AGGIORNAMENTI
Cerca
03 Ottobre 2020 - 10:30
Un ragazzo che di strada ne ha fatta davvero tanta… da Castelrosso a Manchester… oggi è lo chef privato di un famoso calciatore di Premier League. Stiamo parlando di Simone Bertaggia che è qui per raccontarci la sua vita e la sua storia.
“Sono nato a Chivasso nel 1985 da Katia e Sante. Non so neanche io dire che bimbo fossi, ma sicuramente un bonaccione e abbastanza tranquillo. Ho sempre pensato di voler fare il cuoco, questo perché nonno mi portava spesso in panetteria a Castelrosso e il panettiere, il signor De Gasperi, a volte mi faceva entrare in laboratorio, mi raccontava storie di cucina e io rimanevo imbambolato - comincia a raccontare -. Sono cresciuto convinto di iscrivermi all’Alberghiero, ma a fine terza media mi è arrivata una batosta tremenda: un professore disse a mia mamma di non spendere soldi per farmi studiare perché non ne sarebbe valsa la pena. Non ero una cima, ma quando qualcosa mi piace mi impegno a fondo. Me ne sono infischiato e ho deciso di andare dritto per la mia strada senza farmi influenzare e mi sono iscritto all’alberghiero di Chivasso - afferma -. Mi sono diplomato con 62, ho seguito il principio del ‘minimo sforzo massima resa’ anche perché parallelamente allo studiare ho lavorato. Alla maturità mi è capitata la cosa più nefasta possibile: la presidente era esterna ed era una professoressa di un Liceo Classico privato; su sessanta temi ne ha presi sei da correggere e fra questi c’era il mio: ho preso un voto bassissimo, ma ho recuperato dandoci dentro all’orale, dove ho quasi preso il punteggio massimo. Inoltre ammetto di aver sempre avuto un bonus e cioè il dieci di cucina e il nove di sala - racconta ridendo -. In generale sono stati bei tempi, mi sono divertito e oggi sono arrivato dove sono: ho un lavoro fantastico, parlo tre lingue, ho fatto e visto cose molto più di chi era considerato meglio di me. Sono stato fortunato, ma anche testardo e determinato e ho dedicato tempo e lo dedico a ciò che mi stimola. Ci tengo a dire che non bisogna fermarsi alle apparenze senza capire il vero valore delle persone”.
Il primo lavoro a soli quattordici anni, quattro mesi dopo l’inizio delle superiori: un professore lo ha portato, nei week - end, nel suo albergo in Valle d’Aosta. Per Simone è stato un sogno che si realizzava, finalmente in cucina. “Lo chef Giovanni, un signore di sessantotto anni, era il classico cuoco di una volta: rude, lavoratore, bravissimo a cucinare e burbero. Ho fatto di tutto e rientrato a scuola il mio professore mi raccontò che per la prima volta Giovanni era stato contento di un aiutante e non faceva che chiedere di me. Sono poi andato altri week - end a lavorare lì e durante l’estate, nei primi tre anni di scuola, ho fatto le classiche stagioni - racconta -. Gli ultimi due anni di Alberghiero ho cominciato a lavorare di sera, in pizzeria a Chivasso. A neanche diciassette anni mi sono ritrovato in mano una cucina, il cuoco era andato via e mi sono occupato della parte ristorante. Lavoravo dal tardo pomeriggio alla sera, dormivo quattro/ cinque ore a notte e andavo a scuola. E’ stato pesante, ma utile per gettare le basi per il futuro… una cosa che i ragazzi d’oggi non fanno, purtroppo”. Dopo due anni lì Simone Bertaggia capisce di volere di più. Per un cuoco è importante viaggiare, lavorare con altri chef e farsi un ampio bagaglio culturale. Uno dei professori di scuola gli disse che in un hotel di Pinerolo cercavano ragazzi per formare una brigata di lavoro per il periodo delle Olimpiadi invernali del 2006 di Torino e lui ha lavorato lì per quasi due anni. “Ho conosciuto Andrea Spagoni che mi ha svezzato nei confronti della cucina gourmet. Lui era chef sotto la supervisione di un altro chef che era il consulente; quest’ultimo ogni tanto ci faceva supervisionare dal suo secondo di cucina e cioè da Alessandro Panichi. Mi chiese di diventare suo secondo e ho lavorato con lui per sei anni, abbiamo girato molto, mi ha insegnato tutto, è stato il mio mentore e mi ha fatto crescere - racconta -. Abbiamo lavorato, ad esempio, ad Ameglia in uno dei ristoranti storici italiani, ‘La Locanda dell’Angelo’, il cui chef patrono era Angelo Paracucchi, il primo ad aver preso una Stella Michelin all’estero e il primo ad essere andato in televisione. Abbiamo lavorato a Rimini presso l’ ‘Hotel Duomo’ e questo è il luogo in cui ho conosciuto la donna con cui ho avuto la mia più importante storia d’amore, durata nove anni. Successivamente sono stato tre anni a Bologna al ristorante ‘I Portici’ di Guido Aberco, secondo storico di Heinz Beck alla ‘Pergola’ di Roma. Da solo, perché Alessandro mi aveva detto che ero pronto per vedere altro in autonomia. Successivamente ho lavorato a Cattolica per sette anni, dato che lì abitava la mia compagna. Sono stato chef, per quattro anni, in uno dei più importanti hotel, l’ ‘Europa Monetti’. Avevo la cucina in mano e ho voluto ragazzi giovanissimi da poter formare’ racconta.
