Così l’avvocato Antonio Mencobello, candidato a sindaco per il centrodestra alle ultime elezioni comunali, lascia la Lega per entrare nel confortante limbo politico, il Gruppo misto. Un contenitore per i «senza patria» politica, perché in politica l’appartenenza è tutto o quasi.
Il Gruppo misto, nato e pensato per gli outsider, coloro che pur non appartenendo a niente si sapeva dove stavano, è diventato un purgatorio dove si sconta la pena e poi si aderisce ad altro o, in attesa di tempi migliori, si cerca di costruire le premesse per un ritorno che quasi mai è «alla grande». Ne parlo con cognizione di causa, perché nella preistoria (per intenderci quando Elena Piastra iniziava la sua ascesa) ho aderito al Gruppo misto.
Lasciando stare le storie di noi boomers della politica, il difficile mestiere dell’opposizione, ça va sans dire, è essenziale almeno quanto quello della maggioranza e dell’esercizio di governo che, se non ci fosse, non si sarebbe in democrazia. Per definire il rapporto tra i partiti e le istituzioni, mediato dai gruppi parlamentari, si è indicato il ruolo di questi ultimi come «cerniera» o «proiezione» dei partiti in Parlamento. La Corte costituzionale, in con una sentenza del 1998, ha definito i gruppi «il riflesso istituzionale del pluralismo politico».
Ad esempio, del Gruppo misto al Senato fecero parte il presidente della Repubblica Enrico De Nicola, ma anche l’antifascista e dirigente del Comitato di liberazione nazionale Ferruccio Parri e i presidenti del Consiglio Giovanni Spadolini e Giuliano Amato. Per gran parte della storia repubblicana, il Gruppo misto «svolse quella funzione residuale per la quale era stato pensato, raccogliendo pochi parlamentari indipendenti o appartenenti a minoranze linguistiche», ma è con le riforme elettorali e l’introduzione delle componenti politiche che si osserva una sua crescita abnorme e lo stravolgimento, nei fatti, della sua funzione.
Per stare a noi, in assenza di un collegamento organico con un partito ovvero, in un sistema elettorale con carattere fortemente maggioritario e basato sulle coalizioni com’è nelle elezioni comunali, bisognerebbe domandarsi quale sia la funzione del Gruppo misto. Certo, i candidati sindaco non espressione di un partito politico ma di una coalizione, soprattutto se perdenti, fanno fatica a legarsi ad un gruppo consiliare, inteso come «riflesso istituzionale del pluralismo politico» che s’incarna nei partiti.Se prendiamo a riferimento Giovanni Ossola, già sindaco di Settimo per enne volte, pur sconfitto alle comunali del 2009 con una coalizione che aveva raggranellato il 22 per cento dei voti, aveva ancora una casa politica, il Partito socialista. Così Fabrizio Puppo, sindaco nel 2014, la cui casa, pur passando per la Margherita e il Pd, era e sembra ancora essere il civismo non competitivo con i partiti. Un ragionamento diverso va fatto per Giuseppe Palena, il quale per anni ha incarnato l’anima laica delle coalizioni di centrosinistra a Settimo, transitato poi nel centrodestra e candidato senza successo alle comunali del 2014 a capo di una coalizione spuria. Per queste ultime comunali, quella coalizione ha prestato qualche nome e diversi voti all’attuale sindaca.
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