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24 Aprile 2026 - 00:05
Un messaggio di poche parole alla redazione, un rifugio diventato trappola, ore d’attesa senza soccorsi: la morte della giornalista di Al-Akhbar riapre il nodo della protezione dei reporter in guerra e delle regole infrante al confine tra Libano e Israele
La sua ultima corrispondenza non era un articolo, né una nota audio, né una lunga cronaca dal fronte. Era una frase secca, quasi amministrativa, spedita in mezzo al fragore della guerra: “Sto bene… l’auto che mi precedeva è stata colpita”. Pochi minuti dopo, quel filo con la redazione si è spezzato. Amal Khalil, inviata del quotidiano libanese Al-Akhbar, è stata uccisa il 22 aprile 2026 nel villaggio di al-Tiri, nel Libano meridionale, dopo essersi rifugiata in una casa colpita da un secondo attacco israeliano. Con lei c’era la fotografa Zeinab Faraj, ferita ma sopravvissuta. Il corpo di Khalil è stato recuperato solo ore più tardi, dopo una lunga attesa segnata da accuse gravissime: secondo le autorità libanesi, i soccorsi sarebbero stati ostacolati dal fuoco israeliano; l’esercito di Israele respinge l’accusa, sostiene di non prendere di mira giornalisti e afferma che l’episodio è “in fase di revisione”.
La ricostruzione dei fatti, nelle sue linee essenziali, emerge da fonti convergenti. Amal Khalil e Zeinab Faraj stavano lavorando nel distretto di Bint Jbeil, una delle aree più esposte del Sud del Libano, quando un primo strike ha centrato il veicolo che precedeva il loro, uccidendo due persone. Subito dopo, le due giornaliste hanno cercato riparo in un edificio vicino. È lì che, secondo Associated Press, Committee to Protect Journalists, Reporters sans frontières e International Federation of Journalists, è arrivato un secondo attacco, quello che ha trasformato un rifugio improvvisato in una tomba di cemento.
Il dettaglio che rende la vicenda ancora più feroce è temporale. La morte di Amal Khalil non coincide soltanto con il momento dell’esplosione: coincide anche con le ore successive, quelle in cui è rimasta sotto le macerie senza poter essere raggiunta in tempo. AP riferisce che il corpo è stato recuperato poco prima della mezzanotte, almeno sei ore dopo l’attacco. La collega Zeinab Faraj, invece, è stata evacuata in precedenza, pur in condizioni serie. Fonti internazionali per la tutela della stampa sostengono che il ritardo nei soccorsi potrebbe configurare una violazione grave del diritto internazionale umanitario; il CPJ e RSF si sono spinti oltre, parlando della possibilità di un crimine di guerra se venisse accertato l’impedimento deliberato all’assistenza medica.
Il punto più umano e insieme più devastante della storia resta quel testo inviato ai colleghi. Fanpage riporta che Khalil aveva scritto alla redazione: “Sto bene… l’auto che mi precedeva è stata colpita da un attentato”. È una frase che contiene già tutto: il riflesso professionale di informare, il bisogno di rassicurare, la percezione netta del pericolo. Non c’è retorica, non c’è posa eroica. C’è il mestiere, nel suo grado più nudo. La giornalista segnala un fatto, colloca se stessa rispetto a quel fatto e prova a dire che, per il momento, è salva. In guerra il “per il momento” può durare pochi minuti.
Con lei c’era Zeinab Faraj, fotografa freelance, che ha riportato ferite alla testa ma è sopravvissuta. La sua presenza accanto a Khalil è un dettaglio importante non soltanto sul piano della cronaca, ma anche su quello documentale: conferma che le due si trovavano sul posto per lavoro, impegnate a registrare le conseguenze dei bombardamenti nel Sud del Paese. Le organizzazioni internazionali che difendono i giornalisti hanno richiamato proprio questo elemento: non si trattava di una presenza occasionale in un’area di combattimento, ma di un’attività giornalistica in corso, riconoscibile e coerente con il lavoro che Khalil svolgeva da anni.
