Una ragazza di 23 anni che, da sola e disarmata, va a trattare la resa di un presidio militare… Una studentessa di buona famiglia, per di più, cattolica osservante, dal carattere tranquillo, per nulla avvezza alle goliardate fini a sé stesse. Detta così, sembrerebbe una storiella strampalata e senza nessun aggancio con la realtà: invece accade davvero, più di settant’anni fa, a Cuorgnè. A chiedere al comandante della “Monterosa” di deporre le armi, nell’aprile del 1945, fu Cecilia Genisio, staffetta partigiana della VI Divisione di Giustizia e Libertà comandata da Gino Viano- Bellandy. Vissuta fino alla bella età di 97 anni, sempre lucida e piena d’interesse per la cultura e per la realtà che la circondava, è deceduta venti giorni fa dopo una breve malattia.
Nata nel 1922, Cecilia era figlia di un piccolo industriale “fattosi da sé” e di una sarta trasformatasi con successo in amministratrice dell’azienda. Dopo aver frequentato l’Istituto Magistrale ad Ivrea, si era iscritta alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere cominciando nel contempo a lavorare nella scuola. Nel giugno del 1944, insieme alla sorella più giovane Margherita, iniziò l’attività partigiana. Non fu una scelta casuale, tutta la famiglia era impegnata a vario titolo nella Resistenza: padre, madre , figlie. Il padre forniva ai partigiani i lasciapassare nei quali risultavano suoi dipendenti e questo gli valse l’arresto, nell’estate del ’44. Finirono in carcere lui, Margherita e Cecilia. Cecilia fu quella che vi rimase più a lungo: dapprima come detenuta poi come volontaria per aiutare le giovani partigiane che vi erano rinchiuse, finché non venne messa bruscamente alla porta.
Casa Genisio era uno strano luogo in quel periodo, frequentata assiduamente dai combattenti dell’una e dell’altra parte. Trovandosi in prossimità del posto di blocco ma esternamente ad esso, con alle spalle le alture che risalgono verso Alpette, era un punto privilegiato per accogliere partigiani in transito o feriti, rifocillarli e curarli, e per nascondere armi e munizioni. Era però frequentata anche da fascisti e tedeschi: “Una volta venivano a farsi aggiustare il fucile – aveva raccontato - un’altra per avere un po’ d’acqua da bere, un’altra ancora per telefonare a casa”. Il rischio che i visitatori delle opposte fazioni s’incrociassero era reale ma i buoni rapporti con gli eserciti occupanti servivano alla causa della Resistenza.
Nell’aprile 1945, per evitare un attacco frontale alla Caserma Pinelli, situata in mezzo alla città, il comandante Bellandy decise di proporre la resa agli Alpini della Monterosa, che avevano sostituito la Decima Mas nel presidio cuorgnatese: i partigiani avrebbero organizzato una finta aggressione, gli alpini avrebbe finto di reagire per poi arrendersi. In cambio sarebbero stati trasportati al sicuro, tra le formazioni parigiane. Temendo che mandare un partigiano in caserma fosse troppo pericoloso, Bellandy chiese a Cecilia di recarvisi lei. “Quella ragazza o è scema o è pazza” fu il commento (come si seppe poi) del comandante della Monterosa ma le trattative ci furono ed andarono a buon fine: nella notte fra il 24 ed il 25 aprile 1945, Cuorgnè venne liberata senza spargimento di sangue.
Malgrado tutti i sui meriti, anche Cecilia, come molti altri partigiani e soprattutto partigiane, nel Dopoguerra mise da parte i ricordi e s’impegnò nella famiglia e nell’insegnamento. Professoressa di Francese alle Scuole Medie, fu un’insegnante brava e disponibile ma anche capace di gestire le classi allorché si trovò alle prese con situazioni difficili. Sposatasi nel 1948 con Enrico Bernard, geometra valsusino venuto a Cuorgnè per un lavoro in Manifattura, ebbe cinque figli, di cui uno morto bambino. Da un certo momento in poi s’impegnò anche nell’azienda di famiglia.
Solo dalla metà degli Anni Novanta cominciò ad andare a parlare della Resistenza nelle scuole, a partecipare ai “Viaggi della Memoria” nei lager nazisti, a raccontare le sue esperienze in incontri e dibattiti.
Era una persona gentile, dai modi modesti ed affabili, come ha ricordato nel suo discorso in chiesa, durante il funerale, la storica Elisabetta Massera: “Da quando la conobbi, durante un Viaggio della Memoria, non ci perdemmo più di vista. Mi aveva colpita soprattutto la sua grande mitezza”. La stessa cosa che dicono i figli e gli amici: “Era mite e dolce ed aveva una grande attenzione per gli altri: vedeva i loro problemi prima dei suoi. Dava importanza ai piccoli gesti e coglieva sempre gli aspetti positivi delle persone: mai una critica malevola, nemmeno nel chiuso delle pareti domestiche”.
