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05 Settembre 2018 - 11:06
I ruderi del castello
Vaste grasse praterie e canapaie circondavano il territorio di Villa Vulpia ed il suo poderoso castrum, dotato di alti muraglioni e di sotterranei, descritti ancora dal Bertolotti nelle sue “Passeggiate nel Canavese” della seconda metà del 1800. Dall’alto del sito ove troneggiava il nobile castello, da sempre se ne apprezzava una magnifica veduta, da cui l’importanza strategica di Volpiano, porta d’accesso per l’intero Canavese. Un poco più a Nord, si erge la famosa Badia di Fruttuaria voluta dall’abate Guglielmo, figlio di Roberto di Volpiano. Un tempo queste terre erano unite sotto il controllo degli abati e il villaggio, il castello, le praterie con la imponente silva Wulpiana erano note per la loro ricchezza. Pietro Azario nel De Bello Canepiciano, opera del 1363, racconta di San Benigno come luogo privo di difese e così ricco da non poterne mai essere esaurito, appartenente al Signor Abate; aggiunge che qui, quattrocento persone vi nuotano nell’abbondanza.
Sempre stando ai resoconti dell’Azario, Volpiano e San Benigno erano territori soggetti ai Conti di Biandrate. Questa era una famiglia nobile dell’Italia settentrionale, il cui nome deriva da quello del castello (distrutto nel 1168) nei pressi di Biandrate, sulle rive del fiume Sesia (Novara). Dall’XI al XIV sec. i Biandrate ebbero possedimenti in più di 200 località piemontesi e delle vallate alpine meridionali. In Canavese oltre ai Conti di Biandrate, si contendevano il potere i due rami dei Conti del Canavese, i San Martino ed i Valperga e il ramo cadetto dei Conti di Savoia ovvero i Savoia-Acaja, Principi di Piemonte. Nel XIV secolo la situazione politica canavesana era quindi quanto mai intricata e complessa.
La probabile torre nord del CastelloIn questa cornice si inserisce la vicenda della presa del castello di Volpiano da parte di Pietro da Settimo, consigliere apprezzato e dipendente del Marchese del Monferrato Giovanni II Paleologo. Nulla si conosce, per ora, di questo particolare personaggio, cortigiano del Paleologo, che decise di sua sponte questa sortita nei nostri territori, riuscendo nell’intento e garantendo così al Marchese del Monferrato l’accesso al Canavese.
La storia di questa singolare impresa è narrata sempre da Pietro Azario nel De Bello Canepiciano e si sviluppa in modo rocambolesco. A rimarcare l’importanza strategica di Volpiano, è nuovamente l’Azario che ci riporta: il suddetto Pietro studiò il modo di impadronirsi di questo castello, per far la guerra nel Piemonte e nel Canavese, essendo il castello situato sui confini. Le mire espansionistiche del Marchese lasciano intravedere da questa affermazione due linee di manovre militari: una verso Nord, ove puntava direttamente su Caluso ed Ivrea, una verso Sud, dove abbiamo Asti e Chieri.
Secondo il Bertolotti (Passeggiate nel Canavese, 1867) il castello di Volpiano non sarebbe stato facile preda poiché, oltre essere ben fortificato – dice – sulla più alta torre vigilava continuamente il torriere, pronto al menomo sospetto a dare l’allarme. Pietro, pertato, vedendo non potervi riuscire colla forza ricorse all’inganno, corrompendo questo torrigiano; e ciò fece per mezzo della madre di costui, che era stata sua balia. Con promesse di molto denaro la sentinella della torre entrò nella trama; e perciò avuto per mezzo della madre un gomitolo di spago, lo calò giù sgomitolandolo nella profondità della notte.
