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23 Aprile 2026 - 18:57
Appendino, Elkann, Leonardis, Filippone
La notizia è di quelle che a Torino si leggono con il sopracciglio alzato e il taccuino già aperto. A raccontarla sono i colleghi — come sempre ben informati — de Lo Spiffero, il quotidiano online diretto da Bruno Babando, e merita di essere ripresa — con tanto di credito — perché il risiko editoriale attorno alla galassia Gedi sta assumendo contorni sempre meno sfumati e sempre più… sabaudi.
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In sostanza: mentre John Elkann saluta Repubblica senza troppi fazzoletti sventolanti, sulla Stampa pare voler lasciare un’impronta. Non un abbraccio, diciamo più un dito appoggiato sul tavolo. Una partecipazione ridotta, sì, ma sufficiente per continuare a dire “ci sono, resto”. Una presenza simbolica più che sostanziale, buona per tenere in vita la narrazione del “giornale di famiglia” di cui Giovanni Agnelli non si sarebbe mai disfatto — formula che, a voler scavare nella storia, richiede una certa elasticità di memoria. E anche una buona dose di indulgenza.
Intanto, il grosso della partita è chiuso: Gedi cambia padrone e passa in blocco al gruppo greco Antenna Group, guidato da Theodore Kyriakou. Dentro c’è tutto, senza spezzatini: quotidiani, radio (Radio Deejay, Radio Capital, m2o), e l’intero ecosistema costruito negli anni. Fine corsa, dunque, per la stagione Agnelli-Elkann nell’informazione italiana.

Ma se a Roma si archivia, a Torino si ricompone. Qui il copione cambia: niente uscita totale, ma una redistribuzione delle carte. Elkann resterebbe con circa il 22% tramite la Fondazione Agnelli — quota che pesa più sul piano simbolico che su quello industriale. Accanto a lui un nome che sotto la Mole conta eccome, anche se preferisce i salotti alle conferenze stampa: Reale Mutua Assicurazioni. Storica, radicata, onnipresente nelle relazioni cittadine più che nelle dichiarazioni pubbliche, pronta ora, con l'AD Luca Filippone a entrare anche nel capitale della Busiarda. Un ingresso che rafforza l’asse torinese proprio mentre tutto il resto cambia bandiera.
La guida operativa, però, prende un’altra direzione: Alberto Leonardis, attraverso Sae, fa il salto di qualità dopo aver costruito una rete di testate locali acquisite una dopo l’altra proprio dall’ex Gedi. Un mosaico che va dalla costa tirrenica all’Emilia fino alla Sardegna, con risultati non sempre memorabili. Ed è proprio da quel circuito che arrivano soci e alleati: su tutti la Fondazione di Sardegna, già della partita in precedenti operazioni e ora di nuovo al fianco dell’editore abruzzese per affrontare una sfida decisamente più impegnativa.
A completare il quadro anche un ingresso che mescola sport, media e — inevitabilmente — politica: la Federtennis, guidata da Angelo Binaghi, tramite Sportcast, mette sul tavolo circa cinque milioni per una quota intorno al 6,7%. Operazione benedetta dai cda e con un ruolo tutt’altro che secondario per la vicepresidente Chiara Appendino. Un incrocio di mondi che rende la nuova Stampa un laboratorio piuttosto originale nel panorama nazionale.
Se i piani alti cercano equilibrio, in redazione l’aria è ben diversa. In via Lugaro si respira tensione. Il direttore Andrea Malaguti è dato in uscita, con destinazione possibile Avvenire, anche grazie ai rapporti con il cardinale Matteo Zuppi. Il tentativo di riorientare la partita — coinvolgendo anche Carlo Cimbri, ad di UnipolSai — non è andato in porto e ha lasciato qualche scoria. Leonardis osserva e prende nota.
Nel frattempo, il toto-direttore impazza. Tra i nomi circola con insistenza quello di Giuseppe Bottero, ma non è l’unico. Voci, smentite, mezze conferme: il clima viene descritto, con un certo understatement torinese, “vivace”.
A completare il quadro, il ritorno di Maurizio Molinari, chiamato a lavorare su un progetto editoriale con proiezione americana — una sorta di dorso pensato per il mercato statunitense — oltre a un ruolo da direttore editoriale. Una mossa che allarga l’orizzonte ma anche il perimetro delle relazioni. E in redazione, tra una riunione e l’altra, gira una battuta che sintetizza più di tante analisi: meglio certi interlocutori internazionali che altri.
Insomma, più che un semplice passaggio di proprietà, sembra l’ennesimo capitolo di una storia tutta italiana: dove gli addii non sono mai definitivi, le presenze “residuali” diventano bandiere, e anche quando si esce… si resta sempre un po’. Soprattutto se il cognome è Elkann. E soprattutto se Torino guarda.
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