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Il cappello a tre punte…

Il cappello a tre punte… “Il mio cappello ha tre punte/ ha tre punte il mio cappel/e se non avesse tre punte/non sarebbe il mio cappel…”.Chi da ragazzo non ha mai cantato in campeggio, durante una gita o all’oratorio la celebre canzone del “cappello a tre punte”? La parola cappello deriva da cappa che secondo alcuni deriva dal tardo latino capa dal verbo capere, prendere o contendere, perché avvolge e prende tutta la persona. Secondo altri deriva dall’arabo koeba, specie di mantello o dal turco Kapak, tutto ciò che copre. Insomma la cappa, qualsiasi sia la sua origine, era una volta una sopravveste lunga senza maniche con cappuccio da porre sul capo, cappa è anche un termine marinaresco, ed è la situazione di quando una nave, la quale per un vento forte e burrascoso e contrario è obbligata ad ammainare tutte le sue vele fuorché due delle più piccole quasi a mettersi al coperto dai colpi di vento. Esiste anche il lemma cappa del camino, ma qui il lemma deriva dal greco kapne, vapore, legato a kapnos, fumo. Come sopra detto la parola cappello deriva da cappa, copricapo che asseconda la forma della testa, circondato quasi sempre da un breve lembo sollevato o abbassato, detto tesa. Se ne trovano tracce fin dalla più remota antichità e presso tutti i popoli. In Cina gli imperatori e i nobili portavano una specie di cappello a calotta quadrata con cordoni di seta, il mien. In Giappone usavano anticamente larghi copricapi di paglia o di fibra di bambù. Tra gli Egizi si usavano cappelli con acconciature complicate, nell’antica Grecia e poi in Roma si portarono varie fogge di copricapi, chiamati cucullo, cuffia, petaso, pilfo e tutulo. Nel Medioevo si portò dapprima in Italia una sorta di cappuccio, che ricadeva dal capo a coprire anche le spalle, detto almuzio, poi, quando esso andò in disuso, fu sostituito con berretti di varia foggia, soprattutto fra il popolino di città e nel contado, mentre patrizi e nobili rimasero fedeli al cappuccio, costituito dal mazzocchio, che era il vero copricapo, da cui scendeva fino alla spalla sinistra una falda chiamata foggia e, dietro, una punta di panno detta becchetto, lunga spesso fino ai piedi. Questo cappuccio durò sin verso il termine del sec. XIII e fu soppiantato poi completamente dai berretti e dai cappelli. Da cappello servirono dapprima per le donne cerchi di metallo o intrecci di nastri, penne e fiori, ornati talvolta di gemme, o anche rozzi copricapi di paglia sostituiti spesso dal bicorno da cui si partivano veli ondeggianti o dal cappuccio . Nei conti della corte di Ferrara del 1367 si trova menzionato "un chapelo d'oro et perle". Ma solo al tempo di Luigi XI di Francia il cappello diventa d'uso comune in Europa. Il cappello di feltro o castoro cominciò a fabbricarsi assai probabilmente all'inizio del Quattrocento, ma il primo che si ricordi è quello che portava nel 1494 Carlo VIII entrando a Roma, foderato di velluto rosso e adorno di un fiocco d'oro. Nel Cinquecento anche in Italia, come dappertutto in Europa, si usavano splendidi copricapi. Venezia, accanto al corno dogale, ebbe il copricapo di panno rosso fasciato di pelliccia e ricadente sugli omeri in nappe, a Napoli i gentiluomini portavano berretti di velluto o con cappelli piumati. A Milano si usava velluto turchino con penne bianche. Torino i nobili portavano berrette varie e cappelli di castoro, lana o paglia, foderati di seta. Cappelli e berretti vengono però portati generalmente dai nobili, mentre il popolo continua a usare il cappuccio. Solo più tardi il cappello si estese a tutte le classi, dapprima a forma rotonda, con l'orlo in basso, cappello a ruota, poi variamente foggiato e colorato. Col sopravvenire della dominazione spagnola si diffondono ovunque i