Da questa descrizione si può evincere come il Castrum Vulpiani non fosse un semplice avamposto militare ai confini del canavese ma un vero e proprio castello fortificato e dotato di più torri, una delle quali, la più alta, fungeva da torre di avvistamento. E’ quindi centro di potere. E il Bertolotti nel raccontare la sua passeggiata a Volpiano, scrive di aver raggiunto “il rialto, su cui giacciono le rovine dell’antico castello di Volpiano e, continua, vagai fra questi muraglioni, conquassati dalle mine e dai cannoni, fra cui vegetano cespi di spine e di ortiche…qui sulle ora dirute pareti…, già brillarono guerreschi trofei…”
Il passo riguardante l’assalto è molto particolare e viene già raccontato nel 1363 dall’Azario (che certamente il Bertolotti ha potuto leggere) con dovizia di particolari: “Et una nocte deposito uno filo januesi, quem portavit ei mater fingendo quod dicto filo volebat lavare caput, ordinem ita dedit, quod a parte esteriori trait super Turrim longum funem, com quo sub taciturnitate noctis unum levem hominem tiravit, & deinde praedicti duo alios quinque tiraverunt, qui postea in angulo supra murum Castri bene XXV dicto fune introduxerunt, qui partim murum descendentes Castrum invaserunt, & Monachum unum occiderunt, qui ibi stabat pro Castellano…”
(Una notte il custode calò dalla torre un filo genovese, che la madre gli aveva portato con la finzione di volergli lavare la testa e con questo tirò su dalla parte esterna fin sopra la torre una lunga fune con la quale nel silenzio della notte tirò su un uomo leggero. Questi due ne tirarono su altri cinque, i quali poi, sempre per mezzo della fune, introdussero nell’angolo sopra le mura del castello ben venticinque uomini. Parte di questi, scendendo per il muro, entrarono nel castello e uccisero il monaco che vi fungeva da castellano).
Altura del castelloIl Bertolotti descrivendo la scena ci riporta ancora: “…scesero allora giù ed invasero il castello, uccidendo molti fra cui un monaco, che faceva da castellano. Lo spavento prodotto da questa repentina irruenza loro giovò moltissimo, e così tosto poterono aprire le porte ai compagni, che stavano fuori. Pietro prese possesso del castello a nome del suo signore, trattando duramente i vinti. E qui fece da castellano, fortificando sempre più il castello”
Certamente non è pensabile ad un castello di siffatte dimensioni abitato soltanto da abati. Una fortificazione in uso prevede tutta una serie di uomini a sua difesa e una importante gestione logistica. Inoltre, dal racconto risulta evidente che si trattasse proprio di una guarnigione difesa e anche bene, altrimenti non ci sarebbe stata la necessità di escogitare il sotterfugio per entrarvi. Un altro dato ci dà indicazione numerica di grande importanza: i movimenti armati nel Medioevo, soprattutto quando si tratta di scaramucce fra un paese e l’altro, comportano un dispiegamento di forze che nulla ha a che vedere con gli eserciti cui siamo abituati dalla visione del medioevo propinataci dalla televisione: un manipolo di 25-30 armati costituisce già un piccolo esercito. Non sappiamo se si trattasse di uomini a cavallo. In questo caso per ogni cavaliere si dovrebbero contare altri due uomini di supporto giungendo a oltre 75 uomini. Infatti, ricordo che in questo periodo si era soliti contare le forze armate in “barbute” ovvero il cavaliere dotato di armatura tipica ed elmo, caratteristicamente chiamato appunto barbuta, e due uomini di supporto, uno dei quali poteva essere anche a cavallo ma certamente di animali meno preparati e valorosi rispetto a quelli montati generalmente dal cavaliere.
Bertolotti conclude la storia della presa di Volpiano così: “…dobbiamo ritenere che ne 1339 Volpiano (....) passò sotto il Marchese del Monferrato”. E da questo momento in poi si è soliti considerare proprio il 1339 come la data della presa del nostro castello da parte dei monferrini.
Queste fonti storiche sono le uniche attualmente note da cui avere notizie sulle vicende che legano Volpiano al Marchese del Monferrato.
Ma chi era Giovanni II Paleologo, Marchese del Monferrato?