Simone ci spiega che il lavoro dello chef è tosto, se non sei forte “ti uccide”: orari pesanti, responsabilità, poco tempo per se stessi. Il termine chef è solo una parola, è più un qualcosa che ti senti. Lo chef è un motivatore, deve gestire e organizzare tutto, si carica sulle spalle la cucina, deve decidere menù e personale, controlla ogni aspetto inclusi i costi. E’ un qualcosa che va oltre la sola cucina e il cucinare. Inoltre c’è tanta concorrenza, o meglio: fra quelli veramente in gamba c’è stima e rispetto, ma quelli che sanno che non potranno mai competere con te sono estremamente gelosi e invidiosi. Bertaggia ci dice anche che, invece, la gratificazione maggiore arriva quando i clienti si ricordano di te anche a distanza di anni. “Far sorridere qualcuno con il cibo è figo, è una ‘droga salutare’ che ti rilassa e ti appaga e fa sciogliere la mente” afferma.
Arriva il momento della svolta: ancora un anno in un bistrot di Cattolica e poi la proposta della sua compagna di andare all’estero insieme. “Io non ero molto propenso a farlo, stavo bene lì, ma l’ho fatto e sono andato a Nizza, dove avevo ricevuto una proposta di lavoro, e sono stato da solo per quattro mesi. Ho messo su le basi necessarie e mi sono fatto poi raggiungere dalla mia fidanzata, che nel contempo aveva lasciato il suo lavoro nel campo dei diamanti - spiega -. La persona che mi aveva portato in Francia si è ritrovata con un grosso contratto fra le mani: così è cominciata la mia avventura calcistica. Sono andato a curare il ‘food & beverage’ della squadra A.S. Monaco, diventando il loro chef. La mia fidanzata curava, invece, la parte manageriale ‘food & beverage’ del settore giovanile. Lavorando insieme è finita la nostra storia. Ho lavorato per il Monaco per un anno, ho conosciuto e cucinato per tanti campioni come Falcao, Mbappè, Silva e con alcuni siamo diventati anche amici - afferma -. Oggi lavoro come chef privato per Benjamin Mendy. Quattro anni fa il Manchester City lo ha preso in squadra e io l’ho seguito in Inghilterra. A giugno 2017 è finita la mia relazione, a luglio ho ricevuto la proposta e a metà settembre ero a Manchester… quando si dice il destino… se fossi stato fidanzato probabilmente non ci sarei andato. Posso dire che è stata la miglior scelta della mia vita trasferirmi, anche se molto dolorosa: morale a terra per il fine storia, catapultato in un’altra realtà dove ero solo e non conoscevo nessuno. Non potevo far altro che ricostruirmi con le mie mani. Ho imparato bene la lingua, ho capito come funziona la vita qui, a trent’anni ho sviluppato un’evoluzione caratteriale molto forte, mi sono fortificato a forza di compleanni e feste da solo… se non sei forte dai di testa. La città in sè mi ha sicuramente aiutato, Manchester è definita la ‘città dell’amicizia’ ed è davvero così: in strada tutti ti sorridono, se sei solo in un bar prima o poi arriva qualcuno che ti fa compagnia in maniera disinteressata, c’è tanta voglia di socializzare e condividere le cose. Mai trovato un posto così nonostante abbia girato tanto”. Simone Bertaggia vive e condivide tutto con il calciatore, ne cura la dieta e i bisogni alimentari in condivisione con la squadra e due volte a settimana incontra lo staff nutrizionistico del Manchester City. Ogni atleta ha un corpo a sé e le sue necessità, ogni giorno cambia qualcosa in base agli allenamenti, al fatto di essere il giorno prima o dopo la partita, l’alimentazione si modifica a seconda dei bisogni. Simone ha letto e studiato un sacco, ha condiviso le informazioni con tanti professionisti in vari campi e ha scoperto che questo mondo gli piace da matti. Riceve gli esami del sangue del calciatore per verificare, ad esempio, una carenza di vitamine e porvi rimedio. E’ uno studio continuo, non si finisce mai di imparare.
