Durante il Medioevo, giocolieri e cantastorie, che a partire dal secolo IX, vagarono in ogni zona dell'Europa occidentale, ricollegandosi ai mimi e agli istrioni della bassa latinità, venivano considerati come “persona suspiciosa”. I saltimbanchi, i buffoni, i ciarlatani, i cantori e gli acrobati da fiera, venivano accomunati, negli statuti piemontesi, tutti sotto il nome di giullari. Declamando poesie dal gusto rozzo e plebeo, non disdegnando la frequentazione delle “taberne” e praticando il gioco d’azzardo con i dadi: “ad taxillos”, si erano guadagnati lo spregevole appellativo di “ribaldi” (
https://www.giornalelavoce.it/i-ribaldi-piemontesi-130027). In una simile degradazione del “bufo”, ovunque presente ma di solito ovunque errante e sradicato, non erano infrequenti le sue collusioni con attività ai margini della legge, così che intorno agli uomini del divertimento aleggiava insistente “un’ombra d’infamia”. Il giullare sembra talvolta muoversi in un suo mondo parallelo, in una zona di valori morali e di prestazioni fisiche estranee alle regole comuni. Egli può essere “di forza erculea” o comunque uomo “di diversa natura” a cui nulla ripugnava e che per ricavare denaro, senza esitare “si metteva scorpioni in bocca, e con li denti tutti gli schiacciava, e così faceva delle botte e di qual ferucola più velenosa”. Il giullare è dunque un “essere possente e terribile”, ma anche un pìcaro svelto di parola, arricchito “in Frioli” prestando denaro e dotato di tale “sottigliezza e ingegno di natura” da confondere con pochi motti chi avesse avuto intenzione di deriderlo. Itinerante e pieno di risorse è continuamente alla ricerca di una piazza in cui si possa impunemente “arcare” con il gioco d’azzardo i cittadini “dabbene”. Doverosamente rivestito dei panni professionali, altrimenti “sempre andava stracciato e in cappellina, egli intraprende un periplo che lo conduce da
Torino a Parma, Lodi, Milano “e in molte altre terre”, ma ahimè senza troppo successo, perché lo si vede tornare infine “al luogo usato”, cioè a Torino, dove con gran calore è accolto dai suoi abituali clienti. Il giullare è dunque un uomo infido eppure piacevole furfante, ingannatore ma anche sollazzatore dei semplici, mettendo così a nudo un’ambivalenza di atteggiamenti. Quella sua vita sbandata condotta negli interstizi della legalità può esercitare qualche fascinazione, può sprigionare un incanto connesso proprio a quanto essa ha di più caratteristico. Per queste ragioni allo “zuglarius” e alla sua collega e compagna “zuglaresa” che avessero recato offesa ad un vercellese, potevano essere inferte bastonate o percosse, punite solamente da una lievissima ammenda e solo nel caso di un diretto ed improbabile reclamo al podestà. Anche a
Moncalieri, nelle più antiche norme statutarie, lo “iogulator” poteva essere impunemente battuto, a meno che non fosse proprietario di un cavallo o di un vitello. La proprietà di un bene infatti, testimonianza di qualche disponibilità economica e di una vita non del tutto vagabonda, inseriva il giullare in un ordine sociale lievemente più rispettabile. Gli statuti eporediesi del 1329 ritenevano lecito per la “bona persona” che si sentisse offesa da “meretrix vel ribaldus, ioculator vel iculatrix, saglobator vel saglobatrix, furiossus vel mentecaptus” reagire duramente con la violenza, purchè le percosse non provocassero la morte del malcapitato e quasi con le stesse parole si esprimevano gli statuti di
Chivasso, vicino ai confini meridionali del Canavese.
Un'evoluzione della condizione del giullare si avrà a partire dal secolo XII, anche in seguito a un'iniziativa di Guglielmo IX duca d'Aquitania, che accettò di entrare in gara con i giullari di professione, trasformandoli così da istrioni in poeti. I palazzi dei principi si schiusero allora ai giullari, che assunsero il nome di menestrelli, ponendo fine al loro vagabondaggio. Il fatto che celebri poeti, come Marcabrun, Peire Vidal e Raimbaut de Vaqueiras, fossero stati giullari, prima che trovatori, determinò uno scambio frequente dei due termini, suscitando il risentimento di Guiraut Riquier che, nel 1274, chiese ad Alfonso X di Castiglia di distinguere le due categorie, così i trovatori furono da allora detti gli originali compositori dei testi e i giullari i loro divulgatori. All'inizio del secolo XIII si formarono vere e proprie corporazioni di giullari e si cominciò ad avvertire sempre più largamente l'influsso della produzione giullaresca sulla letteratura colta. Così diventarono molto di moda alle corti dei marchesi del Monferrato, di Saluzzo e degli stessi Savoia i “trobador” provenzali . Accanto ad essi vi erano anche numerosi piemontesi: il più celebre era Nicoletto da Torino, in occitano Nic(c)olet de Turin o Nicolez de Turrin che è stato un menestrello e trovatore piemontese della prima metà del XIII secolo, probabilmente di Torino, anche se alcuni credono che il nome si riferisca al padre. Di lui ci restano tre tensos con Giovanni d'Albusson, Falquet de Romans e Uc de Saint Circ. Non era raro all'apogeo della cultura trobadorica vedere un trovatore attaccare con disprezzo un menestrello onde ristabilire i rispettivi ruoli. Un trovatore poteva dunque scrivere la sua composizione ed eseguirla lui stesso, oppure farla eseguire da un menestrello. Nonostante le distinzioni rilevate, molti trovatori erano anche noti come” joglars”, prima o anche dopo che iniziassero a comporre. Ad esempio, il trovatore Uc de Pena, figlio di un mercante, diventa un menestrello rinomato per il suo canto e il suo esteso repertorio, ma di composizioni altrui, ed era inoltre noto anche per il suo dissoluto stile di vita, come il gioco d'azzardo e la frequentazione di taverne: per questa ragione, scrive il suo biografo, "era sempre povero e senza mezzi". Da Aimeric de Belenoi invece, viene riferito che, infastidito dalle giullerie di Albert Cailla, esorta la contessa di Provenza, Agnesina di Saluzzo, la contessa Beatrice sua cugina, signora di Massa, e la contessa del Carretto, che avevano seguito in Provenza Beatrice di Savoia, a "scacciare e a punire quell'insolente di Albert Cailla, autore di satire contro le donne".
