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IL CASTELLO DI BOLLENGO

IL CASTELLO DI BOLLENGO
Houston, abbiamo un problema. Anzi, due. Il primo è che una mia compagna di liceo mi aveva chiesto di parlare del suo nuovo taglio di capelli, ma poi si è tirata indietro, e dunque non ne parlerò. Il secondo è che questa settimana vi voglio parlare di un monumento dell'eporediese che dà ampia mostra di sè a chiunque passi, da secoli e secoli, lungo la strada che collega Ivrea con il lago di Viverone. Io me lo ricordo fin dalla prima infanzia, per me rappresentava il territorio come poco altro, giusto, ovviamente, la Serra. Sto parlando del Castello di Bollengo, che di fatto è una dimora signorile, o meglio, lo era. Infatti il suo problema è che tutto quello splendore che dimostra da lontano, da vicino va via via sbiadendo, fino a lasciare sgomenti qualora ci si trovi nelle strette vicinanze. E non è un caso, penso, che l'idea di occuparmene mi sia venuta proprio nei giorni in cui ci troviamo di fronte ai ruderi della Lega, crollata miseramente nelle ultime elezioni amministrative. Con la differenza che il Castello di Bollengo ebbe un passato glorioso, ça va sans dire. E proprio perché alludo ai funebri padani, è opportuno sottolineare loro che Bollengo è un paese di 2000 abitanti, non una delle metropoli che governano essi stessi, tipo appunto Ivrea, o addirittura Grosseto. Come abbiamo avuto modo di scrivere in altre occasioni, nel Medioevo il territorio a sud ed est del capoluogo canavesano era conteso con il Vescovato di Vercelli, e molto probabilmente il castello di Bollengo originale venne costruito proprio in opposizione alla città tra riso e Rosa. L'obiettivo era che i dintorni del castello venissero popolati dagli abitanti dei villaggi antichi locali, ma i risultati furono assai deludenti, soprattutto a causa di tale Anna Malo, che ne sconsigliò l'abitazione per un clima particolarmente freddo e piovoso, e per via dell'arrivo di molti migranti dal territorio sud canavesano, tutti in cerca di lavoro ma estremamente facoltosi. La struttura da castello classico venne superata principalmente ad opera di Costantino Nigra, che però si trovò in conflitto con il comune, specialmente per via di un campanile che gli dava fastidio, e che credette a lungo trattarsi del Ciucarun lì trasferito da Mago Merlino. Quindi cedette il castello ad un cugino, con una g sola. In precedenza, però, era stato anche di proprietà del Conte Dentis, a cui era costato un occhios. Nondimeno era stato in possesso dei Fratelli Larghi, probabili antenati di Adinolfi. Nel Novencento divenne di proprietà di congreghe religiose, con grande soddisfazione di una certa Georgia Popolo, che sognò di collocarvi un enorme Presepe che desse mostra di sè su tutta la piana canavesana, ma dovette poi ripiegare in uno di quei presepi andini incastonati in un guscio di noce. Infine rimase in possesso dei Salesiani fino al Sessantotto, quando lo mollarono per correre sulle barricate di Parigi; che, come sa bene il nostro beneamato Gigno Vinia, è una cittadina francese niente male.
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