Ma anche altri calciatori si sono interessati a lui dopo aver mangiato i suoi piatti nella casa di Mendy, e ogni tanto va a casa loro a cucinare. E’ capitato e capita, ad esempio, con Bernardo Silva, Raheem Sterling e Riyad Mahrez. “Sono riconosciuto e apprezzato, ne sono molto contento. Faccio il lavoro che mi piace, è stupendo. E’ bello vedere ciò che sono arrivato a costruire da solo in quattro anni. Qui se lavori bene te lo riconoscono, c’è meritocrazia. Se sbagli vieni ripreso, ma nel modo corretto e ti spiegano l’errore dandoti la possibilità di recuperare, senza tagliarti le gambe - afferma . La mia giornata inizia alle 7.15, vado in cucina, guardo il piano partite/allenamenti e preparo la colazione per Benjamin. Va a fare allenamento, rientra e gli preparo il pranzo per le 14.30 - 15. Più tardi preparo la cena. Parliamo molto, il nostro è anche un lavoro di ascolto. I giocatori di calcio sono completamente affidati nelle mani di altre persone che si occupano delle loro esigenze e necessità, di modo che possano rendere al meglio in campo. Si può anche arrivare ad essere multati dalla squadra per un aumento di peso di cento grammi, si può anche essere esclusi in alcuni casi. Inoltre devo sempre essere pronto al cambiamento, se ad esempio il calciatore si opera e si riabilita all’estero devo seguirlo e mi è già successo… ho preso fino a ventiquattro voli in un mese - spiega -. Ci tengo a sdoganare il concetto che la dieta non è una cosa triste e senza gusto, anzi. Si può mangiare bene, nel modo corretto ma al contempo con gusto. Vale per tutti noi, non solo per i calciatori”.
La mancanza di casa è tanta e quando può Simone rientra. “In genere, prima del Covid, lo facevo ogni mese e mezzo, eccetto nei periodi più intensi a livello di partite ovviamente - afferma -. Sono contento, sto bene, sono in salute, ho uno stipendio tutti i mesi, ma sono uno che non è mai soddisfatto… nel senso che sono abbastanza ambizioso pur avendo i piedi per terra. Guardo sempre avanti, ma senza aspettative. Ognuno è artefice del suo destino e se semini bene puoi raccogliere bene. Rinuncio a tanto stando qui, ma sto gettando le basi per il mio futuro facendo sacrifici. Non faccio la bella vita come credono in molti; sicuramente ora i miei ritmi sono più rilassati di quando lavoravo altrove, ma è un lavoro impegnativo su più fronti - spiega ancora -. Adoro Manchester, ma un giorno mi piacerebbe tornare a casa… vi farà sorridere, ma una cosa per la quale impazzisco è rientrare a fine giugno per la festa del mio paese, Castelrosso, e andare in cucina ad aiutare la Pro Loco. E’ bello stare a casa, a distanza ti perdi un sacco di pezzi”.
Simone Bertaggia è un ragazzo semplice e umile, tiene un basso profilo, si definisce uno che “non rompe a nessuno e che non fa lo scemo in giro”. E’ legato ai suoi storici e veri amici e questo non cambia neanche stando a 1200 km di distanza. “Ci sono persone che prima non mi avevano mai filato di striscio e che oggi mi fanno sviolinate solo per sapere un gossip o per avere una maglietta firmata, una foto, un video o un autografo. Noto con dispiacere che ci sono tanta invidia e tanta gelosia, ma le persone vere, che ci sono sempre state restano, nulla è cambiato” afferma in conclusione e ci saluta.
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.