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CHIVASSO. Pier e il "Bar Gino": Chivasso "beve bene"

CHIVASSO. Pier e il "Bar Gino": Chivasso "beve bene"

Pier dietro al bancone del suo locale, con alle spalle le sue particolari bottiglie

Pier Carlo Borca, ma per tutti quelli che lo conoscono “Pier”, è un vero “personaggio” a Chivasso, un “artista” dell’aperitivo, o come è stato definito da un suo cliente un “alchimista” che crea i drink, che mixa tradizione e originalità e fa diventare il bere “arte” rendendo armoniosi, equilibrati e bilanciati i suoi cocktail, dando a ciascuno di essi un tocco speciale. Pier ci fa “bere bene” e personalizza ogni sua creazione, quasi adattandosi al carattere del cliente e al momento e accoglie tutti con un sorriso e dell’ottima musica di sottofondo. Come dice Pier: “Per apprezzare o meno una persona bisognerebbe avere l’umiltà di conoscerne la storia”, quindi conosciamo la sua di storia ora.

Nasce nel 1954 a Caluso, alla “Trattoria del Peso” di proprietà dei suoi nonni, che la aprirono prima della Guerra, quando Caluso era ancora provincia di Aosta. Figlio unico. Trascorre i suoi primi anni a Caluso e la sua è stata un’infanzia felice. E’ cresciuto fra i clienti della trattoria.

La nonna muore giovane, a soli 50 anni, e così i suoi genitori lasciano la trattoria e si trasferiscono a Chivasso per avvicinarsi al posto di lavoro del padre, motorista dell’ “Alfa Romeo” di Torino. Frequenta i primi 3 anni di scuola elementare a Chivasso, per poi tornare a Caluso dove i genitori aprono insieme agli zii il “Bar Peona”. Pier studia lì fino al 1968, anno in cui conclude la terza media.

Sempre nel ‘68 suo padre apre un’officina a Chivasso e così la famiglia si trasferisce nuovamente. Pier si iscrive all’ “ITIS Camillo Olivetti” di Ivrea, ma frequenterà nella sezione staccata di Chivasso, che diventerà poi l’ attuale “ITIS”. La sua fu la prima classe di questo istituto a diplomarsi a Chivasso, nel 1973. Pier si diploma perito meccanico, anche se non ha la passione per i motori e ha scelto questa scuola per seguire gli amici.

Una volta diplomato mi sarebbe piaciuto frequentare la Facoltà di Architettura, ma opto poi per una scuola privata di design torinese. Essendoci pochi iscritti, sfortunatamente, questa scuola chiude e non riesco a concluderla, però mi è comunque servita a livello di cultura personale e per dare sfogo alla mia vena artistica, che ho ereditato da mia madre” ci dice Pier.

L’officina aperta dal padre nel 1968 non ingrana e così viene ceduta, dopo soli 8 mesi, e sua madre prende in mano la situazione aprendo, nel 1969, un locale che portava il suo cognome, il “Caffè Vironda”, sito in via Po 14 a Chivasso; questo è quello che diventerà poi l’attuale e conosciuto “Bar Gino”. Pier, durante gli anni della scuola superiore, aiutava nel bar, ma cercava di scappare prima che poteva, come spesso fanno i ragazzi giovani, ma ha comunque cominciato presto a “masticare” l’ambiente che sarebbe poi, in futuro, diventato il suo.

Finiti gli studi fa diversi lavori: vende motociclette, fa il rappresentante di attrezzature da bar, aiuta nei ristoranti. Frequenta diversi corsi da sommelier e durante gli eventi legati a questi corsi ha la possibilità di conoscere persone importanti quali Gianni Agnelli e Renzo Arbore, ad esempio. “Di Gianni Agnelli mi ha colpito molto il suo essere molto umano, un vero signore, molto educato con un ragazzino che gli stava servendo il vino e al quale ha chiesto se poteva avere un semplice dolcetto anziché un bicchiere di un costoso ‘Chateau Clarke’ - ci racconta Pier. Quella bottiglia di vino pregiato l’ho quindi richiusa e ancora oggi la conservo come ricordo” aggiunge.

Nel 1989, purtroppo, la mamma di Pier Carlo Borca muore e lui prende in mano il locale per aiutare suo papà, decide di “mettere la testa a posto” e si dedica al bar che prenderà il nome del padre diventando così il “Bar Gino”, visto che tutti gli amici del padre erano soliti dire: “Andiamo a bere qualcosa da Gino” ed è venuto automatico chiamarlo così. Il lavoro è andato bene fino agli anni ‘80, ma con l’alluvione del 1994 e il crollo del ponte del Po sono iniziati anni di grosse difficoltà.