Il volgo “bona fama” medievale continua quindi a considerare i giullari come “dei senza casa e dei senza terra, dei reietti, degli accattoni, dei poveri di spirito e di quattrini, dei mezzo furfanti e mezzo infelici”, come si attesta nel nucleo più antico degli statuti di Moncalieri, anteriore al 1277. Invece negli statuti vercellesi del 1241, si diffidano gli osti dall’accogliere in taverna un’umanità infida di “glotonos, averitatores, basclacerios (tenutari di tavole da gioco), meretrices, galiatores, bannitos”. Anche nell’appellativo “gluto” o “glutus”, ovvero ghiottone, si riconosceva un’intonazione fortemente spregiativa, avvicinabile al significato che andavano assumendo in Piemonte nel XIII secolo anche i termini di “goliardus” e “goliarda”, trasformatosi poi dalla rappresentazione della dissolutezza morale, sfociata, a volte, in vere e proprie azioni criminali (https://www.giornalelavoce.it/carnevale-sangue-125709) ad una solo più irriverente scapigliatura intellettuale. La presenza, tra i “ribaldi”, di goliardi, giullaresse e frati sfratati, indusse la Chiesa a scagliare contro di loro moniti e anatemi. Abbiamo notizia, nelle fonti medievali del Piemonte, della pratica della “ciabra”, una sorta di chiassoso corteo mascherato che aveva la funzione di deridere il secondo matrimonio delle vedove e dei vedovi. Contro queste pratiche vi erano severe proibizioni, come documentato dai canoni sinodali. Dalle fonti sulla presa di posizione da parte delle autorità ecclesiastiche, apprendiamo che oltre a vietare la pratica della ciabra, vi furono interventi formali contro l’uso di prendere il nome di Abate da parte dei capi della compagnia goliardica che organizzava il chiassoso corteo. Malgrado i ripetuti decreti sinodali, spesso le gaie compagnie riuscivano a trasformare in diritto le loro richieste. Sappiamo, ad esempio, che all’Abbadia della Gioventù di Valmala era consentito di caricare il vedovo che non aveva pagato il “jabramaritum” su di un asino e portarlo in berlina in giro per il paese. In un caso di ciabra registrato a
Montanaro nel 1623, si riconosceva alla Badia il diritto dell’1% sulla dote del binube, a dimostrazione di come già in età rinascimentale la goliardia fosse divenuta non più un’umiliante pratica, ma piuttosto una irrisoria manifestazione carnevalesca. Il termine “Goliardus” medievale invece, era un’ingiuria tra le più diffuse: la si trova negli statuti di
Bra,
Savigliano, di
Riffredo,
Gambasca e di
Genola, associata in un composito arsenale di offese che spaziavano da “latro”, “falsus”, “periurus”, “cucurbita” (cornuto), riservata agli uomini e “ribalda” e “baratera” riservata al mondo femminile. Sulla scena della marginalità medievale, il “ribaldo” è dunque il protagonista. Non è precisamente il crimine il suo stile di vita, ma piuttosto la potenzialità criminale e la circolazione in tutte le zone sospette della società. Ma ancora più significativo appare che il ribaldo possa essere talvolta punito presuntivamente non per ciò che fa, ma in fondo per ciò che è: l’uomo sempre sospettabile. A vigliare, punire e condannare questi uomini di “mala fama”, esisteva nel Medioevo la figura di un personaggio alquanto sinistro: “Il Podestà dei Ribaldi”. Nel prossimo articolo parleremo di colui che accompagna la vita dei ribaldi e li accompagna alla morte, di colui che persegue e condanna, ma allo stesso tempo lucra con il denaro dei giochi, con l’impurità connessa al meretricio ed infine con il sangue stesso dei condannati: “Il Podestà dei Ribaldi”.