Non c’è che dire. Nel centro storico di Settimo Torinese, a memoria d’uomo, non si erano mai visti tanti zingari tutti insieme. Il che non dovrebbe stupire perché le cosiddette «genti del viaggio», sia sinti sia rom, ma anche khorakhanè, ritengono che il lutto (nel caso specifico per Dulijano Halilovic, rinvenuto privo di vita in uno stabile di via Pietro Astegiano) sia una faccenda molto seria.
L’episodio giunge a conferma di come estraneità e incomprensioni segnino il presente e il passato degli zingari. Per primi, a giungere nell’Europa occidentale, furono i sinti: nel ducato di Savoia apparvero dopo il concilio di Costanza, conclusosi il 22 aprile 1418. Lo storico piemontese Luigi Cibrario (1802-1870) parla di «una tribù straniera dal volto abbronzato, dagli occhi neri e scintillanti, dalle chiome corvine, gente insomma di tipo orientale, uomini, donne e fanciulli». Quindi aggiunge: «Diceano venir d’Egitto, essersi convertiti alla fede cristiana, andar pellegrinando per penitenza ovvero recarsi a’ piedi del papa a domandar l’assoluzione de’ loro peccati». In realtà, prescindendo dalle loro remote origini indiane, gli zingari non provenivano dalle terre del Nilo, ma dalle provincie dell’impero bizantino, attraverso la penisola balcanica. E non andavano affatto errando per penitenza.
Dapprima, a quanto sembra, avvolti da un alone di mistero, gli zingari non suscitarono alcuna diffidenza: nei loro confronti prevalevano il fascino dell’esotismo e la curiosità. Gli storici evidenziano come l’accoglienza avvenisse secondo i precetti della misericordia cristiana, i quali imponevano di soccorrere e alloggiare i pellegrini. Però, sovente, gli zingari approfittavano degli aiuti, facendosi gioco della benevolenza che le popolazioni locali manifestavano.
È chiaro che la situazione non poteva durare a lungo. La mendicità armata, la scaltrezza, gli inganni, i furti, gli incendi dolosi e il rifiuto di sottoporsi alle leggi, il tutto unito alla pratica della divinazione che giustificava facili accuse di paganesimo e di traffici col demonio, furono verosimilmente all’origine della pessima fama che non tardò a circondare gli zingari, dissolvendo ogni residua attrazione per i loro costumi esotici.
Da allora, un po’ in tutto il Piemonte, la storia degli zingari si caratterizzerà per il durevole contrasto con la legge e per i ripetuti tentativi dei comuni di espellere le bande dalle aree urbane e rurali. Gli zingari saranno così costretti a escogitare le più varie strategie di sopravvivenza, passando da un nomadismo legato all’economia agricola a un nomadismo di fuga, in modo da eludere le forze dell’ordine e sottrarsi ai tentativi d’integrazione nella società, benché tutto lasci supporre che i poteri politici avessero raramente i mezzi per applicare le severe norme in vigore.
Fra «persecuzione, esilio, inospitalità, rifiuto, sofferenza e discriminazione», la storia degli zingari appare «forgiata da un permanente andare» che la rende unica. Ne deriva un’identità, quella zingara, in cui confluiscono culture, lingue e un «forte senso di appartenenza», ma anche un’anima libera che mal si concilia coi moderni «vincoli del consumismo». Sono espressioni del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti.
Purtroppo nessuna delle fonti documentarie sulla storia degli zingari è attribuibile a questi ultimi. A ragion veduta si è obiettato che tale storia è descrivibile come il complesso delle vicende che la cultura maggioritaria ha narrato o taciuto per generare l’immagine di una minoranza in contrasto con la società civile, evidenziando l’incolmabile distanza fra popolazioni stanziali e nomadi.
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