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06 Novembre 2020 - 09:58
Questa è la testimonianza, anzi il racconto di Egidio Marotto, di 61 anni, di Brusasco, colpito da coronavirus nella prima ondata. Curato nell’ospedale di Chivasso, guarito, oggi è a casa con la sua famiglia.
“E’ iniziato tutto con un periodo di febbre e tosse, a cui reagivo prendendo la solita tachipirina. Banale influenza, sarà - comincia a raccontare Egidio Marotto - . Ma non passava. E la febbre aumentava. Fu mia moglie ad insistere per chiamare il dottore: influenza, fu il responso. Ma poi venne il fine settimana, e non vi fu scelta: chiamammo il 118. Il 7 marzo sono venuti a prendermi già bardati con la tuta da astronauta, ma ancora non ero preoccupato, li conoscevo, speravo fosse solo una precauzione, misero anche a me la maschera e la protezione. La prima vera sorpresa fu l’esito del tampone: positivo!”.
“Non me lo aspettavo perché sì avevo febbre alta ma nessuna difficoltà a respirare. A quel punto mi misero in una stanza da solo, con tanto di flebo e dopo non so quante ore, perché il tempo non riesci più a quantificarlo, venne un’infermiera e mi dice di togliermi tutti gli effetti personali compreso un anello sulla mano destra di mio papà buonanima che non riuscivo a togliere - continua il brusaschese Marotto -. Vidi ancora mia moglie dall’altra parte del vetro, ero già in rianimazione credo, ma a quel punto tutto diventò veloce, non ho più capito nulla. Non so se respiravo o se erano i macchinari a farmi respirare. C’era una finestrella cui si affacciava qualcuno di cui vedevo a malapena gli occhi, ricordo solo gli orecchini grandi di un’infermiera. Ma non sono sicuro di nulla. Mi sembra però che mi sia stato messo il casco e io lo tiravo via perché mi sembrava di soffocare. Però sono flash, non sono bei ricordi: praticamente è uno stato di coma farmacologico, roba del genere perché è il farmaco che ti induce in quella condizione e non hai più coscienza di quel che succede. Eravamo io e loro, infermieri e medici. Con scafandri e un mare verde che si agitavano intorno a me. Nessun altro”.
“Ecco beh di questo periodo ho due ricordi: ho sognato una stazione tutta fatta in ferro e mi dicono che la stazione di Cannes in Francia è così e io ero convinto di essere in Francia, però naturalmente ero nell’ospedale di Chivasso. In teoria ho sognato ma neppure di questo sono sicuro, chiudevo e aprivo gli occhi e non avevo percezioni precise, la luce nella stanza sempre accesa, giorno e notte, chissà? E poi visoni strane, forse anche la Madonna. Ma non so - prosegue nella sua toccante testimonianza -. Monitor e tubi si confondevano intorno a me, non potevo parlare, non potevo muovermi, avevo le mani fissate alle sbarre del letto per evitare, credo, che mi sfilassi il casco, e sempre solo occhi di infermieri, diversi ad ogni turno, ora lo so, ma in quei momenti non lo capivo. Non ho avuto dolori, assolutamente nessun tipo di dolore, solo ho sofferto molto la sete: volevo bere ma non si poteva. C’era questa signora infermiera che mi bagnava la bocca con una garzina imbevuta. I giorni passavano io chiedevo di bere, in realtà non sapevo come farmi capire, parlavo con gli occhi forse. Finalmente iniziano a usare una siringa con poche gocce d’acqua, mi sembrava di nascere ogni volta. La paura è andata un po’ via dopo un po’, mi dicevo sì sto qua, e poi ci fu l’esperienza della scrittura a distanza, cioè mi scrivevano su un pezzo di carta le lettere dell’alfabeto ed io cercavo di indicare cosa erano. Ad un certo punto arriva una infermiera che dice “ce l’hai fatta, ce l’hai fatta, ce l’hai fatta!!” e guardava un monitor: io non so su quel monitor cosa vedeva comunque mi diceva che ce l’avevo fatta…”.
“Ce l’ho fatta, sono fuori pericolo, e lì ho cominciato a tranquillizzarmi un po’ - prosegue nel suo puntuale racconto -. Internamente questa paura c’è ancora, io ancora adesso sto parlando con te e l’emozione mi viene forte, dentro di me c’è sempre quella camera… Dopo un po’ - giorni forse? Boh! -, arriva un infermiere uomo e mi dice “guarda questa sera ti faccio due regali, ti faccio tornare la voce come prima cosa” e mi ha sfilato il tutto, dal naso mi ha tolto il tubo: mi è sembrato di rinascere, è uscita la voce e la prima cosa che ho chiesto è dove sono. Gli ho chiesto ma siamo in Francia dove siamo? “no no”, mi risponde, “Siamo a Chivasso non ti ricordi nulla?” Non ricordavo nulla. Poi mi dice “il secondo regalo guarda è arrivato”. Tira fuori dal camice un cordless e me lo passa: dall’altra parte c’era mia moglie Gabriella. Quello è stato il più bel momento della mia vita, sì sì .. Poi da lì la riabilitazione, dopo qualche giorno volevo tirarmi su in piedi e stare in piedi e invece svenivo, sono svenuto quattro volte per stare in piedi e non riuscivo a mettere le gambe giù dal letto. Poi hanno provato a mettermi sulla sedia a rotelle ma anche lì sono svenuto. Poi poco per volta ho ripreso anche il gusto, che era completamente sparito. Sono stato ricoverato il 7 marzo e liberato il 24 aprile. Questa esperienza qui sicuramente mi ha fatto cambiare molte cose ragionandoci sopra”.
“Oggi non me la prendo più di tanto, lascio scorrere - conclude Marotto -, capisci chi hai attorno, capisci chi hai come amico, capisci che la famiglia è quella che conta più di tutti e che hai una moglie che è un tesoro... Comunque io l’ho detto: ecco questo virus non è una barzelletta, poi c’è quello che l’ha preso in forma leggera e quello come me in forma pesante. Mi ha toccato i reni, mi ha toccato il cuore, mi ha toccato i globuli bianchi, cioè mi ha massacrato abbastanza e adesso i valori sono tornati abbastanza a posto, ma non ancora al 100% a distanza di 7 mesi. Che dire? Posso solo ringraziare parenti, amici, conoscenti e sconosciuti, a cominciare da quella infermiera con gli orecchini grandi e quella che mi bagnava le labbra e tutte e tutti gli altri. Oltre a tutti coloro che mi hanno aiutato a mettercela tutta per guarire bene. Se la mia testimonianza serve a convincere qualcuno a prendere precauzioni per evitare il contagio, ben venga….Buona vita a tutti!”.
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