Ci ha messo quarantaquattro anni per trovare il coraggio di uscire dal silenzio di quelle mure domestiche. Per prendere in mano la sua vita e dire: “Adesso basta!”.
Dei suoi 64 anni, più di due terzi ne ha passati con lui al fianco. Anche se lui, fin dal primo giorno di quel matrimonio nato all’ombra di un ulivo in Calabria, la maltrattava in ogni modo. Urla, insulti, aggressioni, sia verbali che fisiche, minacce, umiliazioni.
Che ci fossero o non ci fossero i tre figli in casa, poco importava.
“Questa donna non disponeva neanche della libertà di comprare un gelato per i suoi bambini, se avesse voluto...”.
Nel 2016 la donna ha trovato la forza interiore per denunciare un’esistenza intera di soprusi ed angherie, ma non ha mai avuto la disponibilità economica per affrontare la separazione.
Oggi, marito e moglie sono ancora sposati e, dopo un periodo di separazione di sei mesi successivo al ricovero di lui in un centro di recupero, sono tornati a vivere sotto lo stesso tetto.
Nonostante da quella denuncia sia partito un processo penale per maltrattamenti in famiglia. Un processo che s’è concluso mercoledì scorso.
L’avvocato Denise Dall’Armellina del foro di Torino, con cui la donna s’è costituita parte civile, ha chiesto il massimo della pena per l’imputato, Davide Raco, classe 1951, di San Mauro Torinese.
Assistito dall’avvocato Daniela Benedino del foro di Ivrea, Raco è stato condannato dal giudice Elena Stoppini a due anni di carcere, con il beneficio della sospensione condizionale, e al risarcimento di 30 mila euro nei confronti di quella moglie che gli è a fianco ancora oggi.
Durante le fasi del processo s’è ricostruito, mese per mese, un matrimonio.
Dall’incontro, quasi combinato dalle rispettive famiglie, all’altare, nel 1973. E poi il trasferimento in Piemonte, la quotidianità, il lavoro, i figli da crescere.
Mentre la vita correva veloce e dentro le mura di quella casa di San Mauro si litigava, pesantemente - “troia”, “bastarda”, “brutta balorda”, “devi morire”, “spero che venga il cancro e ti porti via” - volavano gli schiaffi, i coltelli e, pure, in un’occasione, si levavano le mani al collo.
Una storia brutta, di cui si occupano anche gli assistenti sociali del Cisa. Una vita compromessa.
“La mia assistita - spiega l’avvocato Dall’Armellina - è costretta a vivere con 300 euro al mese dell’invalidità derivante dai suoi problemi di salute. Non ha i soldi per separarsi, per ricominciare da capo, ma ha trovato la forza di denunciare quanto è stata costretta a subire per anni e anni”.
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