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30 Ottobre 2018 - 21:56
John Donne è stato un poeta inglese più o meno contemporaneo di Shakespeare. Suoi sono i seguenti versi: Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso. Ogni uomo è una porzione di continente, una parte del tutto… La morte di ciascun uomo mi rende più piccolo, perché io sono parte dell’umanità, e dunque non chiederti per chi suoni la campana; suona per te.
Hemingway, trecento anni dopo, riprese il penultimo verso e lo pose come titolo di uno dei suoi romanzi più famosi, donandogli fama immortale. La campana che rintocca ad avvisarci della morte di qualcuno, dice Donne, ci ricorda che non siamo individui isolati, ma che facciamo parte di una comunità di uomini e donne. Ciò ci arricchisce, ci dà un valore aggiunto, proprio come un mosaico rende significative le tessere che lo compongono. E viceversa. Quindi, quando qualcuno viene meno, anche noi ci sentiamo sminuiti, perché il mosaico perde un pezzo e noi, tesserine, è come se avessimo perso una parte di noi stessi. A distanza di anni la campana è suonata per Stefano Cucchi prima e per Desirée Mariottini poi.. Pensando alle loro morti violente, all’agonia delle loro ultime ore, è facile pensare che i due ragazzi abbiano desiderato quel rintocco finale più di ogni altra cosa al mondo.
Eppure quel rintocco, seppur agghiacciante, non è bastato ad indignarci tutti allo stesso modo. No. Siamo riusciti a strumentalizzare anche quelle morti terrificanti ed a discuterne come al bar si discute dei rigori della Juve. E non è nemmeno la prima volta. Chi si è concentrato a dipingere le forze dell’ordine come una nuova Gestapo. Chi non ha perso l’occasione per incolpare il PD. Chi, ancora, ha preferito non indignarsi troppo per dimostrare che non tutti gli immigrati sono delle bestie sanguinarie oppure perché, se facevi lo spacciatore e lo Stato buonista non è mai riuscito a punirti adeguatamente, in fondo in fondo ti meritavi una fine del genere.
La sofferenza subita da quelle due creature, il fatto che fossero esseri umani, con i loro sentimenti, le loro paure, non contano nulla, anzi, probabilmente sui social avrebbero suscitato più indignazione se fossero stati due gatti. Che tristezza.
I Romani parlavano di “humanitas”, ovvero di comprensione per gli altri, di rispetto per la persona. Era la virtù principale dell’uomo politico, severo ma giusto, inflessibile ma equo, capace di punire, anche crudelmente, ma senza faziosità, in nome della giustizia e del bene pubblico. Questa virtù, dicevano, distingueva l’uomo romano dai barbari. Già. Proprio quelli.
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