Ridurre Amal Khalil a “giornalista uccisa in un raid” sarebbe, oltre che ingiusto, impreciso. Secondo AP, lavorava per Al-Akhbar dal 2006 e seguiva da allora il Sud del Libano, la sua terra. Le sue ultime corrispondenze riguardavano, tra l’altro, le demolizioni e i danni nelle località meridionali dove l’esercito israeliano mantiene o proietta la propria pressione militare. L’Orient Today ricorda che in Libano era conosciuta da molti come la “Voice of the South”, la voce del Sud: un soprannome giornalistico, ma anche politico e geografico, che dice molto del suo radicamento.
Proprio questo legame con il territorio spiega perché Khalil non fosse una reporter di passaggio. Era una cronista che raccontava il Sud non da osservatrice esterna, ma da professionista capace di leggere i dettagli che spesso sfuggono alle cronache internazionali: i ponti distrutti, le case abbattute, i villaggi svuotati, la vita civile compressa tra tregue fragili e attacchi ricorrenti. Fanpage ricorda un suo reportage di marzo nell’area del ponte distrutto di Qasmiyeh, divenuto simbolo delle devastazioni. È questo profilo — presenza costante, memoria lunga, conoscenza del terreno — che rende la sua perdita ancora più pesante per l’informazione sul Libano meridionale.
Sul caso pesa un altro elemento, che impone prudenza ma non può essere ignorato. CPJ, RSF e L’Orient Today ricordano che Amal Khalil aveva ricevuto minacce in passato, compresa — secondo queste organizzazioni — una minaccia di morte attribuita a ambienti israeliani nel settembre 2024. Le stesse fonti riferiscono anche di episodi recenti di incitamento pubblico contro di lei. Non siamo, allo stato delle informazioni disponibili, davanti a una prova giudiziaria definitiva di “targeting” deliberato; ma siamo certamente di fronte a un contesto che alimenta interrogativi pesanti sulla sua esposizione personale e professionale.
È un passaggio cruciale, perché sposta la discussione oltre la fatalità della guerra. Se una reporter aveva già denunciato pressioni e minacce, se il suo nome circolava in un clima di ostilità, se operava in un’area in cui i giornalisti sono stati colpiti ripetutamente, allora la sua morte non può essere archiviata come un semplice effetto collaterale senza un accertamento serio, indipendente e internazionale. È esattamente ciò che chiedono il CPJ, la IFJ e RSF: un’inchiesta che verifichi non solo la dinamica dell’attacco, ma anche il ritardo nei soccorsi e il quadro delle intimidazioni precedenti.
L’esercito israeliano, nella versione riportata da AP, sostiene che alcune persone nel villaggio avrebbero violato il cessate il fuoco mettendo in pericolo le proprie truppe. Israele nega di aver preso di mira giornalisti e nega anche di aver impedito ai soccorritori di raggiungere l’area, aggiungendo che l’incidente è oggetto di verifica. È una smentita netta, che si oppone frontalmente alla ricostruzione libanese e a quella di diverse organizzazioni per la libertà di stampa.
Proprio qui si apre la faglia più difficile da colmare: da una parte c’è la narrativa della necessità militare e della revisione interna; dall’altra quella di un attacco a personale civile impegnato in attività giornalistica, aggravato dall’ostacolo ai soccorsi. In assenza, per ora, di un’inchiesta indipendente conclusa, il compito del giornalismo è tenere insieme entrambe le versioni senza appiattirle. Ma c’è un dato che resta intatto oltre ogni disputa interpretativa: una reporter è morta mentre documentava un conflitto, una fotografa è rimasta ferita e il recupero del corpo è avvenuto dopo ore di attesa in un’area che, teoricamente, avrebbe dovuto essere toccata da un cessate il fuoco.