pesanti cappelli ornati di trine, di fiocchi, di medaglie, di piume, così per i gentiluomini come per le dame. Alla corte di Luigi XIII, con l’introduzione dell'uso della parrucca, il cappello acquista falde amplissime, con uno o due lati rialzati. I popolani e i nobili che non adottarono la moda di corte diedero ai ripristinati berretti larghe tese di seta, di velluto o di feltro. Sotto il Re Sole il cappello diventò più basso e più stretto d'ali, sin che ai primi del secolo XVIII si adotta il tricorno, con l'orlo arrotolato e piegato in modo da formare tre punte, il cappello a tre punte menzionato nella canzone all’inizio. Questa forma di cappello domina in tutto il Settecento e l'uso della maschera lo rende ancor più diffuso. Il tricorno, in francese tricorne in spagnolo sombrero de tres picos, deriva dal cappello a due risvolti in uso presso il clero spagnolo, francese ed italiano, detto nicchio, successivamente adottato anche dai civili, pensate che si porta durante periodi storici diversi con la rovescia alzata davanti, con la punta in avanti, inclinato da un lato, più tardi si portò in mano o sotto il braccio, per non sciupare la pettinatura e solo dai mascherati veniva portato in capo. I cappelli con tese amplissime si portano durante la Rivoluzione; mentre l'Impero rende popolare di nuovo il petit chapeau di Napoleone. Nel 1796 fu inventato il cappello a staio che, nato durante la Rivoluzione francese, dilagò poi in tutta l'Europa, diversamente accolto, ma riuscendo a vivere con notevole fortuna sino ai giorni nostri. Dal cappello a staio deriva quello più propriamente detto cilindro, creato intorno al 1805 dal cappellaio londinese Herrigton che fu anzi, per tale sua creazione, solennemente ammonito come perturbatore della pubblica quiete dal lord Mavor. Nel 1812, poi, nacque il gibus, quel caratteristico copricapo di seta inventato da un cappellaio parigino appunto di tal nome, tipico e originale al quale un sistema di molle d'acciaio sottilissime, rientranti, permette di essere ripiegato su sé stesso. Sebbene molti seguitassero, nel primo Ottocento, a preferire il tricorno al cilindro, questo si affermò sempre più come cappello da cerimonia e tale rimane anche ai nostri giorni. ll cappello maschile d'uso ha invece mutato di continuo le sue forme, dal cilindro bassissimo e chiaro, a larghe falde, dei tempi della bohème, all'ampio feltro scuro usato in Romagna e inviso all'Austria come foggia rivoluzionaria, al piccolo cappello duro e basso, all'infinito numero dei cosiddetti cappelli a cencio, fatti di feltro molle, divisi talvolta in mezzo da una piega. Quanto ai cappelli femminili, al principio dell'Ottocento si inizia lo sviluppo di quella che diverrà poi una grande industria italiana: quella dei cappelli di paglia di Firenze. Anche per gli uomini all'uso del cappello di feltro si alterna da molti decennî quello del cappello di paglia estivo, rotondo, la cosiddetta paglietta o magiostrina. Tornando alla canzone “il mio cappello ha tre punte…” in Piemonte, la maschera di Carnevale, Gianduja, che ha il tricorno, nato sul finire del 1700 dalla fantasia di due burattinai, Bellone di Oja, frazione di Racconigi, nel cuneese, e del torinese Sales cosi diceva con amara ironia:” Liberté egalité fraternité, ij fransèis a van an caròssa e noi a pe! Viva la Fransa viva Napoleon, chiel a l’é rich, e noi ëstrasson”. Libertà eguaglianza fraternità, i francesi vanno in carrozza e noi a piedi. Viva la Francia, viva Napoleone, lui è ricco e noi straccioni…...” di acqua sotto i molti ne è passata ma queste frasi sono sempre attuali, basta adattarle alla realtà Favria, 8.02.2016 Cortese Giorgio Molti cercano la felicità nello stesso modo in cui cercano il cappello ma non sanno di averlo sempre in testa.
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