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Tra “dimenticati” e “invisibili”, storie e tragedie al tempo del Coronavirus. C’è chi si attacca al pc, chi al cassonetto e chi ad una bombola d’ossigeno

Sonia non sa più a che santo votarsi. Alza le braccia al cielo. Si dispera. Piange. Batte i pugni sul tavolo. Asintomatica  da 28 giorni, quindi in “quarantena”.   “L’Asl non mi risponde. Ho inoltrato mail, pec, chiamato i call center ma nulla. Io e la mia famiglia? Siamo sequestrati in casa”. C’è già chi li chiama i “dimenticati” dall’Asl e dal mondo. Vivono un calvario senza fine. E sono centinaia, come lei, i “positivi” che non riescono a liberarsi dal coronavirus, rimanendo per questo “prigionieri” dentro la propria stanza in attesa di un certificato o di una telefonata che non arriva. Inutile citofonare o “suonare” all’Asl, perchè lì “non risponderà nessuno” come cantava Adriano Celentano qualche lustro fa. Inutile lamentarsi, piangere, gridare ... A dettare le regole ci pensa la circolare del ministero della Salute del 12 ottobre e, senza certificato dell’avvenuta guarigione, uscire di casa è un rischio, anche penale.  Il problema è, che, in assenza di un protocollo nazionale per il rilascio, ogni Asl fa da sè ma non fa per tre: in alcuni casi si attende per giorni e in altri quel pezzo di carta arriva addirittura prima dell’esito del tampone.  “Sono positiva dal 21 ottobre, - spiega Maria di Ivrea - al secondo tampone, senza sintomi da oltre 15 giorni. Il Sisp che dovrebbe darmi il via libera è irreperibile, il mio medico di famiglia pure. Mi sento come in carcere...”. Stando alle regole stabilite dal Governo dovrebbe considerarsi  libera. E usiamo il condizionale  perché il Sisp le ha poi imposto un terzo tampone anche se non servirà a nulla, considerando che aldilà del risultato lei potrà comunque uscire.   Non funziona il Sisp, e non funziona la App “Immuni” che il Sisp dovrebbe far funzionare. Lo dice chi l’ha scaricata e s’è ritrovato a chiedere informazioni sul codice da inserire. Peccato che agli uffici dell’Asl non sappiano di che cosa si stia parlando. Uno Stato che non c’è La drammaticità delle storie raccolte al telefono non ha limiti. E sono anche storie di uno Stato che non c’è, di una Regione che non c’è, di un’Asl che non c’è.... «Mio marito - ci racconta Laura di Cavagnolo - ha avuto un dolore al petto, poi è arrivata la tosse, infine la febbre alta per due giorni.... Avevo paura. Paura che finisse in un ospedale alle terapie intensive,  lontano da me e dai nostri figli... Ho pianto. E’ stato un incubo... Non sapevo che cosa fare e che medicine procurare. Non mi ha aiutata nessuno. Il mio medico di famiglia non s’è quasi mai fatto trovare. Mi diceva stia calma. Misuri la temperatura. Gli dia una tachipirina.... Mi sono sentita abbandonata. Sola contro la malattia... A quel punto ho scritto ad un amico dottore in Romania ed è stato lui a indicarmi quali medicinali acquistare... Certezze? Neanche una.... Se non avessero funzionato chi avrei dovuto chiamare?» Dov’è lo Stato? Dov’è la Regione? Dov’è l’Asl? Dov’è il commissario Vercellino? Ospedali alla deriva Incredibile ma vero lo Stato non c’è sul territorio, ma è totalmente assente anche negli ospedali e nei presidi chiamati ad arginare questa seconda ondata. Contrariamente alla prima, il morale del personale sanitario  è a terra, molti si sono contagiati e in alcuni reparti si lavora decimati, in altri mancano proprio i posti letto. “Durante tutto il giorno - ci racconta un primario di Ivrea - è un continuo valzer di telefonate da un reparto all’altro e da un ospedale all’altro per trovare un letto ad un nuovo paziente Covid... Ce n’era uno ricoverato per (....). Quando abbiamo scoperto che s’era ammalato anche di Covid abbiamo cercato di trasferirlo inutilmente per tutta la giornata. Non c’è stato nulla da fare. Alla Clinica Eporediese non lo potevamo mandare perchè è gestita direttamente dal Dirmei. All’ospedale di Ivrea s’è poi liberato un posto letto il giorno dopo. Starà anche calando il contagio, ma qui la situazione non s’è modificata per niente...”