La morte di Amal Khalil non arriva in un vuoto politico. AP colloca l’attacco alla vigilia di un nuovo round di colloqui diretti tra funzionari libanesi e israeliani a Washington, con l’obiettivo di estendere il cessate il fuoco entrato in vigore il 17 aprile 2026. In altre parole, la sua uccisione si consuma non in una fase di massima escalation dichiarata, ma nel cuore di una tregua già contestata, fragile, attraversata da reciproche accuse di violazione.
Questo elemento rende la vicenda ancora più significativa per i lettori europei e italiani: non siamo davanti a una guerra lontana raccontata in astratto, ma a un episodio che misura la distanza concreta tra diplomazia e realtà sul terreno. Mentre i canali politici tentano di costruire una cornice di stabilizzazione, nel Sud del Libano continuano bombardamenti, sfollamenti e morti civili. AP riferisce che dall’inizio dell’ultima fase della guerra, riesplosa il 2 marzo 2026, gli attacchi israeliani in Libano hanno causato oltre 2.300 morti e più di 1 milione di sfollati; nello stesso articolo l’agenzia segnala che con Khalil salgono a nove i giornalisti uccisi nel Paese dall’inizio del 2026.
Quando viene ucciso un giornalista in guerra, la vittima non è solo una persona. È anche il diritto collettivo a sapere. Nel caso di Amal Khalil, questo principio assume una forza persino più evidente: è morta mentre stava facendo esattamente ciò che il giornalismo dovrebbe fare, cioè osservare, verificare, raccontare. Il ministro dell’Informazione libanese Paul Morcos ha definito l’uccisione dei giornalisti “un crimine” e una “flagrante violazione del diritto internazionale e umanitario”. Le organizzazioni di categoria internazionali hanno usato toni altrettanto duri. Non è solo un linguaggio di indignazione: è il segnale che il caso viene letto come parte di un modello più ampio di vulnerabilità estrema per chi documenta i conflitti nella regione.
C’è poi un’altra dimensione, più scomoda: nel dibattito pubblico contemporaneo, l’etichetta politica attribuita a una testata o a un cronista viene sempre più spesso usata per ridurre la protezione simbolica del giornalista. Nel caso di Al-Akhbar, varie fonti ricordano che la testata è considerata vicina a Hezbollah. Ma questo non cancella lo status civile dei suoi reporter, né attenua gli obblighi di protezione previsti dal diritto umanitario. La sicurezza dei giornalisti non dovrebbe dipendere dalla simpatia che suscitano, dalla linea del giornale per cui lavorano o dal sospetto ideologico che li circonda. Dovrebbe dipendere dal fatto, semplice e giuridicamente decisivo, che stanno svolgendo un lavoro civile di informazione.
Nous pleurons la perte de la journaliste Amal Khalil et sommes solidaires de tous les journalistes qui risquent leur vie pour raconter les histoires qui doivent être entendues pic.twitter.com/etswXFoOWY
— belhaffaf mohamed (@belhaffafmoha13) April 23, 2026
Il 23 aprile 2026, a Baissariyeh, città natale di Amal Khalil, migliaia di persone hanno partecipato ai funerali. A Beirut, colleghi e amici si sono riuniti in un sit-in per ricordarla e per chiedere protezione per chi continua a lavorare sul terreno. L’Orient Today racconta una scena insieme privata e pubblica: il feretro portato a spalla, le foto della reporter sollevate tra la folla, la convinzione diffusa che il suo nome si aggiunga a una lista che si allunga da troppo tempo.
Resta allora l’immagine iniziale, quella del messaggio inviato prima del buio. In una guerra che divora parole, Amal Khalil ha continuato a usarle fino all’ultimo istante utile. Dire che “stava bene” era forse un modo per proteggere chi leggeva, oltre che per proteggere se stessa. Ma il giornalismo, a volte, non riesce a fare in tempo a salvarsi. Riesce solo a lasciare una traccia. E quella traccia, oggi, obbliga a una domanda che non riguarda soltanto il Libano o Israele: quante volte ancora il diritto di raccontare dovrà essere sepolto sotto le macerie prima che la protezione dei reporter smetta di essere una formula vuota?
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