ASettimo Torinese, quando tedeschi, italiani, ungheresi e bulgari occuparono la Jugoslavia, dopo una breve campagna militare iniziata il 6 aprile 1941, esattamente ottant’anni fa, s’ignorava che esistesse un piccolissimo villaggio agricolo dal nome impronunciabile, Mrzla Vodica. Eppure esisteva, nel Gorski Kotar, la regione croata ai confini con la Slovenia. I suoi abitanti erano poche centinaia. Dopo lo smembramento del regno di Jugoslavia, il paesino passò alla provincia italiana del Carnaro assieme a tutto l’entroterra orientale di Fiume, assumendo un nuovo nome: Acquafredda. Non trascorrerà molto tempo che la gente di Settimo conoscerà alcuni abitanti di Mrzla Vodica.
In un primo tempo, non avendo una chiara coscienza politica, la popolazione dei territori annessi all’Italia si mantenne abbastanza tranquilla. Le cose però cominciarono a mutare quando la Resistenza jugoslava si rafforzò e gli italiani reagirono intensificando le operazioni repressive. Fu allora che molti civili abbandonarono le proprie case e raggiunsero i partigiani. Per ospitarli, questi allestirono accampamenti provvisori nei boschi. La notte fra il 29 e il 30 giugno 1942, ventiquattro famiglie, quasi tutte residenti alla periferia di Mrzla Vodica, per un totale di ottantotto persone, con il bestiame e pochi altri beni, si diedero alla macchia. Furenti, le camicie nere reagirono in modo assai duro: coadiuvate da carabinieri, fanti e guardie di finanza, incendiarono le case dei fuggiaschi, rendendone impossibile il ritorno. Dalle fonti dell’epoca emerge che si trattò di una reazione feroce e spropositata.
Numerosi abitanti di Mrzla Vodica furono trasferiti in Italia, per lo più nel campo d’internamento di Monigo, un sobborgo di Treviso. Alcuni, in seguito, ebbero un lavoro presso industrie e aziende agricole che necessitavano di manodopera. Alle acciaierie Cravetto di Settimo Torinese ne vennero destinati venticinque. Da un documento del 7 marzo 1943 risulta che lo Stato maggiore del Regio esercito si adoperò affinché i lavoratori internati della Cravetto ricevessero «l’intera remunerazione stabilita per i lavoratori civili, con la sola trattenuta della quota razione viveri». Si pensava, in tal modo, di favorire il loro inserimento «nella compagine sociale della nazione» in vista di «una eventuale sistemazione delle rispettive famiglie nei luoghi di lavoro». A firmare la domanda fu il generale Antonio Gandin che pochi mesi più tardi, a capo della divisione Acqui, avendo scelto di non arrendersi, sarà fucilato dai tedeschi a Cefalonia. Il 1° marzo 2001 Carlo Azeglio Ciampi, il presidente della Repubblica, dirà che la «scelta consapevole» degli uomini di Gandin «fu il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo».
Il 18 giugno 1943 Agostino Podestà, prefetto del Carnaro, chiese al comando della seconda armata d’«impartire disposizioni» perché alcuni acquafreddesi di Monigo e Settimo fossero immediatamente posti in libertà. A tal fine, Podestà puntualizzò che non erano stati trasferiti «per ragioni di carattere repressivo, ma per i rastrellamenti prudenziali della popolazione in zone che interessavano le operazioni militari». «Trattasi – aggiunse – di elementi rurali che hanno sempre avuto comportamento rispettoso nei confronti del nostro Paese e che sono destinati, anche per domanda loro, a recarsi a lavorare stabilmente in aziende agricole della Lombardia». I capifamiglia avevano già inoltrato domanda «per la riduzione del cognome in forma italiana». La richiesta riguardava, fra gli altri, i fratelli Bruno e Paolo Dragičević (rispettivamente delle classi 1924 e 1926), Giuseppe Grubešič (1927) e Giuseppe Čop (1910), tutti occupati nelle acciaierie Cravetto di Settimo Torinese. Di tutti loro, allo stato attuale delle ricerche, non si sa altro.
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