobre 1917, gli austro-tedeschi irruppero nella conca di Plezzo (oggi Bovec, in Slovenia), sfondando lo schieramento italiano. Presi dal panico, i comandi periferici non seppero coordinare l’azione dei soldati. La ritirata si tramutò così in una rotta caotica sino al Piave. Nella loro crudezza, le cifre del disastro sono impressionanti. In appena due settimane, l’Italia perse 350 mila uomini fra morti, feriti, dispersi e prigionieri, mentre 400 mila si sbandarono dietro le linee. Caporetto fu una tragedia immane, comparabile a poche altre della storia italiana.
Lontano dal fronte, il disastro militare fu vissuto con senso di angosciosa impotenza. Sfiduciate, le popolazioni si trovarono sottoposte a crescenti sacrifici. Le notizie che i soldati recavano dal fronte producevano turbamento e insofferenza nei confronti di una guerra della quale non si vedeva l’utilità. I sacrifici e le privazioni non si contavano. Tormentata da inquietanti presagi era la vita quotidiana.
Di quei giorni ormai lontani, a Settimo Torinese, rimane l’enfatico messaggio che il sindaco Angelo Chiarle inviò all’onorevole Vittorio Emanuele Orlando, chiamato a sostituire il dimissionario Paolo Boselli alla guida del governo. «La popolazione settimese – telegrafò Chiarle – è col re e col governo che hanno fede nell’indipendenza e libertà della Patria, frutto [di] tanto sangue prezioso, monumento migliore che la razza invitta abbia potuto creare a se stessa». «In questa vigilia densa di pericoli, ma gravida sicuramente della nostra gloria definitiva – aggiunse il sindaco – lanciamo il vecchio motto sabaudo: ni potior morior». Il 13 novembre Orlando rispose con un telegramma di circostanza, compiacendosi «vivamente dei sentimenti di fervido patriottismo» della popolazione.
Ma il ricordo di Caporetto è anche legato alla tragedia dei profughi veneti che furono costretti ad abbandonare le proprie case per sottrarsi all’avanzata austriaca. In un primo tempo Settimo accolse una sessantina circa di persone, fra cui diversi bambini in tenera età. Si trattava di famiglie provenienti un po’ da tutte le zone di guerra: Buia, Monfalcone, Fiera, Vittorio Veneto, Pieve di Soligo, Preone, ecc.
Alcuni profughi trovarono alloggio nella cascina Isola, altre in varie case del centro e della campagna. Ai loro bisogni provvedeva una commissione – nominata dalla giunta municipale in seguito a una circolare prefettizia – di cui facevano parte i settimesi Paolo Pecchio, Carlo Benedetto, Paolo Micheletto, Emilio Roggeri e Giuseppe Montagna, nonché il prevosto Domenico Gobetto, l’ufficiale sanitario Martino Crolle e il geometra Michele Triccò. Nel 1918 il numero dei profughi salì a cento: più di venti erano originari delle cosiddette «terre irredente», soprattutto di Brentonico, nel Trentino.
Allo stato attuale delle ricerche, non sappiamo come i fuggiaschi furono accolti a Settimo. Con benevolenza o sospetto, con compassione o timore? Chissà! Nel corso del Novecento, il secolo dagli umori ferrigni, la storia si sarebbe ripetuta molte volte: dopo le massicce incursioni aeree della seconda guerra mondiale (1942-44), l’alluvione del Polesine (1951), il terremoto del Belice (1968), la grande fuga dall’Albania (1991), ecc.
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