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Un giro per Osterie

Un giro per Osterie

Periodo fra le due guerre mondiali. I titolari del Caffè Cavour di Settimo Torinese nell'attuale via Roma

È definito «piòling», dal piemontese «piòla», che significa osteria. Si tratta – spiega il «Corriere della Sera» di domenica 9 maggio – della «istituzionalizzazione di quello che noi perdigiorno facciamo tutte le volte che possiamo: ciondolare da una bottiglieria all’altra, inanellando bicchieri di grignolino [...] e uova sode, timorasso e pane con le acciughe». In termini più espliciti, il «piòling» è un giro per osterie, «intuizione [...] splendida» per i tempi moderni, stando al «Corriere». Sotto la Mole, sembra che stia per essere reclamizzato con tutti i crismi. Qualcosa di molto simile, a dire il vero, aveva luogo in anni ormai lontani a Settimo Torinese durante le feste patronali di fine agosto. Si disputava, più precisamente, una stravagante gimcana attraverso le vie del paese con soste obbligate in ogni bettola per tracannare altrettanti quartini di vino. Al termine della gara, i concorrenti che non si reggevano in piedi venivano trasportati a casa in carriola. E pazienza se il buon teologo Domenico Gobetto, parroco di San Pietro in Vincoli, non si stancava di deplorare pubblicamente il cosiddetto vizio dell’osteria. Nella sabauda Torino del ventunesimo secolo forse non si pensa di giungere a tanto. Il fatto è che la storia delle «piòle» s’intreccia con quella dei costumi sociali. Per rimanere a Settimo, il periodo aureo delle cantine o mescite o bottiglierie o gargotte coincise con la fase in cui si accentuarono le spinte all’industrializzazione, fra l’Ottocento e il Novecento. Nel 1914 esistevano ben trentasei esercizi pubblici per circa 5.400 persone (in media uno ogni centocinquanta abitanti, compresi i bambini e le donne). Disseminati nell’intero territorio comunale, talvolta a distanze considerevoli dal centro, avevano nomi suggestivi: Cernaia, San Marco, Polo Nord, Due Buoi Rossi, Progresso, Primavera, Persico Reale, Tripoli, Corona d’Italia, Fornaci e così via. Il lavoratore tendeva a considerare la «piòla» come una sorta di seconda casa in cui trascorrere qualche ora serena dopo le estenuanti fatiche in fabbrica. Detto in modo diverso, l’osteria era un luogo accogliente, il rifugio ideale contro la solitudine e lo squallore degli abituri operai. Nella «piòla» gli avventori giocavano alle carte, mangiavano cibi dal gusto intenso (acciughe al verde, tomini piccanti, sottaceti, salumi, ecc.) e, ovviamente, bevevano. Il contadino inurbato vi riscopriva la cosiddetta cultura del vino, l’antico mezzo di socializzazione che – osserva Riccardo Monteleone, studioso di storia del movimento operaio – «stimolava a momenti e costumi di vita comunitaria». Si comprende altresì perché la Società operaia di Settimo (si costituì nel 1852, in pieno Risorgimento, agli albori dello sviluppo industriale) non tardò ad avere una propria cantina, pomposamente definita buffet. Oltre a rappresentare una fonte non secondaria d’introiti, essa divenne un importante strumento attraverso il quale l’associazione mutualistica mirava a entrare in contatto con nuovi settori delle classi lavoratrici, sottraendoli alle bettole. Però, rinunciando all’osteria, l’operaio voleva ritrovare ciò che quella gli aveva sempre offerto: «il vino, le carte da gioco, le bocce, pagati non più da lui per il profitto di un singolo privato, ma per l’interesse comune», come si esprime Giorgina Levi. Un incallito frequentatore di bettole fu Niccolò Machiavelli, caduto in disgrazia presso i Medici, signori di Firenze. Il 10 dicembre 1513, in una famosa lettera scritta all’amico Francesco Vettori da San Casciano in Val di Pesa (Firenze), egli annuncia di avere scritto «uno opuscolo» politico, «De Principatibus» ovvero «Il Principe», da cui ricaverà grande notorietà. Quindi confessa di vivere nell’abiezione della bettola per verificare se la Fortuna si vergognerà di essersi mostrata tanto ostile nei suoi confronti. Insieme all’oste – spiega nel suo bel periodare toscano – «io m’ingaglioffo», cioè divento un perdigiorno, «giuocando a cricca» (carte) e «a trecchetrac» (dadi o pedine). Da tali passatempi – prosegue – «nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano». 
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