“Andremo in Provincia portandoci il sacco a pelo e siamo decisi a non andarcene fino a che gli uffici non ci staccheranno gli assegni sui soldi che ancora ci devono dare...”. Era il 2008. Più di dieci anni fa.
Sembra ancora di vederlo lì, seduto al tavolo della sua cucina. I fogli davanti, i pugni chiusi.
Giovenale Cena all’epoca aveva 84 anni e, nonostante l’età non più giovane, era tra gli agricoltori di Mosche più battaglieri.
“Scusate, c’è un giornalista? Avrei qualcosa da raccontargli...”. Quante volte ha chiamato la nostra redazione per ottenere giustizia. Per sè, e per gli altri. Per quella sua battaglia, infine vinta, per portare a casa il saldo per le compensazioni dei terreni agricoli espropriati per la realizzazione della strada che da località Pogliani di Chivasso conduce a Montanaro. Un saldo atteso 6 anni da quasi un centinaio di agricoltori chivassesi. Oppure per quella protesta, pacifica, contro il progetto della rotonda sulla strada di collegamento tra l’ex Statale 26 e la Provinciale 91 per Mazzè, in frazione Mosche. “La rotonda si deve fare a sud della Cascina Palazza, non ad ovest!”, batteva i pugni, dieci e più anni fa.
Giovenale Cena è stato quello e molto altro. E per questo oggi, la città di Chivasso, con la sua morte si riscopre un po’ più povera.
Classe di ferro 1984, Giovenale Cena è stato un agricoltore tutto d’un pezzo.
Fondatore, a metà anni Settanta, insieme ad Angela Pagliero, Riccardo Barbero e Renato Cambursano della prima Cooperativa Agricoltori di Chivasso, di cui assunse inizialmente la presidenza. E’ stato assessore all’Agricoltura per dieci anni, dal 1975 al 1985, nelle Giunte di Rava, Camoletto e Riva Cambrino. E’ stato uno dei chivassesi sfuggiti per miracolo, a soli 19 anni, alla deportazione dei tedeschi. Così come ci raccontò, una volta, in occasione del Giorno della Memoria: “Un giorno, siamo ormai alla fine dell’inverno del ‘45, vengo avvisato da un guardiano della fabbrica, mio amico, di non andare a lavorare perché, dopo un sabotaggio, i tedeschi stavano caricando sui camion materiali e operai per cercare di portarli in Germania. Anche questa volta torno a casa (e sarà l’ultima) e mi nascondo. Nelle vicinanze del mio paese si e rano accumulati molti camion militari che però erano incustoditi, alcuni ne approfittarono per rubare tutto ciò che era possibile nascondere. Il fatto non re-stò segreto e i tedeschi, con i fascisti, cercarono la refurtiva in tutte le case del paese. Io mi ero nascosto nel pagliaio e quando arrivarono i fascisti si recarono subito sotto la tettoia, più che altro perché cercavano di prendere i polli che mia madre allevava, per sfortuna le galline, rincorse, cercavano di nascondersi in mezzo alla paglia. Me la sono vista brutta! Anche questa volta, però, sono stato fortunato e i fa- scisti, aiutati dai miei genitori, particolarmente collaborativi, se ne sono andati con alcuni polli”.
“Era ormai la fine del mese di aprile del ‘45 e arrivò l’agognato giorno della Liberazione - ci disse -. Finisce così la mia testimonianza su un periodo difficile per tutti noi, con la speranza che i miei nipoti, quando legge-ranno queste pagine, capiscano l’inutilità della guerra, riflettendo sulle mie vicende”.
Giovenale Cena è mancato venerdì 8 febbraio all’età di 94 anni alla casa di riposo Don Dattrino di Saluggia. Lascia la figlia Adelina, con il marito Mario e il nipote Daniele. I funerali sono stati celebrati ieri mattina nella Chiesa di San Secondo di Mosche.
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