Nasce il 5 Febbraio del 1321 in un luogo sconosciuto. Figlio primogenito di Teodoro I Paleologo e di Argentina Spinola, genovese di origine. Il padre di Giovanni, Teodoro I è un personaggio chiave nella storia del Monferrato. Morto l’ultimo erede del Marchesato, Giovanni I della famiglia degli Aleramici, si aprono le contese per la sua successione. Senza eredi, Giovanni I detto il Giusto, figlio di Guglielmo VII, il Gran Marchese, forse presagendo la sua violenta morte prematura, lascia precise disposizioni testamentarie: il Marchesato è lasciato alla cura e protezione del Comune di Pavia e del Conte Filippone di Lagnoso e, per la successione sono indicati in ordine la sorella Iolanda, moglie di Andronico II Paleologo Imperatore di Bisanzio o uno dei suoi figli. In caso di rinuncia si susseguono vari parenti fino ad arrivare a Manfredo IV, Marchese di Saluzzo, a testimonianza del grande legame che univa da tempo il Monferrato con i Saluzzo. Iolanda, figlia del Gran Marchese Guglielmo VII e di Beatrice, figlia di Alfonso X, Re di Castiglia e Leon, nel 1284 sposa l’Imperatore di Bisanzio Andronico II Paleologo, muta nome in Irene e gli da tre figli maschi, Giovanni, Teodoro e Demetrio. Nel 1295 era stato designato al trono bizantino Michele IX Paleologo, figlio di Andronico e della prima moglie Anna di Ungheria. Iolanda-Irene non accetta di buon grado questa decisione e si ritira a Tessalonica, antica sede del regno aleramico da cui comincia a ritagliarsi un piccolo ruolo indipendente da Costantinopoli. Durante il periodo di assenza di guida del Marchesato le importanti casate piemontesi si espandono ai danni di territori in precedenza occupati dagli Aleramici, fenomeno già iniziato alla morte di Guglielmo VII e segnalata da Pietro Azario nel De Bello Canepiciano: “Essendo vacante il Marchesato del Monferrato per la morte del marchese Guglielmo proditoriamente ucciso ad Alessandria, i Guelfi col Principe di Piemonte, per cambio e per tradimento di un Conte di Biandrate, occuparono la terra di Caluso, dove non vi era neppure un Guelfo. Il principe fece costruire delle mura intorno a Caluso e tanto seppe con doni e benefici cattivarsi le simpatie degli bitanti che in breve divennero tutti Guelfi…”
Nel 1306 Iolanda-Irene emette l’atto che assegna il marchesato di Monferrato al figlio secondogenito Teodoro I Paleologo.che nell’Agosto dello stesso anno sbarca a Genova, protetto dalla flotta Genovese e dal signore della Città, il potentissimo Opicino Spinola. A Settembre viene celebrato il matrimonio fra Argentina, figlia di Opicino, e Teodoro, garantendo così al Monferrato un appoggio dalla potente Genova e il 16 dello stesso mese, Teodoro I Paleologo con Argentina Spinola ed il loro seguito giungono a Casale Monferrato da dove comincia la sua attività militare di riconquista dei territori aleramici e di rafforzamento del marchesato. Nel Dicembre raggiunge ed occupa Chivasso. Il 19 Agosto 1336 Teodoro conferma a Chivasso un primo testamento in cui designa erede del marchesato il figlio Giovanni che già da giovanissimo si affianca al padre al governo. Il testamento ufficiale è del 1338 in cui si conferma unico erede il figlio primogenito Giovanni.
Pubblichiamo il testamento di Teodoro I Paleologo tradotto dall’originale comparso nella Cronica di Benvenuto Sangiorgio, opera degli inizi 1500. La traduzione si deve alle Professoresse Patrizia e Maria Libera Garabo cui va tutta la nostra riconoscenza.
Nel nome di nostro Signore amen. Nell’anno della natività del medesimo 1336, indizione IV, nel giorno 19 del mese di Agosto, nell’anno II del pontificato del Santissimo Padre e nostro Signore Papa, per volontà divina, Benedetto XII, in presenza del mio notaio e dei testimoni sottoscritti.
Avendo io, Teodoro marchese del Monferrato, fin dal tempo in cui assunto ebbi i miei possedimenti oltramontani, intenzione di disporre, -e come disposi-: che dopo la morte mia si provveda al mio marchesato nel modo infrascritto: ecco come sulla presente approvo, confermo e con forza affermo la detta mia provisione ………..e ancora così dispongo e ordino giusto modo e forma più sotto annotata, e questa disposizione tale resta.
