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CERESOLE. "Il lupo non è un problema, il cinghiale sì"

CERESOLE. "Il lupo non è un problema, il cinghiale sì"

Bruno Bassano

CERESOLE. Il 1 luglio s’insedierà ufficialmente il nuovo direttore del  Parco Nazionale Gran Paradiso. Come reso noto esattamente un mese prima,  il designato è Bruno Bassano, Ispettore Sanitario e Responsabile del Servizio Biodiversità e Ricerca Scientifica dell’Ente. Nato nel 1958 e  laureatosi nel 1985 a Torino in Medicina Veterinaria, ha in seguito conseguito un dottorato in Scienze zootecniche applicate, Alpicoltura ed Ecologia.  E’ stato ricercatore e docente universitario ed è autore di numerose pubblicazioni in ambito scientifico. Consulente esterno dell’Ente Parco negli anni fra il 1986 ed il 1992, vi lavora in pianta stabile dal 1999. Conosce come pochi altri l’area protetta ed il territorio nella quale è inserita ed è in stretto e costante contatto con le comunità locali e con i loro amministratori. 

Si aspettava questa nomina o si è trattato di una sorpresa?

Se messo a confronto con gli altri due candidati magari no. La grande sorpresa è stata vedermi inserire in quella rosa di nomi e per quel ruolo: non ho una formazione da dirigente, da direttore del personale (ci sono scuole apposite per questo). Si tratta di un elemento di novità rispetto al passato. Credo di essere parte di  un discorso di transizione verso un nuovo corso. 

Che effetto le fa avere in mano la direzione di un Parco per il quale ha sempre lavorato stando sul campo?

Effettivamente è l’aspetto più delicato:  diventare il datore di lavoro di quelli che fino a ieri erano stati colleghi e collaboratori è un passaggio delicato. Sarà impegnativo per me come per gli altri e bisognerà porre molta attenzione alla gestione di questi rapporti.

Come intende impostare la sua direzione? 

Qualche progetto nel cassetto ce l’ho; non so se ci sarà il tempo per realizzarlo. Sono vicino alla pensione ed ho l’impressione di far parte di un pezzo di una staffetta: certo non ho lo spazio temporale di un  Michele Ottino, che è stato direttore per 15 anni. Ci sono cose che vorrei accadessero ma bisogna vedere se si verificheranno le condizioni  però non vorrei che la mia direzione passasse senza lasciare traccia, soprattutto riguardo alle cose che considero importanti. 

Quali sono queste cose importanti?

La ricerca, il monitoraggio, gli studi sulle specie meno in evidenza:  a parte camosci e stambecchi, che ovviamente restano il fulcro, si sta ad esempio studiando il lupo ma non la lince, che meriterebbe grande attenzione.

C’è poi il rapporto con il mondo della zootecnia: è una presenza preziosa, condivisibile. Il pascolo migliora le caratteristiche del suolo ma dev’essere razionale e governato; almeno nelle aree protette, bisognerebbe limitare le quantità di animali in favore della qualità della loro presenza.  In questa regione abbiamo una forte cultura pastoralista ma oggi manca totalmente la figura del pastore:  esiste solo quella dell’allevatore.  Un altro problema serio riguarda la fruizione dei parchi. La sviluppo va bene ma fino a che punto? E’ una questione che tutte le aree protette si stanno ponendo ed è importante dare dei numeri: un conto è parlare genericamente di sostenibilità, un altro conto quantificarla e stabilire fin dove sia possibile arrivare. Occorre cercare di aumentare la consapevolezza dei fruitori e limitare gli impatti.

Quali sono le peculiarità ed i compiti di un parco come quello del Gran Paradiso?

Non  possiamo dimenticare che è il più antico sorto in Italia: l’anno prossimo festeggeremo i cento anni. Sommando il periodo precedente di protezione si arriva ai due secoli, anche se era una tutela limitata ad alcuni aspetti: riguardava camosci e stambecchi ma non  la lince e l’aquila, che venivano cacciate. Oggi abbiamo due compiti specifici molto importanti: proteggere la natura e misurare le sue trasformazioni. Questo lavoro è messo a rischio dalla mancanza di personale. 

Quali sono attualmente i problemi principali del Parco dal punto di vista ambientale?

Abbiamo davanti la sfida dei cambiamenti climatici. Ci sono alcune specie in grande difficoltà: da questo punto di vista l’impatto è più evidente sul mondo vegetale che su quello animale ma l’interazione fra i due regni è molto stretta ed il ruolo di un parco è studiare questi cambiamenti per poterli fronteggiare. Il monitoraggio è fondamentale e va fatto bene altrimenti viene meno la nostra funzione di tutela.  

Quali sono invece i problemi di gestione? 