. Storie, ancora tante altre storie che forse diventeranno storia da studiare, come la prima e la seconda guerra mondiale, dopo il medioevo e il Rinascimento. Fuori dagli ospedali Fuori dagli ospedali la crisi continua a mietere drammi famigliari. Altra telefonata, altro delirio, altre lacrime.... “L’Atc vuole una relazione su questi mesi - ci racconta Silvia - Non sono riuscita a pagare gli affitti. Questi mi buttano fuori di casa. Aiutatemi a scriverla. A spiegare loro che mio marito è in cassintegrazione, che ho quattro figli da mantenere, che sono disperata, che non so più che cosa fare, che mi sono rivolta alla Croce Rossa.... ai servizi sociali...”. Addio dignità! Addio coraggio! Addio tutto... E intanto davanti alle Caritas le file per un pasto si allungano.  S’aggiungono tanti nuovi poveri che nei giorni di mercato si aggirano tra i banchi. All’apparenza normalissimi clienti, e forse (chi lo può sapere) fino a non molti anni fa lo erano. Guardano i prodotti esposti sulle bancarelle: frutta, verdura, pesce e carne. Sembra che valutino la merce ma non è così. Un’occhiata veloce, senza dare troppo nell’occhio (e non è un ossimoro), per individuare il residuo “quello buono”, prima di infilare rapidamente la mano e via tra la folla. Questo nelle migliori delle ipotesi, non foss’altro che il più delle volte la ricerca del salvabile la si fa direttamente nel cassonetto dell’immondizia. Cerca di qua, sposta di là. Una prugna. Toh guarda un cavolfiore. La loro “spesa”, quando va bene, è una banana tutta marrone, una mela o un pomodoro andato a male, in alternativa qualche foglia di lattuga rinsecchita o il gambo di un carciofo. Uomini e donne ai margini della società. In America li chiamano “invisibili” e con questa parola ci han già girato un mucchio di film. Si piange. Ci si commuove e poi finisce tutto lì. Agli ultimi posti di una scala sociale che non ha pietà. I “barboni” si moltiplicano giorno dopo giorno sempre di più, anche a Chivasso, a Settimo, a Ciriè, addirittura a Ivrea città divenuta patrimonio dell’Unesco, più per quello spirito olivettiano del buon vivere che non per gli immobili di via Jervis, peraltro chiusi al grande pubblico. “Andràtuttobene...” si diceva a marzo. No! Non sta andando bene per niente.... Ma va bene così e va bene per Facebook e per i social network... I social Cosa siamo oggi? Ex capitali dell’informatica e dell’automobile (Lancia, Pirelli) e terra di pensionati d’oro, di dipendenti pubblici in lavoro agile e smart working, appiccicati sui social come sanguisughe sulla pelle, schierati con Salvini o con Conte sulle zone rosse e sulle zone gialle, sulla riapertura e sulla chiusura. Sempre pronti a insultare i giornalisti. E di nuovo con il dito puntato sui migranti. E di nuovo la guerra degli uni contro gli altri, con qualche intercalare di chi invece, sentitamente commosso, se solo potesse, una mano ai  “barboni”  e ai malati, davvero la darebbe… E, manco a dirlo, il finale di una discussione che di più lunghe non se ne vedevano da un pezzo, è tutto da piangere ma anche da ridere. C’è chi parla di egoismo e di solidarietà, parole antiche. E chi la ributta in caciara, con il dito puntato sulle fake nnews, sul complotto, sulle coop, sui parroci e di nuovo sugli extracomunitari… Insomma non se ne esce vivi… Intanto domani, anche su Facebook, è un altro giorno con tanti altri argomenti di cui dibattere. Per passare il tempo. Ebbene sì... In questa Italia e pure nell’Asl To4, c’è chi si attacca al pc, al cassonetto o ad una bombolo di ossigeno. Fin che ce n’è…
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