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08 Febbraio 2021 - 10:30
Gianfranco Boetto in una foto d'archivio
A Pont era facile e quasi inevitabile incontrarlo, sia negli anni della giovinezza che in quelli della maturità: i genitori avevano gestito prima un bar, poi l’edicola; la moglie Bruna era titolare di una nota “Cartoleria- profumeria-giocattoli”. Anche dopo il suo ritiro dall’attività pubblica e quello della sua famiglia dalle attività commerciali mantenne tuttavia l’abitudine di andarsene in giro per il paese e scambiare opinioni: non era un tipo casalingo. Al primo approccio dava l’impressione di essere brusco e poco loquace ma se si toccavano le giuste corde emergevano la sua ironia e la sua profonda conoscenza dei meccanismi della politica.
L’impegno politico ed amministrativo
Nell’amministrazione comunale entrò nel 1988 ma il suo impegno pubblico datava a tempi ben più lontani, così come la sua militanza nel P.S.I., iniziata da giovane e durata fino alla crisi degli Anni Novanta. Del Partito Socialista fu per molti anni segretario di sezione, poi vice-segretario di zona e sempre per conto del partito entrò nel Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale di Pont e, dalla metà degli Anni Ottanta, nel Comitato di Gestione dell’U.S.L. 38 di Cuorgnè. Questi ruoli all’interno della Sanità Pubblica gli piacevano molto, lo facevano sentire utile alla collettività. Pur facendo parte di un partito che alla fine della propria esperienza era pesantemente degenerato, una cosa si può dire di Gianfranco Boetto: non approfittò mai del suo ruolo pubblico per trarne vantaggi personali o familiari. Semmai pagò dei prezzi, come a metà degli anni Sessanta, quando una battaglia sindacale (si era iscritto alla CGIL all’età di 17 anni) gli costò la retrocessione dal ruolo di capostazione a quello di capotreno, con conseguente diminuzione di stipendio; solo sette anni più tardi – dopo aver vinto un concorso – riuscì a riguadagnare il suo ruolo. Del resto la politica che gli piaceva non era fatta di personalismi bensì di confronto, di discussione, di scontri anche duri ma civili: i calcoli di partito vi trovavano posto, gli interessi privati no.
Alle Comunali del 1988 la coalizione di sinistra vinse la sfida elettorale, sia pure di misura: al P.C.I, partito di maggioranza, andò la carica di sindaco con Gianpietro Bertoli; al P.S.I. quella di vicesindaco con Boetto. Come assessore ebbe le deleghe a Sport, Commercio, Artigianato e, in qualità di presidente della Consulta Comunale (alla quale facevano capo tutte le associazioni e che organizzava le manifestazioni per conto del Comune) gli toccò il compito di occuparsi della Mostra dell’Artigianato. Lo fece per anni - fino al 2000 - con grande impegno ed entusiasmo, continuamente alla ricerca di nuove idee e di nuove proposte per mantenere vivo l’interesse di operatori del settore e visitatori ed invogliarli a tornare l’anno successivo. Naturalmente, vista la sua passione per lo sport, si dedicò anima e corpo alla ristrutturazione del campo sportivo, dotandolo di tribune e trasformandolo in uno dei migliori della zona. Gli piaceva fare l’amministratore comunale, tranne quando doveva indossare la fascia tricolore nelle cerimonie ufficiali: almeno nei primi tempi gli sembrava di mettersi troppo in evidenza.
Nel ’93 la compagine di cui faceva parte venne riconfermata con risultati assai lusinghieri ma due anni più tardi Bertoli, eletto in consiglio regionale, si dimise per incompatibilità e fare il sindaco – fino alle nuove elezioni, sette mesi più tardi - toccò a lui. Nei successivi dieci anni rimase in consiglio, sempre in maggioranza ma con un gruppo di diversa composizione, che rispecchiava la nuova realtà della politica italiana dopo Tangentopoli: ex-democristiani ed ex-comunisti ora governavano insieme. Nel 2005 non si ricandidò e negli anni successivi fu spesso combattuto fra il desiderio di rimettersi in gioco (la sua collocazione nell’area di centrosinistra non era in discussione) e l’esitazione a farlo davvero.
