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SETTIMO. Linguaggio di genere, questione di abitudine

SETTIMO. Linguaggio di genere, questione di abitudine

La scorsa settimana, i consiglieri della Lega, Manolo Maugeri e Alessia Titanio, avevano puntato il dito contro il linguaggio di genere, “mettere una “a” alla fine di ogni parola non ha senso, ancora meno insegnare il linguaggio di genere nelle scuole”. La proposta era stata lanciata dalla consigliera di Italia Viva, Angela Schifino che, oggi, la rivendica.

“Il linguaggio è un mezzo potente, - spiega - ci definisce per quello che siamo. Le parole possono dare o togliere. Esiste una forma di sessismo nella lingua italiana dimostrata dalla resistenza all’utilizzo delle forme femminili di nomi e aggettivi. Il problema è capire perché ci sia tutt’ora una maggiore percezione di autorevolezza di nomi e aggettivi se declinati al maschile. Ciò deriva da una cultura patriarcale e maschilista che fatichiamo ad eliminare. Una volta le donne non ricoprivano certi ruoli, ma fortunatamente la società, come il linguaggio, è in continua evoluzione”. La Schifino, poi, parla proprio della nota “declinazione al femminile” di molte parole. 

“Avvocata, medica, assessora, sindaca, consigliera, forse suonano male, - prosegue - ma è solo questione di abitudine. Ormai sono parole di uso comune, perché le donne ricoprono quei ruoli. Per questo bisognerebbe insegnare il linguaggio di genere già dalla scuola dell’infanzia ed utilizzarlo in famiglia. Il linguaggio può diventare uno strumento importante per quel cambiamento culturale, necessario al superamento dei pregiudizi e degli stereotipi di genere”.

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