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SAN PONSO-RIVAROLO. "Io, vaccinata con AstraZeneca, al PalaLancia di Chivasso ho ricevuto un trattamento eccellente"

SAN PONSO-RIVAROLO. "Io, vaccinata con AstraZeneca, al PalaLancia di Chivasso ho ricevuto un trattamento eccellente"

Vaccinazioni al PalaLancia di Chivasso

SAN PONSO-RIVAROLO. "Io, vaccinata con AstraZeneca, al PalaLancia di Chivasso ho ricevuto un trattamento eccellente". Ciò che sta emergendo in questi giorni — con ostinata prepotenza — è la profonda differenza tra i vari hub vaccinali dell’Asl TO4. Diversità frutto di un’altalena organizzativa che provoca vertigini. Per fortuna, in alcuni casi, la realtà è più rosea delle aspettative. È il caso del centro vaccinale di Chivasso.

A raccontarcelo, Fiorenza Bertotto, residente a San Ponso e preside dell’Istituto SS. Annunziata di Rivarolo. «Lunedì 5 aprile, il lunedì di Pasquetta — racconta la Bertotto ho ricevuto la prima dose del vaccino AstraZeneca nel nuovo centro COVID allestito presso il PalaLancia di Chivasso». Il nuovo hub vaccinale, con sei postazioni, aperto sette giorni su sette, può vaccinare oltre 600 persone al giorno, compatibilmente con la consegna delle dosi. «L’obiettivo è accelerare la vaccinazione per evitare l’assalto negli ospedali —, afferma Luigi Vercellino, commissario dell’Asl To4, — ci servono centri così per vaccinare sempre più persone».   E infatti la preside del SS. Annunziata conferma l’ottima organizzazione del Centro.  «Il mio appuntamento era stato fissato alle ore 12.58 ed essendo arrivata con un piccolo anticipo sono stata accolta dai volontari della Protezione Civile che mi hanno indirizzata verso i carabinieri   per un primo controllo della documentazione prevista. Subito dopo sono stata introdotta nel grande locale della palestra, in parte adibito a sala d’attesa: molte sedie, adeguatamente distanziate e pochissime persone ad occuparle». Lo zelo del personale sanitario garantiva un flusso costante di persone, senza causare assembramenti e malcontento.  «Non sono riuscita ad accomodarmi perché un’altra addetta mi ha prontamente dirottata verso la scrivania dietro alla quale sedeva un cortesissimo medico. — prosegue Fiorenza Bertotto —. Qui ho presentato i documenti compilati e sono stata sottoposta ad un’accurata indagine sul mio stato di salute, passato e presente».  Una volta assodata la sua idoneità a ricevere il vaccino, la preside si è incamminata verso uno dei gazebo allestiti in fondo al locale. Qui è stata accolta da una cordialissima infermiera. «Finalmente ho potuto vedere in carne e ossa, anzi, in vetro e siero, il famoso — o forse famigerato — flaconcino di AstraZeneca!».

Nemmeno il tempo di avvertire il pizzico dell’ago che penetra l’epidermide: «In un nanosecondo mi sono ritrovata incerottata e vaccinata…». 

Al termine della vaccinazione, come da prassi, Fiorenza Bertotto ha atteso 15 minuti seduta in disparte, in attesa di eventuali reazioni e poi è stata ufficialmente congedata. «Ho guardato l’orologio: erano appena le 13.20! — annuncia con entusiasmo — Sono indubbiamente una persona fortunata perché ancora una volta, nella mia non breve vita, ho ricevuto dalla Sanità un trattamento eccellente: ottima organizzazione, competenza degli operatori, cortesia da parte di tutti gli addetti». Il vissuto della preside Fiorenza Bertotto fa sperare in un futuro (possibilmente vicino) dove la buona organizzazione della macchina vaccinale aiuti a raggiungere quell’immunità di gregge che ci permetterà di tornare a una vita normale. «Ci tengo ad aggiungere un particolare, per me significativo. — prosegue — Sulla parete esterna del Centro era affissa una gigantesca riproduzione del dipinto del pittore chivassese, Demetrio Cosola, datato 1894, in cui è raffigurata una scena della storica vaccinazione contro il vaiolo». 

Il dipinto, intitolato “La vaccinazione nelle campagne” e che attualmente è conservato presso Palazzo Santa Chiara a Chivasso, ritrae un insieme di donne che portano i propri bambini dal medico affinché siano vaccinati. Lo stile è realistico e le figure sono ritratte con una prospettiva frontale, a figura intera e a distanza ravvicinata. Al centro del quadro, una donna che indossa un vestito marrone a maniche lunghe sopra il quale è allacciato un grembiule blu, tiene seduto in braccio un bambino di pochi mesi, avvolto dalla vita in giù in un panno bianco, e con il petto e le braccia nudi, mentre il medico gli sta inoculando il vaccino.  Una storia cronologicamente distante dai giorni nostri ma terribilmente attuale. Una storia che mostra quanto la vaccinazione di massa sia il principale strumento in nostro possesso per sconfiggere le epidemie (il vaiolo, infatti, è stato debellato). 

«Io l’ho interpretato come un messaggio di speranza — conclude la preside — che, di questi tempi, vale come una cura». 

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