Il sistema di lavoro è cambiato molto – ci dice. Quando mia madre gestiva il bar il lavoro era incentrato sui caffè, sulle cose semplici, si chiudeva preso la sera, era tutto molto diverso. Poi le cose sono mutate ed è cominciato il periodo in cui si puntava su altro e nello specifico sugli aperitivi, la mia grande passione. Questi drink li creo da sempre personalmente, in particolare da dopo la morte di mio padre, nel 2004, momento successivo al quale ho iniziato a sperimentare di più perché con lui avevo un po’ le ‘mani legate’ nell’ambito dei nuovi cocktail. Mi viene ancora da sorridere se penso a lui che mi diceva di non creare nuovi drink perché poi quando era da solo non riusciva a riprodurli. Mi piace definire i miei aperitivi ‘fatti a mano’, ‘artigianali’. Per me andare al bar e chiedere un drink preconfezionato, il classico prodotto commerciale, è come andare in un ristorante senza chef e farsi portare un precotto, non ha senso. Ho una grande passione in generale per questo lavoro, senza la passione non fai niente. Dico sempre ai ragazzi che bisogna imparare a nuotare controcorrente, fare il lavoro di cui si è appassionati per riuscire ad andare avanti e sviluppare quello che si sa fare e nel mio caso si tratta degli aperitivi, appunto” ci dice ancora Pier.

Di notte, spesso, per scacciare i brutti pensieri, mi metto a fare le aromatizzazioni, creo nuovi aperitivi, mi faccio venire delle nuove idee – ci confessa Pier. Più che cocktail mi piace definirli ‘intrugli’, parto sempre da una base classica ‘nostra’ e dato che il Vermouth è l’aperitivo per eccellenza di Torino parto sempre da quello. Cerco di creare nuovi gusti partendo dal classico. Il mio cocktail più gettonato è l’’Apecar’, ed è anche quello che faccio più volentieri, è un drink leggero e sposa bene la mia filosofia che è quella di far bere leggero i giovani e fargli capire che non è l’alcol che fa un buon cocktail, non è il suo tenore alcolico, ma è la bontà in sé del drink che poi è quella che fa provare l’emozione del vero bere” conclude.

Sicuramente al “Bar Gino” si trova qualcosa di diverso da quello che c’è in circolazione e Pier è sempre molto contento quando incontra un cliente che si interessa a ciò che fa, che gli chiede il motivo di quelle bottiglie particolari alle sue spalle, infatti ogni bottiglia ha un nome particolare, ad esempio il nome di una band che ha fatto la storia del rock, oppure un nome che è un gioco di parole in piemontese e questi nomi sono tutti scritti sul vetro da Pier con i pennarelli a vernice dei carrozzieri. E’ felice quando c’è chi si stupisce del locale che è pieno zeppo di cimeli storici, manifesti, mignon e vecchie bottiglie ormai introvabili e la felicità aumenta, in particolare, quando sono i ragazzi giovani ad avere queste reazioni, quando si rende conto che sono più aperti a provare cose nuove e sono più curiosi degli anziani, e a loro può dare suggerimenti sul “bere bene” e gli fa piacere quando si rendono conto che c’è anche qualcosa di alternativo ai locali più conosciuti.

Nel 2019 saranno 50 anni tondi tondi di attività e spero di tenere duro, nonostante i tempi difficili, perché sarebbe da stupidi mollare ora – ci dice Pier. Vorrei ringraziare i miei genitori e soprattutto mia mamma per il fatto di essere ancora qui. Un altro ringraziamento enorme va alla mia compagna, Simonetta, la donna della mia vita, che ogni volta che la sera mi vede triste per il poco lavoro con una parola riesce a rimettermi in pista. E’ proprio vero che un rapporto dura solo se ci sono dei sentimenti veri dietro. Litigare è facile e i sentimenti sono il vero collante di una relazione, soprattutto ad una certa età. La ringrazio perché mi sopporta da una vita. Bisogna vivere serenamente ogni età, accettando gli anni che passano senza fare i ragazzini quando non è più il momento. Spero che il futuro ci riservi serenità, tranquillità e stabilità e per quanto mi riguarda l’augurio è anche che la mia vena creativa non si spenga perché il mio cocktail più apprezzato è quello che devo ancora inventare” conclude sorridendo e ci saluta.

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