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IVREA. AAA cercasi Ico Valley e pure Tommaso Aniello...

C’è qualcuno in città che ancora si ricorda del progetto di una Ico Valley? Noooo? Che strano… Tant’è! Della super-cazzola del senatore azzurro Virginia Tiraboschi si è persa ogni traccia. Sparita da tutti i radar. A Ivrea, a Torino, a Roma, a Milano, persino a New York. Nulla. Non s’è più sentito e visto nulla. Eppure (guarda un po’) dalla fantomatica conferenza in pompa magna organizzata alle officine H con tanto di presentazione in power point è già passato un anno, quasi due se si aggiungono i dieci mesi di lavoro per preparare le slide da parte dello studio associato in cui lavora l’assessore Michele Cafarelli. Sarà presto per dire addio alla Cape Canaveral del Canavese, alla mini Amazon tricolore, alla Silicon Valley in salsa nostrana, collegata alle Officine H, all’Unesco, ad Adriano Olivetti, alla fabbrica dei mattoni rossi, a via Jervis, a Ivrea, all’Italia e al mondo? Come dicevamo qualche tempo: “Sì!”, se una “pensata” resta una “pensata”. E resta una pensata quando non esiste qualcuno che la finanzia o ha dei soldi da investire, vale nel pubblico e pure nel privato. Ma c’è anche un problema di fondo. Ed è che quando la senatrice cerca di spiegarla non si capisce un fico secco. “Ico Valley – dice in un video scaricabile su Youtube – è un progetto per dare una risposta concreta alle future generazioni, è un progetto non solo di Ivrea e della comunità canavese ma dell’Italia intera e con coraggio dico che dovrebbe diventare un progetto internazionale: l’Italia infatti dovrebbe poter giocare un ruolo da protagonista valorizzando il brand Olivetti che è ancora conosciuto a livello mondiale e questi stabilimenti industriali recentemente patrimonio Unesco, il primo tra i 54 siti industriali presenti in Italia a ottenere tale riconoscimento”.  E poi ancora: “Il nostro Paese deve puntare sulle tecnologie di quinta generazione per avviare la quinta rivoluzione industriale  quella che va oltre Internet e che vede centrali l’intelligenza artificiale, meglio ancora il dato che viene prodotto che poi nel caso dell’Italia noi vogliamo applicare al settore del made in Italy per valorizzare quelle piccole e medie imprese che contribuiscono in maniera importante al Pil del nostro Paese e che oggi grazie alle tecnologie digitali con un click riescono ad andare dall’altra parte del mondo, quindi aumentare il loro potenziale d’esportazione e contribuire in modo significativo alla crescita della ricchezza del nostro Paese”. Insomma la “rava” e la “fava”. Incomprensibile anche i suoi messaggi lanciati nel corso di quel “fantomatico” convegno di cui sopra, seduta al centro tavola con il presidente del club Unesco Carla Aira, l’assessore regionale Andrea Tronzano e il sindaco Stefano Sertoli a fare gli onori di casa alla “sua capa” (l’aveva definita così). Il racconto Ed è li che Tiraboschi ci aveva raccontato di un team di cinque persone della Bocconi e della Mc Kinsey che della Ico-Valley avrebbero progettato il business plan, studiandone con accuratezza i numeri delle ricadute (che ovviamente non erano stati in alcun modo forniti all’uditorio). Ed è lì che ci aveva raccontato d’aver inviato il tutto alla Regione, alle Fondazioni Bancarie, al Ministero (senza meglio specificare quale), agli investitori privati, nonché all’Università e al Politecnico. Qualcuno ha risposto? Boh! Citando il volantino di sintesi distribuito alla fine di quell’incontro, il progetto ICO Valley avrebbe dovuto puntare su “Una fiera permanente e una piattaforma multimediale di promozione del Made in Italy, terzo marchio più conosciuto al mondo dopo Coca Cola e Visa, una piattaforma digitale del Made in Italy, dotata di servizi di logistica, un’Accademia Nazionale del Digitale per formare i protagonisti della quinta rivoluzione industriale, un Hub tecnologico delle migliori start up italiane per superare lo storico mismatch tra mondo della scuola e del lavoro, un luogo fisico di condivisione e sperimentazione delle attività degli artigiani digitali, un grande spazio per un data center italiano ed europeo e un territorio in cui far nascere con il 5G la smart city per integrare ospedali, ambulanze, traffico urbano, nettezza urbana, servizi energetici, municipi etc.”. Tommaso Aniello d’Amalfi Come scriveva il nostro Tommaso Aniello: “Andando oltre l’”effetto wow” degli anglicismi servirebbe quella chiarezza sui numeri, sulle partnership stipulate (e non solo auspicate), sugli appoggi istituzionali ottenuti (e non solo sperati) e sulle ricadute possibili, in assenza della quale ci si troverà a commentare sempre e solo “un progetto della Senatrice (pardon Senatore) Virginia Tiraboschi” e nulla di più…”. Gran finale con la Senatrice che querela Tommaso Aniello e sbaglia Procura (va a Ivrea e avrebbe dovuto rivolgersi a Biella) alla disperata ricerca del cronista “Masaniello” che essendo per l’appunto uno pseudonimo nessuno, nel nostro tempo, ha mai conosciuto di persona, salvo che nelle gesta andate in scena a Napoli dal 7 al 16 luglio del 1647….
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