L’antico campanile romanico racchiuso dai ponteggi lascia ben sperare. C’è da credere che, per l’Abbadia di Stura, sia la volta buona. Si porrà finalmente termine a un deplorevole degrado, le cui origini affondano nella storia degli ultimi cento anni?
Sorta nel 1146 lungo l’antica Strada lombarda o «via pubblica dei pellegrini e dei mercanti», l’abbazia di San Giacomo svolse un ruolo di primo piano nell’ambito dell’organizzazione rurale di un territorio amplissimo, fra la Stura e i centri a oriente di Torino. Unita alla mensa vescovile di Torino (bolla del papa Martino V, 5 settembre 1421), l’abbazia disponeva di terre coltivabili, prati irrigui, vigne, risaie, boschi, corsi d’acqua e mulini.
Un'immagine di altri tempi, nei prati dell'Abbadia di Stura
Le superstiti fonti d’archivio dei secoli XVII e XVIII attestano che il complesso costituiva una sorta di borgo pressoché autosufficiente dal punto di vista economico, con botteghe di artigiani (calzolaio, sarto, falegname e fabbro), un forno comune, un’osteria e un mulino a cui era annessa una «pesta» per la canapa. Nell’abbazia abitavano otto famiglie di massai e un cerusico o chirurgo. La chiesa interna, sotto il titolo di San Giacomo Maggiore, aveva dignità parrocchiale; officiata da un curato, era il punto di riferimento religioso per i contadini dei dintorni. Scriveva l’architetto Giovanni Lorenzo Amedeo Grossi nel 1760: «Questa parrocchia, oltre a’ cascinali di detta cascina, comprende le cascine di Borgaretto, la borgata denominata le Cascinette e qualche altra cascina al di là della Stura, nel territorio di Torino, non oltrepassando il luogo del Villaretto, tuttoché vi siano altre cascine superiormente in detto territorio di Torino, per essere comprese nella parrocchia di Lucento».
Il paesaggio agrario era allora caratterizzato da lunghi filari di gelsi, da strade alberate e da un’estesa rete di canali irrigui che intersecava l’importante via per Chivasso e Vercelli. L’abbazia manteneva rapporti di tipo economico con tutte le comunità limitrofe, specie con Settimo e San Mauro Torinese, nonché con le grandi cascine disseminate nella campagna (ad esempio San Giorgio, appartenente ai gesuiti del Collegio vecchio di Torino).
Nel 1678 il conte Silvestro Olivero fu autorizzato dalla Santa Sede a impiantare, sui terreni di San Giacomo, un moderno filatoio da seta alla bolognese, utilizzando l’acqua fluente del mulino per alimentare otto ruote idrauliche. L’iniziativa va considerata nel quadro dei tentativi tesi a sviluppare l’industria serica nel ducato di Savoia, per iniziativa di un ceto imprenditoriale e finanziario di origine subalpina. Dall’abbazia il conte Olivero ebbe oltre cento giornate piemontesi di terreno, suddivise in tre appezzamenti, con contratto di enfiteusi. Sul finire del Seicento il filatoio dava lavoro a circa duecento persone fra uomini, donne e bambini.
Nel 1867, in forza della legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico, il Demanio dello Stato acquisì San Giacomo e le sue proprietà, con la sola eccezione della chiesa e delle pertinenze strettamente parrocchiali. Quindi i beni furono venduti al banchiere Vincenzo Ceriana. Nel chiostro dell’abbazia, in quegli stessi anni, era attiva una scuola frequentata da duecento alunni.
Il Novecento vide la progressiva distruzione del paesaggio agrario e la sua trasformazione in aree per l’industria. Sui terreni già di San Giacomo sorsero la Snia Viscosa, la Fiat Ricambi e altre industrie; in un’ala dell’abbazia stessa s’installò l’Aurora, azienda di articoli per la scrittura. Oggi il vecchio complesso abbaziale, ancora dominato dalla torre campanaria romanica, appare stretto fra le grandi vie di comunicazione e le fabbriche che hanno progressivamente saturato ogni spazio disponibile. Triste sorte di un monumento carico di storia. Riusciranno i restauri a mutare un destino che sembrava segnato da tanto tempo?
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