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24 Gennaio 2019 - 11:08
Pietro Cappellino era un gentiluomo del calcio. Aveva 84 anni. Era uno di quei settimesi che aveva fatto carriera nelle squadre professionistiche: non ha mai indossato le magliette delle compagini della sua città, ma cominciò nelle giovanili del glorioso Barcanova di via Centallo, a Torino. Quando lasciò la società torinese, partì per una lunga carriera calcistica vestendo i colori di Biellese, Livorno, Genoa (solo mezza stagione, durante il servizio militare), e Lucchese. E’ stato titolare nei campionati di serie C e B, prima di concludere in bellezza la sua carriera al Verona, in serie B. Difensore elegante, aveva tecnica ed acume tattico. Ci teneva sempre a sottolineare la necessità di essere completi, di usare bene i piedi e la testa. Un dogma che poi trasferì anche alle giovanili del Torino, quando diventò allenatore. Faceva parte di quella corazzata di tecnici che crearono uno dei settori giovanili più forti d’Italia. Quando lasciò il calcio agonistico e la squadra dei ragazzi del Torino, tornò a fare l’agente di commercio. Faceva parte di una famiglia di calciatori. Erano tre fratelli: Pompeo, il più giovane classe 1937, è stato un alfiere del Settimo in campo e nella dirigenza. “Era una persona cordiale, piacevole, un vero signore - racconta Bruno Tommasetto, molto legato al calcio settimese prima come giocatore e poi come dirigente - . Quando allenava le squadre del Toro, ricordo che era impossibile batterle. Il suo nome era una certezza. Quando ci incontravamo a Settimo, ricordavamo i bei tempi e ci raccontavamo quel calcio che oggi non c’è più”.
Ai suoi funerali, celebrati da don Stefano Bertoldini alla parrocchia Santa Maria di via don Gnocchi nel primo pomeriggio di giovedì 17 febbraio, c’era la sua famiglia e i suoi amici e i suoi coscritti del 1934 con il labaro listato a lutto.
Pietro Cappellino, lascia la moglie Luciana, la figlia Lorella con Maurizio, le amatissime nipoti Sara e Claudia, il fratello Pompeo con Maria.
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