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25 Novembre 2019 - 15:43
Quanto più si leggono le carte della ormai lunga vicenda del “Bacino azzurro” e del “bacinetto”, tanto più emerge la necessità di porre al sindaco delle domande, sia vecchie sia nuove.
La prima è la solita domanda che questo giornale avanza da un paio di mesi: quando nel 2013, prima di diventare sindaco, l’ingegner Giovanni Ponchia propose alla cittadinanza il “Bacino azzurro” in alternativa al 4° lotto dello scolmatore, dove pensava di prendere i soldi, ben 4 milioni e mezzo, e perché confidava di poter utilizzare un terreno privato, le cave Ronchi?
Se non lo sapeva, allora fu molto imprudente. Con l’idea progettuale del Bacino Azzurro convinse molti montanaresi che l’anno dopo lo votarono. Li convinse con una promessa difficile da mantenere: tanti cittadini oggi si possono legittimamente chiedere se sono stati degli ingenui.
Certo i consiglieri e gli assessori favorevoli vantavano due notevoli benefici del “Bacino azzurro”: sarebbe stato salvato il suolo agricolo destinato a essere distrutto dal 4° lotto dello scolmatore, e le cave Ronchi sarebbero state sottratte al rischio di diventare discariche o deposito dello smarino della Valle di Susa. Tutto bene: ma il Bacino Azzurro era veramente realizzabile? Era saggio sperare nella sua realizzazione rinunciando contemporaneamente al 4° lotto dello scolmatore?
Nel consiglio comunale di fine novembre 2013 la maggioranza che sosteneva il sindaco Marco Frola si spaccò. Alcuni suoi assessori e consiglieri di maggioranza passarono a sostenere il “Bacino azzurro” al posto del 4° lotto dello scolmatore.
Misero in minoranza il sindaco e gli imposero di comunicare alla Regione che il Comune di Montanaro rinunciava al 4° lotto dello scolmatore e di chiedere che il finanziamento pubblico, o meglio i primi 700.000 euro, fosse dirottato al “Bacino azzurro”. Peccato che il 4° lotto era previsto nell’Accordo quadro firmato da Governo e Regione fin dal 2010, mentre il Bacino azzurro no, e quindi in quel momento era solo una speranza.
Il sindaco Frola non si dimise, ma in quel consiglio elencò puntigliosamente le ragioni della sua contrarietà al Bacino Azzurro. Ne ricordiamo alcune: “Le cave Ronchi sono di Cogefa, e bisogna comprarle. Cogefa è titolare di una concessione allo scavo fino al 2020, e dovremmo risarcirla. Poiché il piano regolatore destina l’area Ronchi a cave, dovremmo cambiarlo: non abbiamo i soldi per farlo e se lo facessimo Cogefa potrebbe ricorrere. Rinunciare allo scolmatore comporta la perdita del finanziamento, non solo dell’intera somma di 4,6 milioni, ma anche dei 700mila già assegnati. Soprattutto, accantonare lo scolmatore potrebbe incidere sul livello di protezione del territorio. Per tutte queste ragioni, io non mi prendo la responsabilità di rischiare di perdere il contributo regionale. Né voglio prendermi la responsabilità di interrompere un procedimento di messa in sicurezza certa del nostro territorio”.
Ora, a distanza di anni, i nodi vengono al pettine. In cinque anni e mezzo di mandato il sindaco Ponchia non è riuscito a trovare i soldi per il Bacino Azzurro, né ad acquisire le cave Ronchi. Perciò, per mettere in sicurezza l’area, deve chiedere aiuto ai privati, per la precisione al privato Allara, che è una grande società di estrazione sabbia e ghiaia, non un ente di beneficenza. Diciamo pure, sulla base dell’esperienza, che il sindaco Ponchia si sta mettendo nelle mani dei privati, che finiscono poi sempre di avere il coltello dalla parte del manico.
E’ stato umiliante, per tutto il paese, vedere il sindaco Ponchia, che nel 2013 voleva salvare dei terreni agricoli, convocare in Comune i proprietari dei terreni agricoli presso gli impianti sportivi a un incontro con Allara, allo scopo di sondare la loro disponibilità a vendere.
Oltretutto vendere quanto terreno? Il Comune possiede quattro ettari, troppo poco per consentire ad Allara di fare un affare. Per questo Ponchia e Allara chiedono ai proprietari della zona di vendere. Ma Allara di quanti ettari ha bisogno per fare un affare, per ricavarne un legittimo guadagno? Forse parecchi ettari: Allara non solo deve guadagnarci, ma deve anche mettere da parte i soldi per realizzare le opere di rinaturalizzazione del luogo. Cioè deve scavare molto per guadagnare abbastanza. Ma molto cosa vuol dire abbastanza? Quanti ettari di terreno agricolo?
Inoltre, ribadiamo un’altra domanda: l’area è ancora in pericolo di alluvione oppure le opere realizzate a monte, a Foglizzo e a Mazzé, bastano a metterla in sicurezza? Studi al riguardo, per dirimere la questione, non ne abbiamo ancora visti.
Infine, negli ultimi tempi è emerso con forza un altro interrogativo: nell’area ci sono gli impianti dell’acquedotto di Montanaro. Siamo sicuri che gli scavi per estrarre ghiaia, e poi per costruire il “bacinetto”, non comprometteranno l’integrità e la sicurezza degli impianti acquedottiferi?
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