Pubblichiamo di seguito il ricordo di due persone che l’hanno conosciuta bene: il professor Danilo Vittone e l’amica di vecchia data Gina Ottimpecchio.
Un pomeriggio che per me ebbe più valore di mille e mille lezioni di storia, di mille e mille pagine di testimonianze fu quello in cui Cecilia mi svelò la sua attività partigiana. Di questo avevo saputo solo in modo frammentario, quindi attendevo il suo racconto con una leggera ansia, ma anche con l’oscura sensazione che quello che sarebbe emerso avrebbe potuto essere doloroso.Il suo avvicinarsi alle formazioni partigiane non fu un’adesione dovuta a casualità, ma fu la scelta ponderata di una ragazza che, grazie anche agli studi fatti, possedeva una capacità di riflessione che l’aveva guidata a stabilire da che parte stare. Puntualizzò però che la sua giovane età la portava a assolvere alle varie missioni affidatele con un po’ di incoscienza, solo verso se stessa naturalmente, e che sapeva di rischiare il carcere e anche la vita nel compiere qualche incarico, ma accettava il rischio.Al pensiero di tanti compagni morti, la parola però non riusciva ad esprimere il suo dolore, che restava indicibile, un dolore che dentro di lei urlava ma che faticava ad emergere, che le faceva tremare la gola. Per questo per tanti anni, nel dopoguerra, era rimasta quasi muta. Il suo era una sorta di silenzio che non era indifferenza, ignavia, ma era un modo di reagire alla marea dei ricordi più drammatici, soprattutto quello di tanti giovani vittime partigiane, e anche di altri giovani che erano dalla parte sbagliata, ma che erano in parte anche loro vittime di un ventennio di oscurantismo. La sua pietà si estendeva anche a loro, senza però giustificarli.Poi qualcosa ruppe quel silenzio e fu soprattutto dovuto alla constatazione che la società si stava evolvendo verso il peggio, che era necessario, anzi indispensabile, ancora una volta “scegliere”. Con grande sensibilità politica e in anticipo sui tempi, ipotizzò che il pericolo di un nuovo fascismo non era tanto da collegarsi ai piccoli gruppi neofascisti, ma a un partito emergente che faceva leva su odio e razzismo. Scelse di diventare testimone e, in collaborazione con un’altra partigiana, Gloria Roscio, per molti anni parlarono a molti studenti di scuole del Canavese. Su un piano più personale, era molto disponibile con noi, amici delle figlie, e non la definivamo “la mamma di Cristina…”, né tantomeno “professoressa”, ma semplicemente “Cecilia” perché le riconoscevamo una certa vicinanza emotiva, anche perché desiderava che le dessimo del tu. A noi ha insegnato anche ad accogliere bene gli ospiti, a metterli a loro agio, ad apprezzare le loro visite. Riusciva a calamitare anche l’attenzione dei più giovani e aveva un formidabile appetito di notizie relative alla scuola, alla manifestazioni culturali, ai problemi di attualità. Durante la mia ultima visita, un giorno prima del suo ricovero in ospedale, volle delle informazioni sui profughi di Chiesanuova che aveva conosciuto. Aveva un’attenzione rara per gli altri e questa sua grande qualità resterà tra di noi, in noi.
Il professor Danilo Vittone
Mi è costato fatica cancellare il numero del suo telefono dalla rubrica.Cecilia per me è ancora qui.La prima volta l’avevo incontrata in montagna.Noi eravamo saliti in bici da Cuorgnè a Noasca. Poi su per il sentiero della Sassa, della Bruna e della Motta, e attraversando il ghiacciaio della Noaschetta eravamo arrivati al colle del Gran Paradiso.Scesi al rifugio Vittorio Emanuele avevamo incontrato Cecilia e sua sorella Margherita che scendevano a Pont Valsavaranche. Era il 1945.La guerra era finita da qualche mese, e nel rifugio era evidente il passaggio e la permanenza dei partigiani.Negli anni successivi (dopo che io mi ero trasferita da Genova) avrei conosciuto meglio Cecilia.Lei era una persona con una sensibilità eccezionale. Presente in ogni circostanza di bisogno. Pronta ad intervenire sempre in modo discreto e gentile.Ora mi mancheranno i nostri lunghi discorsi sui tempi passati, sui cambiamenti radicali della società, su come le cose erano più semplici.Forse perché eravamo giovani. Va a sapere.Tra poco continuerò a parlare con lei in quella dimensione nuova che non conosco.E ci terremo per mano.
Gina Ottimpecchio
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