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CHIVASSO. Sport e allenamento come stile di vita. Riccardo Mosciatti si racconta

CHIVASSO. Sport e allenamento come stile di vita. Riccardo Mosciatti si racconta. Sono nato a Chivasso nel 1989 e sono il secondo di due figli. Io e mio fratello Alessandro siamo come il giorno e la notte, ce lo dice sempre anche la mamma - comincia a raccontare Riccardo -. Ero un bimbo molto attivo, ma non ho tanti ricordi del passato. Una cosa però mi è rimasta ben impressa: a tre anni, il primo giorno che sono entrato nella nuova casa, mi sono spaccato la testa sbattendo contro un gradino… ‘timbravo’ gli spazi, in pratica - ci dice ridendo -. A tre anni e mezzo mi sono poi rotto tibia e perone... questo, in futuro, mi è servito per pormi domande sul mio corpo, nel momento in cui ho cominciato ad allenarmi”.

Un po’ rompiscatole e un po’ piagnucolone, così si definisce. Otteneva le cose con più facilità rispetto al fratello maggiore e se combinava qualche pasticcio questo creava poco stupore in casa, dato che si trattava di cose già fatte in precedenza da Alessandro. “Riuscivo persino a sembrare più ‘bravo’ e a nascondere meglio ciò che combinavo avendo già la strada spianata da lui” ci dice.

Ci racconta che fino ai dodici/tredici anni per ogni cm di altezza prendeva un chilo di peso, è lui stesso a definirsi ironicamente “un cubo”. Questo ha caratterizzato ciò che è successo un paio di anni dopo, quando ha iniziato a fissarsi con l’aspetto fisico e ha perso tredici chili in sei/otto mesi, alzandosi di otto centimetri.

Ho un ricordo ben definito di quel momento, facevo attenzione all’alimentazione, mi pesavo ogni giorno e giocavo a basket; ho praticato questo sport fino ai vent’anni - racconta -. Mi sono dato uno stop quando ho raggiunto i cinquantanove chilogrammi e mezzo di peso per 1,86 metri di altezza… oggi ne peso quasi quaranta in più di chili e sono tre centimetri più alto. Già ai tempi avevo, però, l’idea della costruzione muscolare e mi dicevo ‘io questa la riempio’ quando indossavo la canotta per giocare a basket. Erano tutti segnali di ciò che avrei fatto dopo”.

A sedici anni Riccardo Mosciatti ha iniziato a sentire delle fitte al torace e mamma Giovanna, ex infermiera, lo ha convinto a fare dei controlli. Si è scoperto così un pneumotorace spontaneo che gli aveva fatto collassare un polmone.

Sono stato ricoverato quasi due settimane e ho saltato scuola per un mese e mezzo. Ho rischiato duro, avevo perso la voglia di fare qualsiasi cosa, ma alla fine me la sono cavata a livello scolastico - racconta -. Dopo il liceo mi sono iscritto all’università, alla facoltà di Scienze del Turismo, ma ho frequentato solo per un anno, non era la mia strada. Mi sono preso un anno sabbatico e nel frattempo ho fatto qualche lavoretto. Tramite l’associazione di basket che frequentavo ho insegnato quello sport nelle scuole; ho anche cominciato a seguire corsi per diventare istruttore di fitness… iniziavano così ad allinearsi un po’ di cose. Mi allenavo con metodo e stavo attento alla dieta”.