Sono diversi: alcuni hanno un impatto immediato, altri creano preoccupazione nel medio periodo. Ce n’è uno prioritario, che riguarda tutte le Pubbliche Amministrazioni e che rappresenta uno scoglio serio. Il Parco non ha più dipendenti! I pensionamenti vanno avanti rapidamente e se non ci lasceranno ridisegnare la pianta organica vedo in difficoltà la Sorveglianza ma anche tutto il resto: il monitoraggio, la ricerca, che come ho detto sono parte essenziale della nostra attività. Avevamo dei meccanismi di funzionamento ben strutturati, con funzioni specifiche definite, ma se vengono a mancare certe figure viene messo in crisi. Al momento possiamo sostituire solo le uscite più recenti ma con meccanismi lunghi, che richiedono anni. Dobbiamo fare pressioni per sbloccare il turn-over. 

Cos’altro la preoccupa?

Mi preoccupa molto il tema della Sorveglianza. Corriamo un grosso pericolo: in Italia sta passando l’idea che un parco possa esistere anche senza che nessuno ne controlli il territorio. E’ un questione che riguarda  soprattutto i parchi regionali ma anche quelli nazionali ed in buona parte dell’arco alpino si è già seguita questa strada. Con la cultura attuale la vigilanza è ancora necessaria e non si deve assolutamente scindere il binomio Protezione - Sorveglianza. Il Corpo di Sorveglianza, d’altra parte,  deve sentirsi parte del Parco: è una delle sfide più ambiziose. 

Perché a suo tempo  vi opponeste con forza alla legge che avrebbe inserito i guardaparco nell’allora Corpo Forestale? 

Ho l’impressione che questo rischio non sia scomparso e ne capisco i motivi visto che per gli altri parchi è così. Tuttavia il fatto di avere un corpo di sorveglianza che dipende direttamente dall’Ente consente di assumere tempestivamente decisioni che altrimenti dovrebbero passare attraverso formalità burocratiche, a scapito della rapidità e dell’efficacia.

La preoccupa il fatto che il Ministero per l’Ambiente sia stato inglobato in quello della Transizione Ecologica?

Non posso negare che i dubbi di alcune associazione ambientaliste siano fondati: concentrando l’attenzione soprattutto sul problema energetico si corre il rischio di trascurare le aree protette. L’esperienza francese, che abbiamo copiato, non è andata benissimo: i parchi nazionali sono stati un po’ dimenticati. Spero che non avvenga la stessa cosa. Non conosco il ministro Cingolani ma, vista la sua provenienza professionale,  dovrebbe essere sensibile ai temi della ricerca.

Rispetto a quando iniziò a collaborare con l’Ente Parco, quanto è cambiato il rapporto con le popolazioni   e le amministrazioni locali?

Sono cambiate molte cose, soprattutto negli ultimi dieci-quindici anni. La  forte ostilità che esisteva in passato nella  maggior parte dei casi non c’è più. Abbiamo  realtà molto evolute - come Ceresole e Cogne - dove il Parco è considerato una risorsa su cui puntare, ed altre realtà più piccole e più isolate in cui si vedono ancora soprattutto i limiti posti dalla presenza  di un’area protetta ma anche qui le cose sono migliorate.

Questo miglioramento nei rapporti con le comunità locali rischia di essere messo in crisi da questioni come quella del Lupo? 

Tutto sommato la gente comune è ben disposta nei confronti del lupo però si pone delle domande come “Se vado in giro sono al sicuro?”, alle quali è necessario rispondere. Bisogna  lavorare molto su questo. Siamo di fronte ad una specie che è stata sempre simbolo di forza, grazia, lealtà, capacità di difendere la prole, tanto che presso certe culture gli stessi re assumevano nomi riferiti al lupo (si pensi a  Wolfango) ed oggi deve spaventare tanto? Capisco gli allevatori ma in generale tutta questa diffidenza è immotivata. 

Poi, se ci sono animali che provocano danni, nessuno dice di non intervenire purché al di fuori delle aree protette.

Si sta riferendo ai cinghiali? 

Sì. Mentre il lupo (fermi restando i problemi degli allevatori) è soltanto benefico per il sistema naturale, il cinghiale crea grandissimi danni. Il suo impatto è molto pesante sulle praterie d’altura, frutto di un processo evolutivo lunghissimo e basate su un equilibrio estremamente  delicato: vengono danneggiate in modo grave, con conseguenze sul dilavamento del suolo e quindi sull’erosione. Il lupo invece non fa alcun danno ecologico.

Un’ultima domanda, riguardante lo spostamento della sede del Parco, che qualche anno fa pareva cosa fatta. Come stanno le cose?

Ho l’impressione che questo argomento non sia al centro dell’attenzione, anche perché non si può fare nulla senza prima cambiare il paragrafo di una legge nel quale si stabilisce che le sedi debbono essere due: una a Torino ed una ad Aosta. E’ vero che siamo l’unico Parco Nazionale a non avere la sede nel territorio protetto. In caso di spostamento, è ovvio che si dovrebbe comunque scegliere una collocazione che non fosse pregiudiziale per la funzionalità dell’ente, in una località facilmente raggiungibile. 

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