Trent’anni fa, di questi giorni, si chiudevano con un po’ di amarezza i mondiali di calcio del 1990, gli ultimi giocati in Italia. Non fu solo calcio: fu costume, pace, allegria, incontro fra popoli. Fu un tempo di sospensione, ne parliamo dopo i mondiali, ci vediamo dopo i mondiali, ci organizziamo sì, ma dopo i mondiali, facciamo l’amore dopo i mondiali. Torino, invasa da brasiliani e scozzesi prima, da inglesi e tedeschi poi, contese a Roma e Napoli la palma di città più festaiola, mentre a Settimo Torinese si inaugurava il nuovo centro storico, con l’isola pedonale voluta da Ossola, contestatissima all’inizio e di cui oggi nessuno vuole più fare a meno, anzi, viene giustamente allargata.
Il calcio era emblematico del mondo di allora, di quella società e quella politica. C’erano ancora la Jugoslavia e l’URSS, c’era anche la Cecoslovacchia contro cui giocammo una delle partite più belle del torneo. Oggi quei paesi non esistono più, si sono frammentati in altre decine di nazioni, e molta della loro gente è qui da noi, segno che si sta meglio qua che là. Italia ’90: da pochi mesi era caduto il muro di Berlino e guardavamo al domani con ottimismo, mentre l’Europa si avviava a una fase di sviluppo e benessere mai vista prima. Era la Nazionale di Azeglio Vicini, di Giannini e Vialli, De Napoli e Bergomi, Baresi e Zenga.
Cammin facendo divenne la Nazionale di Baggio e Schillaci. Chi ama lo sport vada a rivedersi il gol di Baggio alla Cecoslovacchia, roba da antologia calcistica, come la definì Bruno Pizzul nella telecronaca.
Chi vuole capire l’Italia di allora, però, guardi i gol di Salvatore Schillaci, Totò per gli amici, non un fenomeno, ma uno che si dava da fare e sapeva farsi trovare al punto giusto. Ne fece sei, unto dal Signore e capocannoniere del mondiale, in tutti i modi, di stinco, nuca, caviglia, su rigore, come la toccava la metteva dentro. Eravamo, e forse ancora siamo fatti proprio così, l’Italia di Totò, quella che non si sa come, ma in qualche modo la butta dentro.
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