Riccardo si è iscritto poi al test di ammissione per Fisioterapia e per Terapia Occupazionale, ha superato quest’ultimo e si è laureato; studiava con voglia, interesse e con piacere, aveva trovato il “suo” nonostante non fosse esattamente quello il lavoro che aveva in mente. “E’ un corso universitario che porta a lavorare nel campo della riabilitazione, ma quella che si colloca dopo il trattamento fisioterapico. Ci si occupa della cura della persona, del reinserimento al lavoro e delle passioni del paziente - ci spiega -. Mentre studiavo lavoravo anche e lo facevo in palestra. Nel mezzo mi è capitata una cosa: ho scoperto di avere un’ernia e ho dovuto smettere di giocare a basket. All’interno della palestra ho elaborato una mia idea personale di recupero della situazione e ho cominciato a convivere con il mio stato, adattandoci anche il tipo di allenamento. Quello è stato il primo vero passo verso ciò che mi piaceva e piace fare, e cioè capire le problematiche che un corpo si ritrova ad avere e scegliere il percorso migliore da seguire per superarle. L’ambito riabilitativo, quello del mio percorso di studi, era bello ma non faceva per me. Io volevo fare agli altri ciò che avevo fatto su di me, e quindi non lavorare su un deficit post trauma facendo riabilitazione, ma lavorare su normodotati facendo allenamento - spiega ancora -. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare full time in palestra, mi sono addentrato nel mondo del crossfit e ho seguito tanti corsi di formazione… ormai la problematica legata alla mia ernia e alla mia schiena era scomparsa e potevo allenarmi al pieno delle mie forze”.

Riccardo Mosciatti scopre di avere qualità “non comuni”, una su tutte la sua capacità cardiorespiratoria che gli permette di restare ad alto regime per un sacco di tempo. Ha partecipato a diverse competizioni, si è classificato molto bene e ha cominciato a girare per l’Italia per allenarsi con altri colleghi… ai tempi quella del crossfit era ancora una community molto ristretta, con zero invidia, dove ci si sentiva parte del gruppo.

Dal 2016 ho smesso con le competizioni e mi sono dedicato alla costruzione della mia realtà sportiva… è nata ‘CrossFit BomaYe’ oggi ‘BomaYe Mixed Modal Fitness’ in via dei Marinai d’Italia 22, qui a Chivasso - afferma -. Il mio focus si è spostato sul come far andare bene le cose qui, su quale fosse il messaggio giusto da far passare. In parallelo ho continuato, ovviamente, ad allenarmi con una voglia matta e ho cercato di capire le evoluzioni degli anni precedenti. E’ stato un bellissimo processo che oggi mi vede ricoprire un ruolo che non avevo né pensato né ricercato... o meglio, sapevo di voler fare questo e di volerlo fare al meglio, ma qui dentro ho potuto applicare tutte le contaminazioni ricevute nel corso della vita quali il tecnicismo degli studi, il teatro fatto al liceo, il basket e ciò che ho visto in giro… il risultato è qualcosa di favoloso - aggiunge -. Ho fortemente voluto questo spazio e l’ho adattato a me a al mio team. Aveva un grande potenziale e ce l’ha ancora. Durante tutto il percorso, inoltre, è stato ed è bellissimo collaborare con mio papà Renzo. ‘BomaYe’ mi dato tantissimo anche a livello umano oltre che lavorativo; alleniamo tante persone, ma al di là del rapporto di lavoro c’è anche quello umano con loro, così come c’è con mio padre con cui mi confronto come mai prima d’ora”.

Riccardo si trova esattamente dove sarebbe voluto essere. “Quando mi fermo non riesco a fare a meno di esclamare ‘Wow, che figo!’ - dichiara -. Fra dieci anni mi vedo nei miei panni e felice di esserci, non geolocalizzato in un luogo preciso, ma in una posizione più esperta, ancora più ricca di input, più ‘instabile’ e dico ‘instabile’ perché mi interessa sempre mettermi alla prova e saperla affrontare. Ciò che mi spaventa è stare fermo, è l’irrigidimento. Faccio quello che mi piace e l’aver costruito questa realtà mi ha dato la sensazione di sradicamento che cercavo, anche se qui ho ovviamente messo radici. ‘BomaYe’ ha con sè un’impronta di novità e serietà, se fossimo rimasti uguali e noiosi per me avremmo perso - spiega -. L’allenamento mi ha sempre dato una seconda chance, quella di essere diverso dal giorno prima e questo è quello che propongo a chi viene da me ad allenarsi. Creare l’obiettivo giusto è più difficile che arrivarci, a volte; va adattato alla persona. Mi piace l’idea di far andare via le persone un po’ meglio di come sono arrivate. Sono assolutamente soddisfatto della mia vita”.

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