Così come è scritto nel Vangelo e come la dottrina del nostro Signore Gesù Cristo ci insegna, da cui siamo detti Cristiani, e per altro noi tutti Cristiani dobbiamo massimamente custodire e stare pronti, ignari del giorno e dell’ora della nostra fine: per questo io Teodoro marchese del Monferrato, -quantunque peccatore, e di modica provvigione e scienza, cionondimeno come Cristiano, e avendo una qualche consapevolezza verso il nostro creatore Dio Onnipotente-, volli queste parole e preziose e utili mettere a testamento e massimamente perché ho già disposto di dar pratica oltra monti ad alcune mie ardue faccende e non volendo aspettare che giunga il giorno estremo per mettere in ordine i fatti tanto della mia anima quanto del mio corpo, quelle cose ho deciso di mettere in ordine, - ora in tempo di sanità mentale prima che mi possa capitare di impazzire o di tribolare – nel modo in cui più sotto viene annotato per evitare che nascano scandali e dissensi possano insorgere, specie se si tratta di detta eredità del Monferrato. In primis lascio dopo la mia dipartita detta eredità, tutti i possedimenti e il baronato del predetto marchesato del Monferrato a mio figlio qui presente e ricevente, Giovanni, e ai figli suoi legittimi che da lui discenderanno, naturalmente il figlio primogenito; e lo medesimo morendo senza figli, il secondogenito e così di seguito nella detta successione, secondo le consuetudini e i privilegi del predetto marchesato e per conseguenza a li figli de li figli soi.
E se per caso (lungi da me sia) detto Giovanni figlio meo da tal secolo dipartisse senza figlio alcuno o figlie legittime, voglio e fino da ora dichiaro che la figlia mia Violante, contessa di Savoia, e li figli soi da essa legittimamente discendenti, in possesso entrino dell’eredità per successione del predetto marchesato.
Cionondimeno, non è nelle mie intenzioni, che tale detto figlio della detta figlia mia, contessa di Savoia, il quale succederebbe nel predetto marchesato, sia obbligato da un qualsivoglia patto di fedeltà al signor conte di Savoia; ma esso erede mantenga detto marchesato libero, così come gli altri miei predecessori lo hanno mantenuto e sono stati soliti mantenere.
Se, in verità, (lungi da me sia) detta mia figlia dovesse morire senza lasciare figli legittimi, allora voglio e decreto che mio fratello, domino Demetrio, sovrano di Romània, figlio, come anche io lo sono, della fu imperatrice dei Greci, che era figlia del fu domino marchese Guglielmo e della domina Beatrice, figlia del fu domino rege Alfonso di Spagna, prenda possesso della mia eredità e del marchesato del Monferrato e di conseguenza i suoi figli legittimi suoi diretti discendenti.
Se, d’altra parte, detto fratello mio decedesse senza eredi, o non volesse ereditare predetti miei possedimenti, allora voglio che, tra quelli di Spagna, i nati legittimamente dalla domina e zia mia Margherita, figlia del fu domino marchese Guglielmo, mio avo, ereditino tutto.
E nessuno deve meravigliarsi di questa mia decisione, poiché detto domino marchese Guglielmo, avo mio, fece parimenti;
E così il di lui figlio, il domino Giovanni, mio zio materno, nominò suo successore; e a me sembra più conveniente che detta eredità vada ai parenti più prossimi e per parte di padre piuttosto che a estranei.
Inoltre, fin dai tempi antichi risultano manifesti i privilegi dei domini sovrani concessi a condizioni particolari e in tempi diversi ai domini marchesi miei predecessori, così come accade in situazioni simili.
E da costoro tutti, io Teodoro marchese, qui presente, ebbi piena conferma e investitura: dal fu, a buona memoria, domino Imperatore romano Enrico, e anche da parecchi vescovi e prelati, a partire dai quali ho preso posizione nel feudo.
E questa voglio che sia la mia ultima volontà, la quale voglio che abbia valore per diritto testamentario; la quale se non può valere per diritto testamentario, abbia almeno valore per diritto di clausola o di qualunque altra ultima volontà. I documenti sono questi redatti nel castello della diocesi eporediese di Chivasso, alla presenza dei nobili e valentuomini: domino Ruggero de Togessio, canonico di Riva, del cardinale, cappellano dei Convenari, Giovanni de Togessio nipote del detto domino Ruggero, Pietro di Cocconato canonico Remense, Stefano de Porcellis di Cremona, giudice generale del predetto domino marchese, Pietro Silo di Torino, Antonio Sicco di Chivasso, Antonio da Castello di Fubino, e il Castellano Arnato di Castelletto, chiamati a testimonio e a prestare giuramento.
Io, Raimondello di Grazano notaio pubblico, per autorità imperiale, cancelliere e scrivano del detto domino marchese, ho partecipato alla approvazione, alla conferma e corroborazione, alla disposizione e alla ordinazione delle predette volontà, e a ogni singola parola soprascritta, e ho redatto tale documento su mandato del suddetto marchese.

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