La passione per lo sport
Alla passione per la Cosa Pubblica se ne accompagnava una completamente diversa: quella per lo sport. Stravedeva per il calcio, non perdeva una partita della Juventus ed appena possibile era entrato nella U.S.C. Pontese: a quindici anni aveva anche effettuato un provino alla Juve, su iniziativa del suo allenatore Pinuccio Hess. Giocò nel Pont dal 1955 al ’79 quasi ininterrottamente: solo nel campionato ‘57-58 ed in quello del ’60-61 fece parte del Forno e del Locana. Il soprannome col quale tutti lo chiamavano era derivato dagli incitamenti ricevuti in campo: “Gian! Gian!” si era col tempo trasformato in quel “Giangia” che gli era rimasto appiccicato addosso e che gli piaceva molto. Da un certo momento in poi si divise fra il ruolo di calciatore e quello di allenatore: nel ’72 aveva infatti assunto il compito di preparare la squadra e lo fece per un decennio. Anche dopo aver smesso di giocare rimase pronto a tornare in campo in caso di necessità: c’è ancora chi ricorda quella volta in cui, all’ultima partita di campionato, nella quale il Pont si confrontava con l’Agliè, per sostituire un giocatore assente ed evitare che si suoi rimanessero in dieci, resistette per tutti i novanta minuti, correndo il meno possibile ma pronto a respingere i tiri pericolosi, ed il risultato fu un dignitoso 3 a 3. Si giocava ad Ozegna poiché a quell’epoca il Pont era rimasto senza un campo (che doveva essere risistemato) e doveva cercarsene uno volta per volta, ricorrendo all’ospitalità dei paesi vicini.
Dal ’74 all’83 fu anche presidente della squadra, dedicandovisi anima e corpo e trascorrendo le domeniche a scarrozzare da un campo all’altro i giocatori ancora privi di patente o che non avevano un’auto: al mattino giocava la Giovanile, al pomeriggio la II e III categoria. Alla sera poi, tornando a casa, portava in dono alla moglie le magliette dei calciatori da mettere in lavatrice. L’interessata non faceva i salti di gioia, le figlie Alessandra e Roberta sì: grandi tifose anch’esse, consideravano un onore poter stendere e raccogliere quegli oggetti degni di venerazione.
“Calcio ma non solo…” si potrebbe dire: lo appassionava enormemente pure il ciclismo e nel gennaio 1961, insieme ad un gruppo di appassionati, aveva fondato la Società Ciclistica Pontese e ne era stato eletto presidente. Tempo prima, quand’era ragazzino, era riuscito a raggiungere Ivrea in bicicletta per assistere al passaggio del Giro d’Italia. Missione assai faticosa e compiuta in gran segreto - approfittando del fatto che i genitori a quel tempo lavoravano in fabbrica - ma presto svelata da un incontro inopportuno: i pontesi in possesso di un veicolo a motore si contavano sulla punta delle dita eppure uno di essi lo incrociò ed incontrando sua madre per strada le chiese: <Cosa ci faceva tuo figlio ad arrancare sui pedali al Ponte Preti?>.
Gli ultimi anni
Dopo la morte della moglie, avvenuta nel 2012, e dopo che i nipoti Stefano e Beatrice – dei quali si era molto occupato quand’erano piccoli – furono cresciuti, andava spesso al mare, che adorava. Dava così sfogo alla passione per il nuoto ma compiva anche lunghe camminate e pedalate. Proprio durante una vacanza ad Arma di Taggia, nello scorso mese di luglio, si rese necessario un ricovero d’urgenza all’ospedale di Sanremo a causa di un’occlusione intestinale. Le complicanze della fase post-operatoria ne compromisero le condizioni generali e malgrado gli evidenti segnali di ripresa verificatisi in seguito, non ha più fatto ritorno a casa: trasferito ad Ivrea per essere più vicino ai familiari, poi in una struttura di lungodegenza, è deceduto a Torino il 3 febbraio.
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